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Napoli non riesco a conoscerla bene, così come Catania, forse perché sono due città che in qualche modo rivaleggiano con Palermo che è la mia città. Quindi non so giudicare se i quartieri descritti da Elena Ferrante: Vomero, Posillipo, il Pascone, il Rione… siano in realtà dei mondi chiusi o sia la sua cifra di narratrice a descriverli così.

Nella quadrilogia de “L’amica geniale” era il Rione il vero protagonista, che respingeva e richiamava i suoi personaggi capricciosamente, come una maledizione. Altra cifra era la mobilità sociale, consentita solo attraverso l’intelligenza e la cutura, sancita da istituzioni come l’Università o le Scuole di eccellenza.

Anche ne “La vita bugiarda degli adulti” troviamo questi temi, ma in modo più esasperato e sofferto. Prima di tutto va detto che l’autrice ci dà pochi indizi sull’epoca in cui si svolge l’azione: ci sono i gettoni del telefono, non ci sono smatphone, cellulari o computers; c’è però la minigonna, ma quella va e viene dagli anni sessanta. Siamo comunque in un’epoca in cui basta studiare sodo per evadere da un quartiere popolare. Come ne “L’amica geniale” l’oggetto maschile del desiderio è un giovane bello, alto e magro che ha fatto il salto sociale tramite una carriera universitaria, lui però resta angelico e autorevole per tutta la narrazione.

Altro mezzo per emergere dal Rione è la bellezza, Giuliana ne ha tanta ed è anche furba nel nascondere la sua ignoranza, ma il gioco non può reggere a lungo, mentre Tonino e Roberto hanno più chance avendo bellezza e cultura insieme. Poi c’è Giovanna, la protagonista, di cui si dice che è brutta sin dall’inizio, però non solo è intelligente ma ha un background che sin dalla nascita l’ha fatta muovere agilmente in ambienti culturali. Poi ci sono le sue due amiche belle e colte, che sono anche sorelle, figlie degli amici più cari dei suoi genitori, tutti intellettuali, professori di liceo e università.

Gli adulti bugiardi sono proprio i loro quattro genitori a cui sembra che la vita non abbia insegnato nulla, soprattutto ad Andrea, il padre di Giovanna, il cui affrancamento dal quartiere d’origine è incompleto. Ha infatti una sorella brutta e volgare, Vittoria, che lo inchioda a quei natali, costituendo una sorta di vivente ritratto di Dorian Gray, in realtà nei tratti somatici è la versione femminile del fratello, che viene descritto come bello.

La tragedia di Giovanna è quella di somigliare alla zia Vittoria, che funziona come il Rione de “L’amica geniale”, una sabbia mobile che intrappola le sue prede e le affonda nella melma. Giovanna viene presa, non sa come liberarsi mentre i genitori, mai diventati pienamente adulti, affondano in altre paludi.

Altra melma è il sesso, che rompe le barriere sociali, ma non riesce a emergere dalla ripugnanza, la protagonista lo vive come iniziazione necessaria, senza amore né trasporto. In realtà faccio fatica a credere che chi è fornito di strumenti culturali venga attratta dal sesso stupido e fine a se stesso, e la cosa succede sia a Giovanna che alla sua amica Angela. E in queste pagine che mi chiedo se l’autrice sia veramente una donna.

Sono una grande estimatrice di Elena Ferrante e fino ad ora non avevo voluto partecipare alle speculazioni sulla sua identità, ma con questo romanzo inizio anch’io a farmi qualche domanda. Sembra infatti trasparire in lei una profonda sfiducia nell’istituzione familiare e anche un rancore nel rapporto madre-figlia. Le sue pagine più belle sono quelle in cui descrive le dinamiche di un mondo chiuso, probabilmente il Rione l’ha vissuto per davvero. Mi piace molto anche la sua fiducia in una mobilità sociale affidata alla cultura, ma se un tempo questo poteva succedere adesso mi sembra solo una speranza.

Ormai i mondi chiusi si sono aperti l’uno all’altro ma in modo disordinato, nei rioni avviene la gentrificazione, nelle università c’è il baronato, le case editrici vendono anche le opere degli ignoranti e i giovani più studiano e più restano fuori dal mondo del lavoro. Quel che è peggio è che anche la malavita è uscita dai Rioni, conquistando il mondo della finanza, dei laureati e dei ben vestiti.

La recensione di oggi riguarda “Cronache di Poveri Amanti” di Vasco Pratolini, il romanzo è ambientato tra il 1925 e il 1926, è stato progettato nel 1936 ed è stato pubblicato dalla casa editrice Vallecchi solo nel 1946. Io l’ho letto due anni fa ma decido di parlarne adesso, perché in questi giorni mi torna alla mente il clima di cupa oppressione che sopravanza in una società fondata su basi democratiche e legalitarie. Un momento in cui forse c’è ancora una democrazia da recuperare ma l’opinione comune spinge invece rovinosamente dall’altra parte.

Nel discorso di inizio anno del 1925, Benito Mussolini si assume esplicitamente la responsabilità politica dell’omicidio di Giacomo Matteotti. E’ quindi iniziata la dittatura e in tutto il Paese si verificano arresti di massa, atti intimidatori, aggressioni, punizioni esemplari, omicidi, operate dalle squadracce fasciste che si sostituivano alle forze dell’ordine o non trovavano da queste ultime alcuna opposizione.

Il romanzo descrive il piccolo mondo esemplare che si svolge in via Del Corno a Firenze, un vicolo stretto e quasi cieco di impianto medievale, tra Palazzo Vecchio e il rione di Santa Croce. I poveri amanti stanno a significare persone umili, di semplici sentimenti, il cui nemico comune è una vecchia megera proprietaria dei loro immobili. Però in questo microclima si infiltra a poco a poco un maligno superiore alla megera che è il fascismo, intristendo ulteriormente le loro vite, levando l’aria, opprimendo, uccidendo.

Il pregio di questo romanzo sta nella descrizione della nascita di una dittatura, vista dal punto di vista della gente comune, ed è un monito per le generazioni future, per le tante volte in cui per pigrizia si evitano di cogliere i segnali prodromici. C’è sempre un momento in cui a posteriori si potrà dire “lì ancora si poteva fare qualcosa”. Forse noi l’abbiamo già superato con i fatti di questi giorni.

Premessa

Chi ama la scrittura riconosce quella buona anche fuori dalla pagina, prima la poteva trovare nel cinema ora anche nelle serie TV, anzi, queste sembrano diventate il nuovo business dello scrittore; tanto che spesso, anche inconsciamente, la tastiera è mossa dalla speranza che il proprio romanzo ne possa ispirare una. Non si tratta di tradire il mestiere, o vendersi alla semplificazione. E’ chiaro che l’arbitrio dello sceneggiatore rischia di essere influenzato dalle logiche di mercato, ma in questo contesto c’è chi non solo riesce a creare un prodotto di qualità, ma anche ad essere pure premiato dall’audience. Chapeau! Perché l’impatto di una serie TV sulla cultura di massa, sarà sempre maggiore di quella di un bestseller cartaceo.

Detto questo, parliamo di Succession, serie prodotta dalla HBO e distribuita in Italia da Sky, ideata da Jesse Armstrong (un giornalista inglese che aveva lavorato su una biografia di Murdoch), che scrive la sceneggiatura insieme a Lucy Prebble, Jonathan Glatzer, Susan Stanton, Georgia Pritchett, Jon Brown, Tony Roche e Anna Jordan.

Trama

Succession titoli di aperturaSi inizia dai titoli di apertura, componenti essenziali della serie che vanno visti più volte, andando avanti e indietro fra i fotogrammi di artefatti spezzoni in Super8, ricreati nei minimi particolari per sembrare rubati a una narrazione casalinga. Immagini ambrate che spalancano le porte sulle dimore di una famiglia costituita principalmente da quattro bambini, soli, all’inseguimento dello sguardo paterno. A distanza si intravede una delle tante mogli del padre. La colonna sonora di Nicholas Brittell esordisce con toni epici branditi come colpi di gong, e la stessa musica accompagnerà la narrazione attraverso le puntate, con le sue variazioni pianistiche capaci di cambiare registro dal drammatico al leggero, quando commenta i primi piani dei momenti più esilaranti, strepitosa! 

Dopodiché abbiamo una saga familiare che ci racconta la vita di un magnate dell’intrattenimento commerciale, dai parchi a tema alle crociere, dalla carta stampata alle TV, un moderno Re Lear che potrebbe somigliare a Rupert Murdoch, e si ammira la disinvoltura della piattaforma Sky nel trasmettere la serie. La solita saga sui potenti? Ostentazione di lusso, feste meravigliose, bei vestiti e belle dimore? Una serie che al contrario ti ta fa odiare i ricchi e progettare una nuova rivoluzione di ottobre?

Non proprio.

Già nella prima puntata possiamo scorgere gli sguardi disorientati dei nostri eroi quando da abitacoli insonorizzati di mezzi privati (auto, elicotteri, aerei o imbarcazioni) guardano fuori dal finestrino: i bambini sono cresciuti ma non hanno contezza del mondo reale. Crollano già nella puntata successiva, quando sono costretti a prendere atto dell’uguaglianza terrena di fronte alla malattia, tanto che uno di loro afferra per la collottola un medico ospedaliero urlandogli invano: “Ma l’ha capito chi siamo noi?”

Sono talmente vulnerabili da suscitare incredulità, talmente sconclusionati da diventare comici, talmente imbarazzanti da essere sgradevoli. Potrebbero essere felici, se solo la mela del peccato non stesse a tentarli uno ad uno, prima o poi, fracassandone l’autostima con la promessa di mantenere o conquistare la poltrona di Chief Executive Officer; che si profila ora all’uno ora all’altro nel corso di due serie che stanno per diventare tre. Il succo è tutto nel profilo psicologico dei personaggi e dei processi che alimentano il meccanismo della manipolazione narcisistica operata dal padre imperatore.

Ma è la cifra dell’humor sottile che fa di questa serie un prodotto eccezionale, un vero spasso in cui di frequente oltre che ridere inneggi alla genialità: nei dialoghi, nelle situazioni, nell’abbigliamento come negli arredi, non c’è un solo dettaglio che non sia stato studiato  a dovere.

Analisi dei personaggi

Il capofamiglia è Logan Roy, interpretato da Brian Coxpatriarca della Waystar Royco, colosso mediatico messo su in cinquant’anni di scorrettezze e illegalità. La serie si apre sui suoi anni di declino in cui, temendo di perdere il controllo, gioca sulle promesse fatte all’uno o all’altro figlio per fiaccarne l’autostima e dimostrare di essere insostituibile: è il solito cliché nel narcisista manipolatore. Nella vita mi è capitato di frequentare almeno due persone di potere che avevano queste caratteristiche e vi posso dire che, tanto la caratterizzazione di Brian Cox è azzeccata che in alcuni momenti mi viene da sovrapporre i loro volti a quelli di Logan. E questo sia nella versione in lingua originale che nel doppiaggio, perché lui del manipolatore sa riprodurre soprattutto i silenzi, gli sguardi altrove, l’evitamento, i mugugni, il disprezzo, gli scatti d’ira e le piccole perfidie; ma anche sa ammaliare la preda in fuga con quello sguardo che l’attira ancora una volta, foss’anche l’ultima, e che dice: “stavolta papà ti vuol bene”.

Kendall Roy, chiamato anche Ken, interpretato da un magistrale Jeremy Strong è il figlio che per primo vediamo al tritatutto. Sebbene dimesso da una clinica di riabilitazione dalla cocaina, è il più papabile successore perché ha esperienza nel business familiare, semmai è la spregiudicatezza a mancargli. Colleziona sconfitte con una capacità di resilienza che sconfina nel masochismo. Esilaranti i piani sequenza in cui Ken procede solitario nei corridoi deserti della compagnia, con i lembi del cappotto in avanti che lo fanno somigliare a un piccione.

Roman Roy, interpretato dal divertente Kieran Culkin, (fratello degli attori Macaulay e Rory) è un secondo fratello. Figura clownesca che ha bisogno di mettere di mezzo un simbolo del brand di famiglia ogni volta che vuole raggiungere l’orgasmo, e di espedienti ne trova davvero tanti. Un vigliacco dalle battute al vetriolo e dalle cadute metaforiche da cui sa sempre rialzarsi. 

Siobhan Roy, chiamata anche Shiv, interpretata da Sarah Snook (bellissima attrice dall’irregolare aspetto scandinavo). E’ l’unica figlia femmina di Logan (forse gemella di Roman?), è intelligente e ha scelto di non stare nella compagnia, addirittura lavorando in politica per i democratici (Logan è ovviamente Repubblicano e le sue TV somigliano a quelle della Fox). Sembra al riparo dal pericolo ma il lupo Logan arriverà anche a lei. Dalle principesse uno si aspetta che sposino il principe azzurro ma non è così, perché quelle che hanno tutto vogliono mariti imbecilli e lei ne trova uno esemplare in Tom Wambsgans, interpretato da Matthew Macfadyen.

Connor Roy, interpretato da Alan Ruck è il figlio più anziano, ma anche l’unico a non condividere la madre con gli altri; della sua poi Roman dirà che era pazza, perché fra loro i bambini sono molto affettuosi. Lui s’è creato un suo mondo fatto di natura, buone pratiche e aiuti filantropici; ci ha anche messo una compagna scelta su catalogo, perché in realtà è una escort a cui paga l’esclusiva. Sembra scemo e forse lo è davvero.

C’è la matrigna Marcia Roy, interpretata da Hiam Abbass, moglie pensante del magnate, sicuramente non giovane e non sopramobile, anche se dotata di fascino e determinatezza. Sembra l’unica che abbia del senso pratico e un pò di istinto materno, merce rara in famiglia, ed è questo che le permette di tenere tutti in pugno, manipolare ed esercitare le sue rivincite sociali.

Poi c’è il cugino Greg Hirsch, interpretato da Nicholas Braun. La mamma gli ha fatto credere che il sogno americano possa realizzarsi con uno zio ricco, saltando la frequentazione di prep schools e golf clubs, ma in America questo non viene perdonato facilmente. Se non bastasse la sua impreparazione, a renderlo ridicolo c’è anche una corporeità eccedente che lo porta a parlare a sproposito, inciampare e fracassare. A forza di pestare i piedi a tutti, imparerà a servirsi della sua invadenza.

Il clan dei Roy si completa di fedeli servitori dell’impero, soci e vari ex partner. Vivono all’ombra della famiglia Roy, ma a poco a poco si accorgeranno di avere nella normalità il proprio punto di forza.

Conclusioni

Indicato a chi piacciono i dialoghi raffinati e ben scritti, l’humor sagace e pungente, la buona musica e la cura dei dettagli. Se avete questo profilo e non lo avete ancora visto vi invidio, mettetevi comodi e godetevelo tutto.  

Confesso di aver letto “Sottomissione” di Michel Houellebecq solo perché sottoposto dal mio circolo di lettura, e solo per questa ragione sono riuscita a finirlo, disprezzandolo. Mi disturbava il suo confondere l’Islam col mondo Arabo, l’approssimazione con cui metteva le mani in una questione delicata, soprattutto il rapporto che col genere femminile ha il protagonista, sospetto alter ego dell’autore. Si tratta di un romanzo distopico che immagina la Francia del 2020 caduta sotto il dominio di un partito islamico (la Fratellanza Musulmana) che, avente come presidente il musulmano di seconda generazione Mohammed Ben Abbes, impone al paese una sorta di Sharia attenuata a cui le élite francesi si adeguano, collaborando con il nuovo regime fino a compiere un vero e proprio atto di “sottomissione” all’Islam.

Allontanato dal suo incarico dal nuovo regime, il protagonista attraversa un periodo di depressione che quasi lo porta al suicidio, ma quello che principalmente rimpiange della sua docenza è la facilità di attirare le studentesse, che vuole solo portare a letto. Si intuisce infatti che non è capace di alcuna empatia verso il genere umano: donne, genitori, colleghi. Ad analizzarlo con attenzione il suo sembra il profilo di uno stalker o di un serial killer. Altra cosa che lui rimpiange del mondo libero è il poter spogliare con gli occhi le donne per strada, mentre col nuovo regime sono tutte costrette a indossare il burka. Certo, se questo indumento costituisce motivo di disappunto per uno sporcaccione come il nostro protagonista, si è paradossalmente indotti ad apprezzarne le sue qualità. Alla fine si sottomette anche lui, per ritornare a occupare la sua cattedra universitaria, ma soprattutto perché a conti fatti apprezza i vantaggi della poligamia con spose giovanissime costrette ad sottomettersi ai matrimoni combinati.

Questa è quindi la trama, che si intuisce già dalle prime pagine. Il romanzo ha avuto un’accoglienza molto controversa, fra chi è stato folgorato dall’elemento profetico e chi si è risentito della sua provocatorietà, unita a una vena di razzismo e un’insopportabile misoginia. Io sono fra questi ultimi. Vi è anche da registrare una nota un pò macabra: il libro è uscito in Francia nel giorno dell’attentato alla sede di Charlie Hebdo.

Come mi era già successo nel caso di Oriana Fallaci, non accetto il ricatto morale per cui un’opera ideologicamente contraria al proprio pensiero debba essere giudicata con maggiore indulgenza: il romanzo è scritto male, i personaggi sono scontati, non c’è alcuno sforzo nell’immaginare un mondo diverso dal proprio, cosa che ci si aspetterebbe in un racconto distopico.

La difesa di uno stato libero dal pericolo musulmano, sia da parte del protagonista che del suo autore, mi induce poi a riflettere sui valori che si vorrebbero tutelare, in una società occidentale che vede crescere il numero dei femminicidi, degli stupri e delle violenze fisiche e psicologiche sulle donne. Sembra quasi un grido di allarme di uomini che rivendicano il diritto di primogenia sopraffazione sulle proprie donne. Nella moderna New York esistono comunità di ebrei ortodossi in cui le donne sono costrette al matrimonio combinato, devono sfornare carrettate di figli che poi dovranno accudire e mantenere da sole, mentre i propri mariti pregano e basta; in più vengono mortificate da un abbigliamento monacale e dalla rasatura dei capelli. In tutta europa ci sono comunità protestanti e cattoliche in cui il ruolo della donna è subalterno a quello dell’uomo. Nel nostro paese c’è una religione di stato in cui le donne di chiesa hanno ruoli subalterni a quelli dei colleghi uomini. Sono queste le nostre società libere?

Non è invece la “sottomissione” della donna una pratica trasversale a tante religioni? Non sarà che la difesa dei fantomatici “valori fondanti” di ogni società si traduca sempre in un fanatismo religioso che mortifica il genere femminile?

Forse la mia è una provocazione, più che altro un invito a riflettere.

Se riesci a leggere 437 pagine in 48 ore è doveroso fermarsi a pensare. Soprattutto se avevi comprato il romanzo per curiosità, pensando solo di sfogliarlo, per poi non riuscire a staccarsi dalle sue pagine. A quel punto decidi di rispondere anche tu alle domande che attanagliano da questa estate il mondo dell’editoria, mentre case editrici e agenzie letterarie sono alla ricerca del clone de “I leoni di Sicilia” (e probabilmente lo troveranno troppo tardi, quando i gusti dei lettori si sposteranno su un altro genere):

  1. Come è riuscito questo romanzo a diventare un caso letterario?
  2. Perché una saga sulla famiglia Florio viene pubblicata da una casa editrice che si chiama “Nord”?
  3. Perché altri non ci avevano provato prima?

Provo a rispondere con ordine:

  1. La ricetta per scrivere un caso letterario vorremmo averla tutti ma non c’è, inutile cercarla.
  2. Avrebbe potuto pubblicarla Sellerio, Mondadori o Enaudi, chiedete a loro.
  3. Ci avevano provato eccome, infatti il segreto del successo non sta nel soggetto quanto nella scrittura di Stefania Auci. (in piccola parte anche in una copertina accattivante, che non ha molto a che fare con i personaggi narrati.)

A Palermo la famiglia Florio gode di un culto che va oltre la sua capacità imprenditoriale. Come tante famiglie non ha retto alla terza e quarta generazione, una maledizione che ha visto in città ascese e cadute per l’incapacità di mantenere il capo chino sui bilanci aziendali. In loro arriva prima o poi il desiderio di sbattere il denaro in faccia a quei nobili che li avevano trattati dall’alto in basso, e finiscono col vivere come loro, mischiarne il proprio sangue e restarne contagiati.

Però vissero alla grande! Si, alla grande… e così se ne andò un patrimonio.

Nel caso dei Florio il culto è anche alimentato dalla figura di Donna Franca, della quarta generazione, prima di tutto una siciliana alta e poi dotata di un fascino che le fotografie dell’epoca non riescono a mostrare, ma ci riuscì il pennello di Boldini.

Date queste premesse, tanti hanno cercato di descrivere il mondo dei Florio, vantando conoscenze dirette, mostrando deferenza e ammirazione, attenendosi alla documentazione certificata. Invece Stefania Auci, pur documentandosi a dovere, ha osato farne un racconto di finzione, romanzando una vita privata che non ci era dato conoscere, entrando perfino nella camera da letto di Giulia e Vincenzo Florio. La prima cosa che ammiro in lei è dunque l’audacia.

La seconda cosa che ammiro è la scrittura, che io ritengo ragione principale del suo successo. In una narrazione tutta al presente lei stordisce il fisico del lettore con le scosse del terremoto di Bagnara Calabra, fa sentire in bocca la polvere delle macerie, ammaraggia lo stomaco nella traversata a bordo dello schifazzo, disturba l’olfatto con l’olezzo umido dei bassi della Vucciria, guarisce il male con le erbe contenute negli albarelli dell’aromateria. Qualche considerazione va anche fatta sul dialetto che lei adopera: asciutto, mai ammiccante, smarcato da quello mal masticato di chi fa finta di conoscere i quartieri bassi, ma in reltà li guarda dall’alto. Mi piace molto il suo linguaggio e mi piacciono anche i siparietti storici all’inizio di ogni capitolo: utili e ben scritti. Quando Stefania Auci si affrancherà dalla fatica della saga dei Florio, mi piacerebbe sentire il suo racconto non verista della Sicilia più cruda: racconti delle campagne, delle saline e delle zolfare. La sua scrittura ne ha facoltà.

Tornando a “I leoni di Sicilia”, abbiamo letto il primo volume della saga che ci descrive le prime due generazioni, quelle meno raccontate, in cui inizia ad arrivare la ricchezza e il desiderio di magnificenza è ancora contenuto. La narrazione si svolge principalmente dentro la Vucciria, dove nel primo tentativo di mischiarsi all’aristocrazia la padrona di casa si mostra a disagio, e forse lo è anche l’autrice. Credo che lì l’editing doveva essere più attento, sicuramente dovrà esserlo nel prosieguo, dove si racconterà il mondo delle belle Epoque palermitana, in cui i dettagli avranno il loro peso. Ci vorrebbe un Julian Fellow nostrano, attento al modo di apparecchiare la tavola, così come alle fasi della vestizione di una dama.

Dico questo perché mi spiacerebbe veder sprecato il talento di Stefania Auci, dalla sicurezza di vendere comunque e dalla sottovalutazione dei particolari. Si ricordi la casa Editrice Nord che, nel girare il Gattopardo, Visconti riempì di abiti d’epoca armadi che non dovevano neanche essere aperti, per questo mandò sul lastrico la casa di produzione ma mantenne il patto con lo spettatore. Luchino Visconti era aristocratico di suo e si muoveva a suo agio, in questo caso vale la pena avvalersi di un buon consulente.

Carissimo Delio,
mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così?
Ti abbraccio.
Antonio

Questo scriveva dal carcere Antonio Gramsci al figlio Delio, per incoraggiarlo a studiare la storia o per compiacersi di una passione comune. La storia che si studiava a scuola negli anni del fascismo era principalmente incentrata sulla memoria di date e l’elencazione di guerre e azioni diplomatiche. Seppure da uno sguardo più obiettivo la storia che studiai io, a cavallo fra gli anni sessanta e settanta, era ancora incentrata sul nozionismo, eppure riuscivo a intravedere attraverso date e battaglie la vita di allora, immaginarmi vita sociale, stili di vita, abbigliamento, cibi. Dai libri di scuola delle mie figlie, negli anni novanta, notai invece con piacere che si introducevano linee del tempo, immagini a colori, incursioni nella storia dell’arte e della letteratura. Parallelamente insegnavo storia del costume e sulla traccia della “Storia sociale dell’arte” di Arnold Hauser, iniziai a guardare la storia in senso progressivo, procedendo in parallelo con le varie discipline che più mi interessavano, fra le quali ovviamente la storia del vestire, immaginando anche le piccole vite che compongono la storia.

Un giacchino di taglio neoclassico su un corpetto sagomato alla moda del diciannovesimo secolo per una regina dell’epoca elisabettiana, anche la pettinatura è poco credibile.

Il metodo di studio della storia andava dunque svecchiato, pur di garantire alla cultura di massa quello sguardo sul passato che aiutasse a comprendere il presente ma, detto questo, mi sembra che qualcuno adesso stia esagerando.

Oggi si assiste a un revival del romanzo storico, in letteratura così come nella trasposizione cinematografica e televisiva, si scrive anzi in quest’ottica ed in fondo è comprensibile, dato che con la sola parola stampata si guadagna molto poco. Però, piuttosto che approfittare del momento per condurre il lettore/spettatore nel passato, si porta il passato nel presente per la paura di annoiarlo. In più, affidando l’indice di gradimento a strumenti di rilevazione in prevalenza familiari a una determinata fascia d’età, si confezionano prodotti buoni solo per i followers dei giovani influencer, ignorando un pubblico che, crescendo d’eta, potrebbe essere più esigente.

L’Angelica ossigenata e iper truccata alla moda degli anni sessanta.

Da bambina mi indignavo per il rossetto, l’eye liner e la cotonatura della protagonista della serie di Angelica, che peccato trattare il diciottesimo secolo col gusto contemporaneo! Cucire i corpetti con le pinces, ridurre i pannier, far luccicare i tessuti così come si usava ai tempi delle riprese. Ma si sapeva che i romanzi di Angelica erano al limite della letteratura rosa. Poi vennero i Tosi, Canonero, Pescucci, Donato, Squarciapino a dirci cos’era la creatività nella ricerca storica e il patto con lo spettatore si fece serio, portandolo per mano nell’atmosfera dell’epoca raccontata.

La super premiata serie tratta da Guerra e pace, con un abito da sera degli anni duemila.

Adesso questo sta venendo a noia e non solo per un problema di costi, che potrei comprendere, ma per la velleità di abbassare i personaggi al livello odierno, quello cioè di un’offerta culturale mordi e fuggi in cui identificarsi: bambini rinascimentali con la calzamaglia di lycra, gorgiere indossate su abiti che dal taglio sembrano del diciannovesimo secolo, ambienti e pettinature poco credibili, make-up moderno. Viene da rimpiangere il pressapochismo di Angelica, almeno quello era dettato dall’ignoranza, alla quale si può sempre rimediare, quella odierna è invece la velleità di considerare il presente come unico scenario comprensibile. In un’epoca in cui si viaggia per il mondo, non sia ha al contrario nessuna voglia di osservare il reale passato. E questo non riguarda solo le scene e i costumi della trasposizione visiva ma parte dalla scrittura. Romanzi iper pubblicizzati, iper venduti e iper premiati che entrano furtivamente nella camera da letto di personaggi realmente esistiti per denigrare di una coppia, chissà perché, principalmente la donna (le torbide passioni vendono e pazienza se non sono vere o qualche erede potrebbe addolorarsi); ricevimenti in piedi ambientati nella metà del diciannovesimo secolo, in cui il cibo viene offerto in vassoi d’argento e pirofile (brevettate un secolo dopo). Capisco che spesso chi scrive, per età e formazione familiare, non ha conoscenza di certi dettagli e li consideri inessenziali, ma un tempo c’era la consulenza storica, oltre che l’editing, e magari meno pagine verificate dal punto di vista storico sarebbero preferibili alle 600-800 pagine in cui le inesattezze gettano per terra la tensione del lettore. Ma tanto nessuno contesta e quando questo avviene gli si risponde che non è possibile controllare ogni parola che si scrive. Certo l’errore storico sfugge e persino Visconti fece i suoi, piccolissimi e in buona fede, adesso invece si assiste alla voluta sottovalutazione della storia, che del resto viene anche sminuita nelle ore scolastiche.

Domenica a Palermo si è svolta una giornata di festeggiamenti per celebrare il glorioso Giornale L’Ora, erano presenti molti amici e per me è stata occasione di piacevoli memorie. La memoria è però spesso accompagnata dalla nostalgia, in questo caso non solto delle nostre giovinezze ma per una riuscita formula di finanziamento editoriale che forse ne L’Ora ha vissuto un unicum, grazie però ad alcune sinergie. Principalmente la volontà del PCI del 1954 di finanziare un quotidiano del pomeriggio senza farne un organo di partito, seconda cosa la fermezza con cui il direttore di allora Vittorio Nisticò tenne a giusta distanza i dirigenti di quel partito, terza cosa la felice acquisizione di penne meravigliose quali Aldo Costa, Marcello Cimino, Giuliana Saladino e Mario Farinella, solo per citarne alcuni. Il giornale, si sa, fece scuola a bravi giornalisti che poi si sono spostati in testate nazionali. Non dimentichiamo però che un giornale tanto coraggioso poteva sopravvivere solo grazie ai finanziamenti di un partito che in questa azione esercitò una delle più felici strategie politiche, che per anni combatté la mafia orientando a sinistra una buona fetta di elettorato, che spaziava lall’elite intellettuale al proletariato. Ho memoria di mio padre che per dovere di partito ogni mese si recava a Roma dal compagno Terenzi per garantire lo stipendio dei dipendenti. Aver tolto vitalità a L’Ora è stato uno dei maggiori sbagli del PCI negli anni in cui stava cambiando nome e identità. Vittorio Nisticò, il compianto Giacomino Galante e mio padre tentarono invano l’avventura della NEM, Nuova Editrice Meridionale, quando già il muro di Berlino stava per crollare, e ricordo la consapevolezza di non farcela, le riunioni fino a notte con Nisticò, il dovere di lottare fino a l’ultimo contro i mulini a vento. Il L’Ora è stato quindi un grande esempio di impegno civile, anche se irripetibile, ed è giusto ricordarlo.

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2019/09/29/foto/palermo_l_ora_ha_una_strada_piazzetta_napoli_intestata_al_giornale-237238938/1/#1

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