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Comitato dei lenzuoli, 1992
1992 Comitato dei lenzuoli, Palermo

Se la democrazia è una forma di governo in cui il potere risiede nel popolo, che ne esercita la sovranità attraverso istituti politici diversi, l’11 maggio 2019, nel sistema di bilanciamento e garanzia della Repubblica Italiana si sono viste in azione alcune forze che ne hanno minato le fondamenta. E’ stato toccato il punto più basso di democrazia dal giorno della liberazione del territorio nazionale dal Nazifascismo, sappiano chi sono i responsabili anche se al momento solo una persona si è assunta la paternità dei fatti.

Ciò che è successo è noto agli Italiani ma vale la pena riepilogarlo: per commemorare la Giornata della Memoria, alcuni Studenti delle prime classi di un Istituto tecnico della mia città hanno preparato con cura e amore un power point. Io immagino le loro ricerche, la scelta dei fatti più rappresentativi e delle foto più attinenti, della commovente poesia di Emily Dickinson sul valore della memoria, la registrazione delle proprie voci, sia di colui che sapeva ben modularla che di chi si sentiva impacciato, e l’intelligente accostamento del transatlantico Saint Luis con l’imbarcazione di migranti bloccata negli stessi giorni al porto di Palermo. Ne è venuto un piccolo capolavoro che per me è un segno di speranza, la cosa più bella di una vicenda ignobile, perché prodotta da ragazzini di un istituto Tecnico dell’estremo Sud, quella frontiera dove per l’istruzione si spende meno che altrove.

Il video è stato proiettato in aula magna con grandi applausi e il dissenso di qualche livoroso studente di destra, che ha espresso il suo disappunto sui social network. Il post è rimbalzato nei profili di vari aderenti a Casa Pound fino ad arrivare all’attenzione del sottosegretario alla cultura Leghista Lucia Borgonzoni, quella che orgogliosamente dichiara di non leggere nulla, ma va a caccia di post pieni d’odio. Infatti ha amplificato il livore dello studente di destra, minacciando di prendere provvedimenti e inviando e-mail di fuoco a funzionari ministeriali affinché si attivassero a sanzionare pesantemente il fatto. Si sa che il Preside di quella scuola, saggiamente, si è rifiutato di prendere provvedimenti contro l’accaduto, e poteva finire lì.

Invece dopo qualche giorno all’Istituto Tecnico ndustriale Vittorio Emanuele Terzo, che già subisce il nome di chi si è macchiato della promulgazione delle leggi razziali, è arrivata la Digos ad interrogare docenti e studenti. L’azione di bassa polizia ha poi avuto il conforto del Provveditore agli Studi di Palermo, che ha sospeso dall’insegnamento per 15 giorni la Professoressa Rosa Maria Dell’Aria, di 63 anni, docente di italiano da quaranta, rea di non aver censurato gli studenti.

Non mi sembra che fra i ruoli degli degli Uffici scolastici provinciali ci sia quello di censurare l’attività, peraltro meritoria, di un singolo docente, nè di controllare il libero pensiero degli studenti; eppure il provveditore Marco Anello sostiene di aver agito secondo coscienza perché “la libertà di espressione ha dei limiti”, veicolando un messaggio in netta antitesi con l’articolo 21 della Costituzione italiana, che recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.»

Gli effetti dell’attività repressiva di ministero e provveditorato agli studi all’apparenza è stato quello di un boomerang: a Palermo la cittadinanza si è ribellata in piazza, non soltanto gli studenti e i docenti ma anche la società civile, una petizione on-line in solidarietà della professoressa sta raggiungendo in queste ore le 200.000 firme. Ma nulla sarà come prima: la professoressa è colpita intimamente proprio nel coronamento di una dignitosissima carriera, i genitori degli studenti temono ritorsioni fisiche sui loro figli, e ai giovani è stato inltrato l’odioso messaggio a non esporsi, non esprimere opinioni, non immischiarsi in politica.

Palermo è una città singolare, 27 anni fa sembrava avesse perso speranza quando invece ci fu un colossale risveglio di dignità. Giovedì 23 maggio commemoreremo quella data, come ogni anno all’albero Falcone, quando si annuncia la presenza dei due Ministri ai quali la repressione della professoressa voleva fare buon gioco. A tre giorni da elezioni Europee che potrebbero cambiare le sorti del governo, la presenza diventa inopportuna e ad alcuni provocatoria, anche se rientra in ruoli istituzionali.

Negli ultimi giorni il dissenso alla politica di odio si è manifestata esponendo lenzuola alle finestre, immotivatamente poi censurate. E’ un metodo di protesta che, ricordo, è stato inventato proprio in questa città. Una città che nonostante i suoi difetti sa accogliere e si distingue per la sua umanità.

RESTEREMO UMANI ANCHE IL 23 MAGGIO 2019!

Nel frattempo: Il sindaco Leoluca Orlando ha dato mandato al Webmaster del Comune di pubblicare in homepage del sito istituzionale il video del lavoro realizzato dagli studenti della classe 2E dell’Istituto Industriale “Vittorio Emanuele III” di Palermo, al centro della polemica di questi giorni.

La decisione è stata votata dalla Giunta comunale, che ha anche aderito alle iniziative di solidarietà nei confronti della docente Rosa Maria Dell’Aria.

“Le domande di partecipazione non arrivano a me, ma al commerciale: una volta accettate sarebbe illegale respingerle”, questo è il sottotitolo di un’intervista rilasciata non dall’organizzatore del mercatino di Natale della proloco, ma dal Direttore del Salone del Libro di Torino, la più importante kermesse editoriale d’Italia e la seconda d’Europa, sto parlando di Nicola Lagioia, scrittore, vincitore del Premio Strega 2015.

L’intervita è una delle tante da lui rilasciate in merito all’imbarazzante partecipazione al Salone di una casa editrice in apologia di fascismo, dove è sembrato che ogni pezza, più che rattoppare il buco lo squarciasse ancora, lasciando intravedere un re nudo, che nel tentativo di difendersi regalava ai suoi detrattori lo stereotipo di una cricca autoreferenziale incapace di interpretare l’emergenza del momento.

E’ un vero dramma il fatto che il baluardo culturale contro l’invadenza fascista e razzista sia rappresentata da un fronte così impreparato; non mi riferisco solo al giovane Direttore ma a tutto un sistema di case editrici, scuole di scrittura, premi e critici letterari. C’è un’indubbia crisi di sistema che parte dal fatto che in Italia non si vendono libri, anche perché, diciamolo chiaramente, i maggiori successi letterari in una lingua parlata solo a casa nostra, riescono a raccogliere al massimo un milione di lettori, che in termini economici è sempre troppo poco, sia per gli editori che per gli scrittori. In più in questo settore permangono ancora dei tabù: primo fra tutti l’ostracismo verso l’autopubblicazione che all’estero non fa impressione a nessuno, dove semmai sorgono agenzie di supporto che offrono editing, traduzione e promozione. Invece in Italia si vocifera che per essere pubblicati paghino anche gli insospettabili, però non si può dire ufficialmente. Così si continua a fingere di essere stati scelti e premiati con la pubblicazione, di qualsiasi casa editrice si parli, anche di quella che ha depositato il marchio in tribunale il giorno prima o ha in catalogo libri di ricette e selfie testuali di persone dello spettacolo. Attorno alla frustrazione degli autori gira un’economia dell'”acconntentiamoci”, in cui sono questi che foraggiano le case editrici, le quali a loro volta foraggiano le fiere e i premi letterari. Ecco quel “Commerciale” di cui parlava Lagioia, termine che con la cultura dovrebbe avere poco a che fare, soprattutto se si parla di manifestazioni e attività che ricevono finanziamenti pubblici.

La “cultura” è sempre stata lo spauracchio della destra, incapace di produrla e capirla, pronta a sbeffeggiarla al pari della volpe con l’uva. Ma proprio adesso che questa ci minaccia col livore violento del peggiore razzismo e fascismo, la “cultura” si presenta fragile e attaccabile, inseguendo modelli di profitto che non le dovrebbero essere propri, annaspando nelle sabbie mobili delle baronie universitarie, delle nomine politiche, dei finanziamenti compiacenti, dei concorsi e dei premi pilotati.

Di questi giorni ci resta impressa l’immagine tragica di una bimba in preda a una crisi di panico, che rientra a casa sua scortata da due file di agenti mentre una folla inferocita urla minacce indicibili alla sua mamma. Sul fronte opposto vorremmo un baluardo culturale, granitico, autorevole, capace di scelte coraggiose, quando invece vediamo esponenti del mondo culturale, che aspettano le decisioni di una procura prima di pronunciarsi sulla partecipazione di una casa editrice fascista alla fiera del Libro di Torino.

Abbiamo bisogno di cultura ma veicolata in modo più capillare, dal basso, abbiamo bisogno di maestri che ricomincino daccapo, che affabulino i discenti di ogni ordine e grado, che creino una nuova classe pensante capace di distinguere il fascismo dall’antifascismo, il male dal bene, l’empatia dall’egoismo. Non so: poesie scritte sui muri, uomini-libro che girino per le città come cantastorie, audiolibri diffusi in rete, perché se fascisti ed economia di mercato possono distruggere la carta come in fahrenheit 451, è il pensiero libero che conta.

Sole e Luna

In una delle tante 3°B del mondo c’è una ragazzina bionda con gli occhi azzurri, seduta al primo banco a destra, un pò di sbieco per ampliare la sua audience a chi le sta dietro, bella e adulata dalla scuola intera, si chiama Sole.

Più in fondo a sinistra, in quell’area della dimenticanza da cui si emerge solo per le interrogazioni, sta invece una ragazzina che sembra delle medie, tanto infantile è il suo aspetto, di rado chiacchiera con i compagni, si chiama Luna.

Sole ammicca durante le spiegazioni, suggerirsce ai compagni distratti e sorride all’insegnante quando interrogata, ha ottimi voti.

Luna ha un rendimento discontinuo, non si impegna a sufficienza in alcune materie, si appassiona troppo in altre, mettendo in imbarazzo l’insegnante con nozioni exstrascolastiche che poi si rivelano esatte, a stento ha la media del sei.

Sole è campionessa di ginnastica artistica, è stata eletta tre volte Miss e ha un’intensa vita di relazione. Luna quasi non ha amici, legge tanto e per il resto fa lunghe passeggiate all’aria aperta, amando immensamente la natura.

Sole adula le sue simili facendole sentire importanti, Luna non riesce ad evitare di spiattellare la verità in faccia. Tutte le ragazze del liceo vorrebbero essere come Sole e temono di somigliare a Luna.

Sole ha sempre amato farsi fotografare ma, da quando è arrivato lo smartphone, ha preso a riprendersi da sola e postare la sua immagine sul proprio blog e sui social network.

Luna legge avidamente pubblicazioni scientifiche recependo gli allarmi sulle condizioni ambientali del pianeta, minacciate dalla mano dell’uomo; si accorge dell’indifferenza generale e capisce che non c’è molto tempo per cambiare rotta. Si sente impotente e incompresa e di questo fa una malattia.

Le immagini ammiccanti di Sole sui social network hanno molto successo, al punto che google le garantisce un piccolo reddito mensile. “Non sarà pericolosa questa esposizione?” Commentano preoccupati i suoi genitori, che poi concludono: “Però è tanto bella ed è giusto che sia ammirata, saprà cavarsela.”

Luna decide di marinare la scuola ogni venerdì e mettersi davanti al cancello con cartelli che richiamino l’attenzione sull’allarme ambientale. “Non sarà troppo esposta alla derisione altrui?”
Commentano preoccupati i suoi genitori, che poi concludono: “Però il suo allarme è reale ed è giusto lasciarla libera di esprimersi, semmai diamole una mano.”

Con i proventi delle inserzioni pubblicitarie Sole acquista abiti di lusso e diventa icona di stile, i suoi fans la chiamano Fashion Blogger e le sponsorizzazioni la rendono milionaria. Qualcuno si accorge di Luna seduta col suo cartello fuori dalla scuola, perlopiù è gente che da tempo dice le stesse cose inascoltata, che si unisce a lei ritenendo efficace la sua protesta.

Sole è invitata alle sfilate delle settimane della moda di Parigi, Milano, Tokyo e New York, volando da un continente all’altro con un jet privato. Luna, che fra le maggiori cause di inquinamento ambientale elenca le emissioni dei jet, attira l’attenzione di alcuni giornalisti locali, che le dedicano articoli e servizi.

Non c’è evento mondano che non veda Sole fra gli ospiti d’onore, mentre la sua impresa, che dà lavoro a centinaia di persone, diventa oggetto di studio delle scuole di business. Molti giovani decidono di unirsi ai venerdì di protesta di Luna, che nel frattempo incontra leaders politici della sinistra europea.

Sole ha milioni di followers in ognuno dei social media in cui ha un account; uno stuolo di fotografi, redattori e addetti all’immagine, curano i post per lei. Anche Luna, seppur timida e schiva, decide di aprire degli account sui principali social media, le sembra un buon modo di veicolare la protesta, inizialmente l’aiuta la mamma.

In breve tempo i followers di Luna superano il milione. Solo a questo punto, non tanto Sole che magari ne condividerebbe le istanze, quanto il mondo sponsorizzato dalla sua narrativa, si accorge di Luna. All’inizio, ad essere percepito come una minaccia non è il suo messaggio destabilizzante, quanto il numero di followers: Come avrà fatto? Di quali hakers si sarà avvalsa? Chi ci sarà dietro di lei? Solo le ragazze carine e alla moda hanno successo a questo mondo! Poi, studiando bene il caso, ci si accorge che alle confortanti menzogne della narrativa capitalistica, Luna contrappone una inquietante verità, che rischia di mettere in discussione un sistema economico fatto di suicidale spostamento di merci, scarti di produzione, inquinamento atmosferico, plastica negli oceani e veleni nel sottosuolo. Quella ragazza va fermata! E uno stuolo di haters sui social media sembra la mossa iniziale più azzeccata.

La cosa incredibile è che si rimproveri a Luna tutto quello che a Sole viene perdonato: “è pagata da qualcuno” “è manovrata” “è troppo giovane per avere tanto successo” “quel che dice non può essere farina del suo sacco”.

Poi si inizia a mettere in discussione la sua coerenza in campo ambientale, con stuoli di fotografi che la seguono passo passo, nella speranza di vederla bere da un bicchiere di plastica.

Purtroppo la campagna di denigrazione ha il suo successo, quella ragazzina inizia a diventare antipatica, perché alla cruda realtà da lei protestata la gente preferisce una narrativa rassicurante e menzognera, dove si crede di poter un giorno diventare famosi quanto Sole, dove nessuno sta a ricordarti il prezzo ambientale di ogni tuo gesto, dove si rimanda alla prossima generazione il conto di quello che fai adesso.

Nel frattempo le due ragazze crescono, mentre il sole e la luna vedono quel piccolo pianeta chiamato terra che si desertifica e autodistrugge, in attesa di un’altra era glaciale.

Manoscritto e dattiloscritto de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

L’altro giorno ascoltavo a Radiotre un ritratto di Sándor Márai del quale veniva riportata una frase che vorrei fare mia: “io scrivo per il cassetto”.
Márai voleva dire che, all’inizio della sua carriera di scrittore, si era rassegnato a scrivere per un pubblico di lettori molto limitato e sappiamo che, nel tempo, la frase è stata smentita dal suo successo. Il cassetto era il luogo in cui, in tempi preinformatici, venivano conservati i manoscritti rifiutati dagli editori. Quanti manoscritti sono stati trovati da figli e nipoti al momento di svuotare la casa di una defunta o un defunto! Opere dattiloscritte che racchiudevano passione, amore, ricerca, aspettative; opere che a quei tempi erano state riprodotte al massimo in tre copie, l’ultima delle quali macchiata dalla carta copiativa e difficile da leggere, magari con qualche correzione a penna, refusi di cui ci si accorgeva troppo tardi o ripensamenti dell’ultimo momento. Pensate quanto era difficile scrivere a quei tempi!

Adesso il cassetto di chiama “cloud” accessibile da un “account”, dentro il quale si nascondono “file”, ovvero manoscritti che di manuale non hanno più nulla ma che lo stesso nascondono amore, ricerca e aspettative. E’ più semplice corregerli e riprodurli, persino condividerli. Resta però insoddisfatta la speranza che siano letti, e non dipende solo dal talento, almeno non da quello letterario. Mi ricordo di un’intervista di Maurizio Costanzo a Corrado Pani, tanti anni fa, in cui alla domanda un pò banale “cosa è richiesto per diventare un buon attore” Pani in modo tagliente rispose “saper portare l’automobile”. Non era una persona molto spiritosa Corrado Pani, io avevo avuto occasione di conoscerlo e mi era sembrato un uomo ombroso, ma quella frase mi sembrò molto sarcastica e rivelatrice di un mondo, quello del teatro italiano, in cui le lunghe tornée sfiancano i membri di ogni compagnia. Ecco, facendo un parallelo col mondo letterario si potrebbe rispondere che per essere un buon scrittore è richiesta qualcosa che con la scrittura non ha molto a che fare, e che spesso è in contraddizione col carattere di chi spende lunghe ore della giornata a ricamare parole che possano esprimere i propri sentimenti, cioè “conoscere tanta gente”. Non dico che necessariamente bisogna conoscere gente famosa capace di raccomandarti, piuttosto essere ben introdotti nella società del posto in cui si vive, in modo da garantire all’editore la vendita di quel migliaio di copie che consenta al titolo di sopravvivere in un catalogo. Tutto il resto è macero, con grande sofferenza delle nostre foreste.

Ciononostante si scrive, sempre di più e si legge, sempre di meno. E’ un pò quello che succede nel campo della recitazione, dove sono più gli aspiranti attori che gli utenti delle sale di prosa. Ma deve questo scoraggiare chi scrive o chi recita? Dipende dal modo in cui ci si avvicina a queste attività. Se l’aspirazione è quella del successo siamo proprio fuoristrada, diventare famosi con la scrittura, così come con la recitazione, ha la stessa percentuale di riuscita di quella di uno spermatozoo. Però degli spermatozoi noi vediamo solo quelli che hanno avuto successo, senza considerare gli altri, così come dei manoscritti noi vediamo solo quelli che sono riusciti ad uscire dal cassetto.

Se però lo scopo di scrivere è “scrivere”, cioè passare un pò di mesi con i propri personaggi, immergersi in un ambiente e in un periodo storico, immaginare la trama e le controscene, i protagonisti e i comprimari, battere il proprio cuore con quello di ognuno di loro, allora io dico “benvenuto cassetto” voglio scrivere per te, voglio che tu sia il mio interlocutore, perché di scrivere non so fare a meno.

A un essere umano si può togliere il cibo, la casa, la salute e avrà ancora modo di sperimentare la sua capacità di resilienza, ma è quando gli si toglie la dignità che le sue reazioni rischiano di essere incontrollate, potrebbe perfino avventarsi su chi sta peggio di lui diventando cattivo.

Sono tanti i modi in cui si possono privare gli altri della propria dignità: la violenza sessuale, la tortura, l’uccisione dei propri cari, il coinvolgimento in attività criminose; ma vi sono anche modi più subdoli e purtroppo legali per mortificare la persona umana e che io identifico nella costrizione, per mancanza di alternative, a svolgere lavori umilianti.

Per me lavori umilianti sono tutti quelli in cui non si percepisce il senso di ciò che si sta facendo o, peggio ancora, se ne percepisce uno indicibile: ad esempio produrre cose che poi vengono gettate nelle discariche, coltivare cibi che poi andranno al macero, mungere latte che poi sarà pagato una cifra ridicola, ingannare le persone con la finanza tossica, tormentare la gente dai call center o fermandola per strada. E’ umiliante anche svolgere in modo schiavistico lavori che prima conferivano appagamento e creatività, ad esempio cucire: perché un conto è farlo in un laboratorio con orari e rapporti umani, un conto è essere messi in lunghe file, con diecimila altre persone a cui non puoi rivolgere la parola, senza poter alzare lo sguardo per venti ore consecutive. Il lavoro umiliante non è però soltanto quello pagato poco, ci sono ad esempio piccoli manager costretti dai propri superiori a spostare capitali, far fallire aziende, determinare il licenziamento di migliaia di persone, per poi vergognarsi di se stessi. Su questi lavori, spesso gli unici disponibili sul mercato, grava poi il ricatto della precarietà, l’insicurezza, il monito a non protestare.

E’ così che si costruisce una civiltà di cani sciolti, terrorizzati, incapaci di organizzarsi in blocchi sociali, a cui è facile far credere che il proprio nemico sia quello ancora più debole, piuttosto che il mondo finanziario che ha costruito l’intero sistema. Ecco come la cattiveria diventa funzionale.

Ci sono da considerare alcune difficoltà oggettive che affliggono il mondo moderno: il lavoro robotizzato che diminuisce l’offerta, la sovrappopolazione, la mancanza di risorse. Però invece di dare risposte a questi problemi, li si ingigantisce con risposte folli. Non c’è lavoro per tutti, però quello che non si riesce ad automatizzare lo si trasforma in schiavismo, come nel caso del cucito; siamo troppi nel pianeta però il cibo viene gettato per alzare i prezzi, oppure le materie prime vengono pagate una miseria per rispondere alla concorrenza globale; mancano le risorse ma le energie vengono sprecate nella sovraproduzione, con conseguente danno ambientale. Il sistema finanziario che attualmente governa il mondo, riuscendo anche a manovrare le decisioni delle singole nazioni, sembra diventato un treno senza macchinista, manovrato da algoritmi.

A questo punto cercare risposte è scoraggiane, perché hai un nemico che non riesci a vedere, credi che sia il partito politico che è appena salito al potere, ma non sai chi l’ha finanziato, chi in realtà abbia manovrato sui social network la campagna diffamatoria che ne ha azzerato la concorrenza. Vedi invadere un paese ma non sai se la ragione sia quella di liberarla da un dittatore o invece impadronirsi del petrolio che ci sta sotto.

Se prima si faceva politica aderendo a una ideologia, schierandosi, adesso l’unica cosa che resta sono le buone pratiche, l’acquisto consapevole, il personale rispetto per l’ambiente, il recupero della bellezza e della qualità della vita.

Adesso è rivoluzionario coltivare un orto urbano, riciclare, curare i monumenti e gli spazi comuni, ricostituire filiere agricole e artigianali, autogestire una fabbrica abbandonata, sembrano piccole cose dal basso, ma se lo scopo è ridare un senso alle nostre vite, a quelle dei nostri figli che rischiano di essere più desertificate delle nostre, io credo che bisogni ripartire dalla bellezza, dalle passioni, dalla soddisfazione per una cosa ben fatta, come unica arma contro la povertà umana e la cattiveria.

Se le società preindustriali sfruttavano intere categorie umane confinandole al di sotto del livello di sopravvivenza, il capitalismo decise di salariarle in lavori alienanti e ripetitivi, allo scopo di rendere efficiente la produzione. Poi però l’alienazione è diventato un metodo per comandare, insieme alla velleità di spezzare i legami fra i componenti di un blocco sociale.

Ne è venuta fuori una classe dirigente che in assenza di contraddittorio sbaglia, i cui sottoposti sono dei cani sciolti che si azzannano l’un l’altro. Io non so quanto sia aumentata la criminalità spicciola ma certamente c’è una cattiveria che fa paura: dai bulli di quartiere a quelli che tormentano i ragazzini a scuola, dalle risse in discoteca alla violenza negli stadi, perfino i vicini di casa sono pronti a prendere la pistola, senza parlare di fidanzati, mariti e amanti che rispondono al rifiuto uccidendo. La violenza, verbale e fisica, sembra essere la reazione primaria a cui maggiormente si fa ricorso. Il fatto che degli esseri umani siano stati privati della propria dignità, non giustifica il loro ricorso alla violenza, anche perché solo una parte di essi reagisce così, perché chi ha paura dei cattivi dovrebbe fare in modo che non se ne generino di altri, mentre invece sembra che il mondo non stia facendo altro.

Il dibattito sul ruolo della cultura, sul suo rapporto con la politica e il denaro, ha solitamente il punto di vista di chi la produce. Ma una volta tanto vorrei provare ad affrontare la questione dal punto di vista dell’utente, che spesso è un mancato fruitore poiché è colui che la cultura non è riuscita a raggiungere.


Edward Hopper , “Platea, 2a Fila a destra”,1927

Il fatto è che quando si toglie sussistenza economica alla cultura, non si mortifica solo la categoria degli addetti ai lavori, ma si priva la società di un alimento basilare di cui magari non si sente un bisogno immediato. Il paradosso è che maggiormente si è lontani dalla cultura, minormente la si desidera.

Viviamo in un presente che brucia le esperienze e vuole fatti concreti, incapace di costruire il futuro, nostro o delle generazioni a venire. Mentre la cultura richiede tempo, costanza e pazienza; contribuendo a costruire la personalità, la coscienza civile, la capacità di mettersi nei panni altrui.

E’ anche vero che “cultura” è un contenitore difficile da definire, raccogliendo materia impalpabile ed effimera, i cui atomi sono emozioni, piaceri, empatie, bellezze. Ma chi è capace di decidere cosa sta dentro e cosa sta fuori questo contenitore? Ci sarà sempre qualcuno capace di produrre cultura, perché essa è tenace, prodotta in qualsiasi situazione o contesto, il nodo della questione è la sua propagazione e le scelte che vi stanno a monte.

In passato i sistemi di veicolazione della cultura erano semplici: la scuola, l’università, l’editoria, le istituzioni culturali, a cui poi si sono aggiunti nuovi mass media come il cinema e la televisione. C’era un controllo determinato dai mezzi, c’erano selezioni severissime, ad esempio produrre un film costava una fortuna e la televisione era di stato. Pensate cosa significava negli anni sessanta controllare la programmazione dell’unico canale televisivo in Italia. L’intera nazione vedeva ogni sera lo stesso programma, il martedì c’era il teatro di prosa e l’indomani ciabattini e portieri commentavano “Morte di un commesso viaggiatore”, gli sceneggiati televisivi (antenati delle serie TV) attingevano dai classici della letteratura, così seguendo le puntate dei fratelli Karamazov in cerca dell’assassino, un po’ di Dostoevskij attraversava gli animi della nazione tutta.

La propagazione seguiva un progetto, che era quello di creare una cittadinanza funzionale al potere politico. La fortuna stava semmai nella bontà (o meno) del potere politico.

Succede poi che un nuovo mezzo di comunicazione di massa irrompa sul pianeta ad aprire frontiere ed informatizzare la cultura. Una rete che attraverso sei gradi di separazione potrebbe mettere in comunicazione fra loro tutti gli abitanti del globo, offrendo a chiunque la possibilità di caricare e scaricare immagini, testi, musica, video e file di diversi formati digitali. All’inizio sembrava che il classismo della rete fosse costituito dal suo accesso: sembrava che poveri, anziani e semianalfabeti ne sarebbero rimasti fuori. Invece non si erano fatti i conti col narcisismo della gente, che si priva di tutto ma non di uno smartphone, mentre il funzionamento di quest’ultimo viene imparato dai bambini prima ancora della scrittura. Nel 1968 Andy Warhol disse “Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per quindici minuti”. La profezia si è talmente avverata che 15 minuti adesso sembrano pochi, siamo in una corsa alla visibilità che spinge le persone a mettere in rete qualsiasi cosa possa diventare virale, cioè cliccata da migliaia di utenti.

Così nell’era in cui la cultura è gratuitamente accessibile in rete, tanta, tutta quella che vuoi, essa è difficile da scovare in mezzo ad un mare di spazzatura. C’è la più ricca enciclopedia della storia, puoi accedere a dati storici e scientifici, informarti sull’intero scibile umano, insieme però a notizie false e fuorvianti, venditori, messaggi violenti, incitamento all’odio, santoni, fattucchiere e predicatori. Una rete talmente fitta di contenuti da celare l’eccellenza come un ago in un pagliaio, solo gli ostinati trovano il proprio alimento culturale, perché sanno in partenza cosa cercare e hanno gli strumenti per non cadere nei tranelli. Agli altri viene fornito ciò che piace, che non è il meglio. Le scelte sono operate da una logica commerciale che pubblicizza prodotti tramite ciò che riceve più visibilità, un algoritmo al ribasso che privilegia volgarità e violenza. Quindi la rete, che inizialmente era democratica, è diventata più classista della peggiore cultura nazional-popolare e pian piano tende a riportare il genere umano ai suoi istinti primordiali.

Eravamo arrivati ad un punto in cui la cultura, nel senso di istruzione, era un progetto familiare ed equivaleva a denaro, potere e prestigio. Studiare era l’unico mezzo per riscattarsi da una vita costrittiva e comportava l’acquisizione di regole comportamentali, mentre il docente era una figura incontestabile e di grande autorevolezza. Adesso il denaro lo si può raggiungere senza la cultura ed esso è più direttamente legato al prestigio in società rispetto al passato, quindi perché istruirsi? – “Perché conseguire una laurea, fare concorsi, per poi guadagnare quanto quel morto di fame del nostro docente? Appunto, chi è costui perché noi dobbiamo prestargli attenzione?” – questo purtroppo pensano oggigiorno molti studenti, senza bisogno di distinguere fra i discenti dei vari corsi di studio; e se irridere il proprio docente comporta maggiore visibilità in rete – “perché non provarci?” –

La privazione delle emozioni, dell’empatia e della bellezza può involvere gli individui fino a queste azioni? Io direi di sì. Il problema non è come sei nato ma chi hai incontrato nella tua strada. Se la preoccupazione della scuola che frequenti è quella di intrattenerti ad ogni costo, abbassando l’offerta formativa al tuo livello, non si fa altro che sposare la filosofia della rete.

Il mondo però ha un enorme bisogno della cultura, che ci rende individui liberi e cittadini attivi, che ci fornisce l’empatia necessaria per capire il prossimo e l’emozione per riflettere.

Il fatto è che sono i malati più gravi a non conoscere la cura, perché non sanno di cosa siano stati privati, quindi il compito di inoculare goccia a goccia la medicina resta come sempre a coloro che sanno.

Abbiamo bisogno di buoni maestri.

Anche se ultimamente nel mondo dello spettacolo si è rischiata la caccia alle streghe, io continuo a rivendicare la valididà della campagna #metoo. Alcune denunce sono state confortate da prove concrete, altre no, qualcuno ha approfittato per ottenere denaro e visibilità, ma non si può negare l’emersione di una abitudine al comportamento abusante nel mondo dello spettacolo, anche quando non si è arrivati alla violenza sessuale vera e propria. L’opinione pubblica si è chiesta se un artista può essere considerato tale ponendo su uno dei piatti della bilancia riconoscimenti internazionali e sull’altro giovani donne umiliate in modi diversi. Personalmente mi chiedo anche quanto valido sia (soprattutto sia stato in passato) il consenso di giovani attrici a scene erotiche giudicate “necessarie” all’opera d’arte. In questo ambito si annovera la vicenda di una giovane attrice (minorenne per le leggi italiane di allora) che secondo denunce e confessioni postume sembra si sia trovata di fronte a scelte professionali che l’hanno umiliata, se non addirittura abusata. Se queste vicende che hanno portato successo al regista hanno al contempo segnato la ragazza al punto da accorciarne l’aspettativa di vita, io vorrei oggi dire qualcosa, a due giorni dalla giornata contro la violenza sulle donne e dall’inizio delle celebrazioni postume del regista in questione. Io vorrei abbracciare virtualmente quella ragazza di 19 anni che si chiamava Maria Shneider, dare voce alla sua versione dei fatti, farle capire che nonostante donna, nonostante vittima di oblio, qualcuno sia ancora capace di ascoltare la sua sofferenza. Non voglio condannare, non voglio rovinare la festa, ma vi invito a documentarvi prima di osannare l’artista. Un tempo dicevamo il personale è politico, io ci credo ancora.