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Sole e Luna

In una delle tante 3°B del mondo c’è una ragazzina bionda con gli occhi azzurri, seduta al primo banco a destra, un pò di sbieco per ampliare la sua audience a chi le sta dietro, bella e adulata dalla scuola intera, si chiama Sole.

Più in fondo a sinistra, in quell’area della dimenticanza da cui si emerge solo per le interrogazioni, sta invece una ragazzina che sembra delle medie, tanto infantile è il suo aspetto, di rado chiacchiera con i compagni, si chiama Luna.

Sole ammicca durante le spiegazioni, suggerirsce ai compagni distratti e sorride all’insegnante quando interrogata, ha ottimi voti.

Luna ha un rendimento discontinuo, non si impegna a sufficienza in alcune materie, si appassiona troppo in altre, mettendo in imbarazzo l’insegnante con nozioni exstrascolastiche che poi si rivelano esatte, a stento ha la media del sei.

Sole è campionessa di ginnastica artistica, è stata eletta tre volte Miss e ha un’intensa vita di relazione. Luna quasi non ha amici, legge tanto e per il resto fa lunghe passeggiate all’aria aperta, amando immensamente la natura.

Sole adula le sue simili facendole sentire importanti, Luna non riesce ad evitare di spiattellare la verità in faccia. Tutte le ragazze del liceo vorrebbero essere come Sole e temono di somigliare a Luna.

Sole ha sempre amato farsi fotografare ma, da quando è arrivato lo smartphone, ha preso a riprendersi da sola e postare la sua immagine sul proprio blog e sui social network.

Luna legge avidamente pubblicazioni scientifiche recependo gli allarmi sulle condizioni ambientali del pianeta, minacciate dalla mano dell’uomo; si accorge dell’indifferenza generale e capisce che non c’è molto tempo per cambiare rotta. Si sente impotente e incompresa e di questo fa una malattia.

Le immagini ammiccanti di Sole sui social network hanno molto successo, al punto che google le garantisce un piccolo reddito mensile. “Non sarà pericolosa questa esposizione?” Commentano preoccupati i suoi genitori, che poi concludono: “Però è tanto bella ed è giusto che sia ammirata, saprà cavarsela.”

Luna decide di marinare la scuola ogni venerdì e mettersi davanti al cancello con cartelli che richiamino l’attenzione sull’allarme ambientale. “Non sarà troppo esposta alla derisione altrui?”
Commentano preoccupati i suoi genitori, che poi concludono: “Però il suo allarme è reale ed è giusto lasciarla libera di esprimersi, semmai diamole una mano.”

Con i proventi delle inserzioni pubblicitarie Sole acquista abiti di lusso e diventa icona di stile, i suoi fans la chiamano Fashion Blogger e le sponsorizzazioni la rendono milionaria. Qualcuno si accorge di Luna seduta col suo cartello fuori dalla scuola, perlopiù è gente che da tempo dice le stesse cose inascoltata, che si unisce a lei ritenendo efficace la sua protesta.

Sole è invitata alle sfilate delle settimane della moda di Parigi, Milano, Tokyo e New York, volando da un continente all’altro con un jet privato. Luna, che fra le maggiori cause di inquinamento ambientale elenca le emissioni dei jet, attira l’attenzione di alcuni giornalisti locali, che le dedicano articoli e servizi.

Non c’è evento mondano che non veda Sole fra gli ospiti d’onore, mentre la sua impresa, che dà lavoro a centinaia di persone, diventa oggetto di studio delle scuole di business. Molti giovani decidono di unirsi ai venerdì di protesta di Luna, che nel frattempo incontra leaders politici della sinistra europea.

Sole ha milioni di followers in ognuno dei social media in cui ha un account; uno stuolo di fotografi, redattori e addetti all’immagine, curano i post per lei. Anche Luna, seppur timida e schiva, decide di aprire degli account sui principali social media, le sembra un buon modo di veicolare la protesta, inizialmente l’aiuta la mamma.

In breve tempo i followers di Luna superano il milione. Solo a questo punto, non tanto Sole che magari ne condividerebbe le istanze, quanto il mondo sponsorizzato dalla sua narrativa, si accorge di Luna. All’inizio, ad essere percepito come una minaccia non è il suo messaggio destabilizzante, quanto il numero di followers: Come avrà fatto? Di quali hakers si sarà avvalsa? Chi ci sarà dietro di lei? Solo le ragazze carine e alla moda hanno successo a questo mondo! Poi, studiando bene il caso, ci si accorge che alle confortanti menzogne della narrativa capitalistica, Luna contrappone una inquietante verità, che rischia di mettere in discussione un sistema economico fatto di suicidale spostamento di merci, scarti di produzione, inquinamento atmosferico, plastica negli oceani e veleni nel sottosuolo. Quella ragazza va fermata! E uno stuolo di haters sui social media sembra la mossa iniziale più azzeccata.

La cosa incredibile è che si rimproveri a Luna tutto quello che a Sole viene perdonato: “è pagata da qualcuno” “è manovrata” “è troppo giovane per avere tanto successo” “quel che dice non può essere farina del suo sacco”.

Poi si inizia a mettere in discussione la sua coerenza in campo ambientale, con stuoli di fotografi che la seguono passo passo, nella speranza di vederla bere da un bicchiere di plastica.

Purtroppo la campagna di denigrazione ha il suo successo, quella ragazzina inizia a diventare antipatica, perché alla cruda realtà da lei protestata la gente preferisce una narrativa rassicurante e menzognera, dove si crede di poter un giorno diventare famosi quanto Sole, dove nessuno sta a ricordarti il prezzo ambientale di ogni tuo gesto, dove si rimanda alla prossima generazione il conto di quello che fai adesso.

Nel frattempo le due ragazze crescono, mentre il sole e la luna vedono quel piccolo pianeta chiamato terra che si desertifica e autodistrugge, in attesa di un’altra era glaciale.

Manoscritto e dattiloscritto de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

L’altro giorno ascoltavo a Radiotre un ritratto di Sándor Márai del quale veniva riportata una frase che vorrei fare mia: “io scrivo per il cassetto”.
Márai voleva dire che, all’inizio della sua carriera di scrittore, si era rassegnato a scrivere per un pubblico di lettori molto limitato e sappiamo che, nel tempo, la frase è stata smentita dal suo successo. Il cassetto era il luogo in cui, in tempi preinformatici, venivano conservati i manoscritti rifiutati dagli editori. Quanti manoscritti sono stati trovati da figli e nipoti al momento di svuotare la casa di una defunta o un defunto! Opere dattiloscritte che racchiudevano passione, amore, ricerca, aspettative; opere che a quei tempi erano state riprodotte al massimo in tre copie, l’ultima delle quali macchiata dalla carta copiativa e difficile da leggere, magari con qualche correzione a penna, refusi di cui ci si accorgeva troppo tardi o ripensamenti dell’ultimo momento. Pensate quanto era difficile scrivere a quei tempi!

Adesso il cassetto di chiama “cloud” accessibile da un “account”, dentro il quale si nascondono “file”, ovvero manoscritti che di manuale non hanno più nulla ma che lo stesso nascondono amore, ricerca e aspettative. E’ più semplice corregerli e riprodurli, persino condividerli. Resta però insoddisfatta la speranza che siano letti, e non dipende solo dal talento, almeno non da quello letterario. Mi ricordo di un’intervista di Maurizio Costanzo a Corrado Pani, tanti anni fa, in cui alla domanda un pò banale “cosa è richiesto per diventare un buon attore” Pani in modo tagliente rispose “saper portare l’automobile”. Non era una persona molto spiritosa Corrado Pani, io avevo avuto occasione di conoscerlo e mi era sembrato un uomo ombroso, ma quella frase mi sembrò molto sarcastica e rivelatrice di un mondo, quello del teatro italiano, in cui le lunghe tornée sfiancano i membri di ogni compagnia. Ecco, facendo un parallelo col mondo letterario si potrebbe rispondere che per essere un buon scrittore è richiesta qualcosa che con la scrittura non ha molto a che fare, e che spesso è in contraddizione col carattere di chi spende lunghe ore della giornata a ricamare parole che possano esprimere i propri sentimenti, cioè “conoscere tanta gente”. Non dico che necessariamente bisogna conoscere gente famosa capace di raccomandarti, piuttosto essere ben introdotti nella società del posto in cui si vive, in modo da garantire all’editore la vendita di quel migliaio di copie che consenta al titolo di sopravvivere in un catalogo. Tutto il resto è macero, con grande sofferenza delle nostre foreste.

Ciononostante si scrive, sempre di più e si legge, sempre di meno. E’ un pò quello che succede nel campo della recitazione, dove sono più gli aspiranti attori che gli utenti delle sale di prosa. Ma deve questo scoraggiare chi scrive o chi recita? Dipende dal modo in cui ci si avvicina a queste attività. Se l’aspirazione è quella del successo siamo proprio fuoristrada, diventare famosi con la scrittura, così come con la recitazione, ha la stessa percentuale di riuscita di quella di uno spermatozoo. Però degli spermatozoi noi vediamo solo quelli che hanno avuto successo, senza considerare gli altri, così come dei manoscritti noi vediamo solo quelli che sono riusciti ad uscire dal cassetto.

Se però lo scopo di scrivere è “scrivere”, cioè passare un pò di mesi con i propri personaggi, immergersi in un ambiente e in un periodo storico, immaginare la trama e le controscene, i protagonisti e i comprimari, battere il proprio cuore con quello di ognuno di loro, allora io dico “benvenuto cassetto” voglio scrivere per te, voglio che tu sia il mio interlocutore, perché di scrivere non so fare a meno.

A un essere umano si può togliere il cibo, la casa, la salute e avrà ancora modo di sperimentare la sua capacità di resilienza, ma è quando gli si toglie la dignità che le sue reazioni rischiano di essere incontrollate, potrebbe perfino avventarsi su chi sta peggio di lui diventando cattivo.

Sono tanti i modi in cui si possono privare gli altri della propria dignità: la violenza sessuale, la tortura, l’uccisione dei propri cari, il coinvolgimento in attività criminose; ma vi sono anche modi più subdoli e purtroppo legali per mortificare la persona umana e che io identifico nella costrizione, per mancanza di alternative, a svolgere lavori umilianti.

Per me lavori umilianti sono tutti quelli in cui non si percepisce il senso di ciò che si sta facendo o, peggio ancora, se ne percepisce uno indicibile: ad esempio produrre cose che poi vengono gettate nelle discariche, coltivare cibi che poi andranno al macero, mungere latte che poi sarà pagato una cifra ridicola, ingannare le persone con la finanza tossica, tormentare la gente dai call center o fermandola per strada. E’ umiliante anche svolgere in modo schiavistico lavori che prima conferivano appagamento e creatività, ad esempio cucire: perché un conto è farlo in un laboratorio con orari e rapporti umani, un conto è essere messi in lunghe file, con diecimila altre persone a cui non puoi rivolgere la parola, senza poter alzare lo sguardo per venti ore consecutive. Il lavoro umiliante non è però soltanto quello pagato poco, ci sono ad esempio piccoli manager costretti dai propri superiori a spostare capitali, far fallire aziende, determinare il licenziamento di migliaia di persone, per poi vergognarsi di se stessi. Su questi lavori, spesso gli unici disponibili sul mercato, grava poi il ricatto della precarietà, l’insicurezza, il monito a non protestare.

E’ così che si costruisce una civiltà di cani sciolti, terrorizzati, incapaci di organizzarsi in blocchi sociali, a cui è facile far credere che il proprio nemico sia quello ancora più debole, piuttosto che il mondo finanziario che ha costruito l’intero sistema. Ecco come la cattiveria diventa funzionale.

Ci sono da considerare alcune difficoltà oggettive che affliggono il mondo moderno: il lavoro robotizzato che diminuisce l’offerta, la sovrappopolazione, la mancanza di risorse. Però invece di dare risposte a questi problemi, li si ingigantisce con risposte folli. Non c’è lavoro per tutti, però quello che non si riesce ad automatizzare lo si trasforma in schiavismo, come nel caso del cucito; siamo troppi nel pianeta però il cibo viene gettato per alzare i prezzi, oppure le materie prime vengono pagate una miseria per rispondere alla concorrenza globale; mancano le risorse ma le energie vengono sprecate nella sovraproduzione, con conseguente danno ambientale. Il sistema finanziario che attualmente governa il mondo, riuscendo anche a manovrare le decisioni delle singole nazioni, sembra diventato un treno senza macchinista, manovrato da algoritmi.

A questo punto cercare risposte è scoraggiane, perché hai un nemico che non riesci a vedere, credi che sia il partito politico che è appena salito al potere, ma non sai chi l’ha finanziato, chi in realtà abbia manovrato sui social network la campagna diffamatoria che ne ha azzerato la concorrenza. Vedi invadere un paese ma non sai se la ragione sia quella di liberarla da un dittatore o invece impadronirsi del petrolio che ci sta sotto.

Se prima si faceva politica aderendo a una ideologia, schierandosi, adesso l’unica cosa che resta sono le buone pratiche, l’acquisto consapevole, il personale rispetto per l’ambiente, il recupero della bellezza e della qualità della vita.

Adesso è rivoluzionario coltivare un orto urbano, riciclare, curare i monumenti e gli spazi comuni, ricostituire filiere agricole e artigianali, autogestire una fabbrica abbandonata, sembrano piccole cose dal basso, ma se lo scopo è ridare un senso alle nostre vite, a quelle dei nostri figli che rischiano di essere più desertificate delle nostre, io credo che bisogni ripartire dalla bellezza, dalle passioni, dalla soddisfazione per una cosa ben fatta, come unica arma contro la povertà umana e la cattiveria.

Se le società preindustriali sfruttavano intere categorie umane confinandole al di sotto del livello di sopravvivenza, il capitalismo decise di salariarle in lavori alienanti e ripetitivi, allo scopo di rendere efficiente la produzione. Poi però l’alienazione è diventato un metodo per comandare, insieme alla velleità di spezzare i legami fra i componenti di un blocco sociale.

Ne è venuta fuori una classe dirigente che in assenza di contraddittorio sbaglia, i cui sottoposti sono dei cani sciolti che si azzannano l’un l’altro. Io non so quanto sia aumentata la criminalità spicciola ma certamente c’è una cattiveria che fa paura: dai bulli di quartiere a quelli che tormentano i ragazzini a scuola, dalle risse in discoteca alla violenza negli stadi, perfino i vicini di casa sono pronti a prendere la pistola, senza parlare di fidanzati, mariti e amanti che rispondono al rifiuto uccidendo. La violenza, verbale e fisica, sembra essere la reazione primaria a cui maggiormente si fa ricorso. Il fatto che degli esseri umani siano stati privati della propria dignità, non giustifica il loro ricorso alla violenza, anche perché solo una parte di essi reagisce così, perché chi ha paura dei cattivi dovrebbe fare in modo che non se ne generino di altri, mentre invece sembra che il mondo non stia facendo altro.

Il dibattito sul ruolo della cultura, sul suo rapporto con la politica e il denaro, ha solitamente il punto di vista di chi la produce. Ma una volta tanto vorrei provare ad affrontare la questione dal punto di vista dell’utente, che spesso è un mancato fruitore poiché è colui che la cultura non è riuscita a raggiungere.


Edward Hopper , “Platea, 2a Fila a destra”,1927

Il fatto è che quando si toglie sussistenza economica alla cultura, non si mortifica solo la categoria degli addetti ai lavori, ma si priva la società di un alimento basilare di cui magari non si sente un bisogno immediato. Il paradosso è che maggiormente si è lontani dalla cultura, minormente la si desidera.

Viviamo in un presente che brucia le esperienze e vuole fatti concreti, incapace di costruire il futuro, nostro o delle generazioni a venire. Mentre la cultura richiede tempo, costanza e pazienza; contribuendo a costruire la personalità, la coscienza civile, la capacità di mettersi nei panni altrui.

E’ anche vero che “cultura” è un contenitore difficile da definire, raccogliendo materia impalpabile ed effimera, i cui atomi sono emozioni, piaceri, empatie, bellezze. Ma chi è capace di decidere cosa sta dentro e cosa sta fuori questo contenitore? Ci sarà sempre qualcuno capace di produrre cultura, perché essa è tenace, prodotta in qualsiasi situazione o contesto, il nodo della questione è la sua propagazione e le scelte che vi stanno a monte.

In passato i sistemi di veicolazione della cultura erano semplici: la scuola, l’università, l’editoria, le istituzioni culturali, a cui poi si sono aggiunti nuovi mass media come il cinema e la televisione. C’era un controllo determinato dai mezzi, c’erano selezioni severissime, ad esempio produrre un film costava una fortuna e la televisione era di stato. Pensate cosa significava negli anni sessanta controllare la programmazione dell’unico canale televisivo in Italia. L’intera nazione vedeva ogni sera lo stesso programma, il martedì c’era il teatro di prosa e l’indomani ciabattini e portieri commentavano “Morte di un commesso viaggiatore”, gli sceneggiati televisivi (antenati delle serie TV) attingevano dai classici della letteratura, così seguendo le puntate dei fratelli Karamazov in cerca dell’assassino, un po’ di Dostoevskij attraversava gli animi della nazione tutta.

La propagazione seguiva un progetto, che era quello di creare una cittadinanza funzionale al potere politico. La fortuna stava semmai nella bontà (o meno) del potere politico.

Succede poi che un nuovo mezzo di comunicazione di massa irrompa sul pianeta ad aprire frontiere ed informatizzare la cultura. Una rete che attraverso sei gradi di separazione potrebbe mettere in comunicazione fra loro tutti gli abitanti del globo, offrendo a chiunque la possibilità di caricare e scaricare immagini, testi, musica, video e file di diversi formati digitali. All’inizio sembrava che il classismo della rete fosse costituito dal suo accesso: sembrava che poveri, anziani e semianalfabeti ne sarebbero rimasti fuori. Invece non si erano fatti i conti col narcisismo della gente, che si priva di tutto ma non di uno smartphone, mentre il funzionamento di quest’ultimo viene imparato dai bambini prima ancora della scrittura. Nel 1968 Andy Warhol disse “Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per quindici minuti”. La profezia si è talmente avverata che 15 minuti adesso sembrano pochi, siamo in una corsa alla visibilità che spinge le persone a mettere in rete qualsiasi cosa possa diventare virale, cioè cliccata da migliaia di utenti.

Così nell’era in cui la cultura è gratuitamente accessibile in rete, tanta, tutta quella che vuoi, essa è difficile da scovare in mezzo ad un mare di spazzatura. C’è la più ricca enciclopedia della storia, puoi accedere a dati storici e scientifici, informarti sull’intero scibile umano, insieme però a notizie false e fuorvianti, venditori, messaggi violenti, incitamento all’odio, santoni, fattucchiere e predicatori. Una rete talmente fitta di contenuti da celare l’eccellenza come un ago in un pagliaio, solo gli ostinati trovano il proprio alimento culturale, perché sanno in partenza cosa cercare e hanno gli strumenti per non cadere nei tranelli. Agli altri viene fornito ciò che piace, che non è il meglio. Le scelte sono operate da una logica commerciale che pubblicizza prodotti tramite ciò che riceve più visibilità, un algoritmo al ribasso che privilegia volgarità e violenza. Quindi la rete, che inizialmente era democratica, è diventata più classista della peggiore cultura nazional-popolare e pian piano tende a riportare il genere umano ai suoi istinti primordiali.

Eravamo arrivati ad un punto in cui la cultura, nel senso di istruzione, era un progetto familiare ed equivaleva a denaro, potere e prestigio. Studiare era l’unico mezzo per riscattarsi da una vita costrittiva e comportava l’acquisizione di regole comportamentali, mentre il docente era una figura incontestabile e di grande autorevolezza. Adesso il denaro lo si può raggiungere senza la cultura ed esso è più direttamente legato al prestigio in società rispetto al passato, quindi perché istruirsi? – “Perché conseguire una laurea, fare concorsi, per poi guadagnare quanto quel morto di fame del nostro docente? Appunto, chi è costui perché noi dobbiamo prestargli attenzione?” – questo purtroppo pensano oggigiorno molti studenti, senza bisogno di distinguere fra i discenti dei vari corsi di studio; e se irridere il proprio docente comporta maggiore visibilità in rete – “perché non provarci?” –

La privazione delle emozioni, dell’empatia e della bellezza può involvere gli individui fino a queste azioni? Io direi di sì. Il problema non è come sei nato ma chi hai incontrato nella tua strada. Se la preoccupazione della scuola che frequenti è quella di intrattenerti ad ogni costo, abbassando l’offerta formativa al tuo livello, non si fa altro che sposare la filosofia della rete.

Il mondo però ha un enorme bisogno della cultura, che ci rende individui liberi e cittadini attivi, che ci fornisce l’empatia necessaria per capire il prossimo e l’emozione per riflettere.

Il fatto è che sono i malati più gravi a non conoscere la cura, perché non sanno di cosa siano stati privati, quindi il compito di inoculare goccia a goccia la medicina resta come sempre a coloro che sanno.

Abbiamo bisogno di buoni maestri.

Anche se ultimamente nel mondo dello spettacolo si è rischiata la caccia alle streghe, io continuo a rivendicare la valididà della campagna #metoo. Alcune denunce sono state confortate da prove concrete, altre no, qualcuno ha approfittato per ottenere denaro e visibilità, ma non si può negare l’emersione di una abitudine al comportamento abusante nel mondo dello spettacolo, anche quando non si è arrivati alla violenza sessuale vera e propria. L’opinione pubblica si è chiesta se un artista può essere considerato tale ponendo su uno dei piatti della bilancia riconoscimenti internazionali e sull’altro giovani donne umiliate in modi diversi. Personalmente mi chiedo anche quanto valido sia (soprattutto sia stato in passato) il consenso di giovani attrici a scene erotiche giudicate “necessarie” all’opera d’arte. In questo ambito si annovera la vicenda di una giovane attrice (minorenne per le leggi italiane di allora) che secondo denunce e confessioni postume sembra si sia trovata di fronte a scelte professionali che l’hanno umiliata, se non addirittura abusata. Se queste vicende che hanno portato successo al regista hanno al contempo segnato la ragazza al punto da accorciarne l’aspettativa di vita, io vorrei oggi dire qualcosa, a due giorni dalla giornata contro la violenza sulle donne e dall’inizio delle celebrazioni postume del regista in questione. Io vorrei abbracciare virtualmente quella ragazza di 19 anni che si chiamava Maria Shneider, dare voce alla sua versione dei fatti, farle capire che nonostante donna, nonostante vittima di oblio, qualcuno sia ancora capace di ascoltare la sua sofferenza. Non voglio condannare, non voglio rovinare la festa, ma vi invito a documentarvi prima di osannare l’artista. Un tempo dicevamo il personale è politico, io ci credo ancora.

1995, Beatrice Mortillaro Salatiello in una serata in pizzeria con donne e bambini dello Zen

Oggi Bice sarà ricordata a Villa Trabia, e fu proprio in quel luogo, nella lunga battaglia per la sua liberazione, che mi investì per la prima volta con la sua richiesta fulminante, quella che faceva a tutti: “è dello Zen che dovete occuparvi!” Prima o poi riusciva a trascinarvi tutti, e bastava un pomeriggio per tornare a casa con lo Zen appiccicato addosso, perché tutto era sfiancante in quelle battaglie: progetti iniziati dopo faticose questue, interrotti per mesi e poi ripresi quando non sapevi più dove erano finite le tue donne, e si doveva ricominciare tutto d’accapo, girando fra le insule a bussare a ogni porta. Ma lei non mollava, è riuscita in tanti anni a creare asili, doposcuola, è riuscita a levare tanti ragazzi dalla strada, dare un’istruzione alle donne, prepararle al lavoro. E ora i suoi progetti vengono portati avanti da persone che sono cresciute con lei, è un bilancio positivo, ma sempre circoscritto all’ambito del volontariato. A lei non bastava, lei pretendeva che tutto questo fosse fatto dallo stato, non era molto da chiedere ma non è stato fatto. Lei chiedeva cose semplici: il capolinea di un autobus, il tempo pieno con la mensa, i servizi primari per ogni quartiere, e in tutti questi anni ogni conquista della città è stata portata avanti con la consapevolezza e il senso di colpa di quello che non si stava facendo allo Zen, luogo dell’anima sofferente, metafora di tutte le periferie del mondo. E se prima allo Zen ci pensava Bice, ora Bice non c’è più e tutti gli Zen del mondo ci stanno piombando addosso.

Mi accorgo all’improvviso che in ambiente calcistico il termine cattiveria è stato normalizzato, cioè privato del suo significato dispregiativo e augurato a giovani atleti come virtù cui ispirarsi. Non mi occupo di calcio quindi non so di preciso quando nella lingua italiana una parola tanto dispregiativa sia stata trasformata in positiva, ma noto che i miei amici tifosi (ne ho qualcuno) sono già abituati al ribaltone. Se lo scopo è quello di incoraggiare gli atleti ad una maggiore grinta e aggressività, io sono rimasta al concetto di sport come leale competizione, regolata da norme di convivenza civile e spirito di squadra; ritengo anche che questo sia uno dei motivi per cui si avviano i bambini allo sport, invece vengo presa per ingenua, come se fossi restata indietro nel tempo.

La coincidenza ha voluto che il giorno in cui mi accorgevo dello sdoganamento della cattiveria in ambito calcistico, leggevo sui giornali le cronache dello sgombro del centro sociale Baobab a Roma, in pratica la stessa amministrazione comunale e lo stesso ministro dell’Interno che pochi giorni prima erano scesi a patti con  i benestanti occupanti di Casa Pound, adesso buttavano per strada i migranti che erano stati accolti nel centro sociale Baobab. La cronaca era condita di immagini di bimbi costretti a dormire sdraiati nelle aiole, mentre le ruspe facevano polpette di tutte gli oggetti e gli indumenti che costituiscono la dignità di un essere umano. Io questa la chiamo cattiveria, quella che il vocabolario Treccani definisce: 

cattiveria/kat:i’vɛrja/ s. f. [der. di cattivo]. – 1. [l’essere cattivo] ≈ empietà, malevolenza, malignità, ostilità. ↑ crudeltà, ferocia, malvagità, perfidia. ↓ malizia, maliziosità. ↔ benevolenza, benignità, bontà. ↑ santità. 2. [atto cattivo] ≈ canagliata,…

Da qualche tempo vediamo persone lasciate annegare per la sola colpa di aspirare ad una vita migliore, altre denigrate e picchiate perché diverse, assistiamo al dilagante bullismo a danno di alunni e docenti, al progressivo abbandono istituzionale delle tutele dei diritti umani: io questa la chiamo cattiveria. Forse qualcuno pensa o si illude che siamo cascati in un incidente di percorso, in un governo nato per caso che prima o poi leverà il disturbo, ma non è così, noi abbiamo il governo che la gente vuole, non solo in Italia ma nel mondo globale. Noi siamo precipitati nella cattiveria, una corrente politica trasversale che libera gli individui delle proprie censure, ribalta sentimenti, norme di convivenza e religioni in un piacere tossico che dà sfogo agli istinti peggiori. Non solo, mentre la cattiveria si trasforma in termine positivo, il suo contrario, cioè la bontà, si trasforma in negativo nel suo dispregiativo buonista.

Le parole sono importanti e pesano come pietre, io alla cattiveria, in qualsiasi campo e accezione, non ho intenzione ad abituarmi mentre, nella mia inevitabile imperfezione e laicità, vorrei aspirare alla bontà.