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La perdita

Io e mio fratello eravamo convinti che al cinema si arrivasse quando ci era comodo ed eravamo bravissimi nel capire la trama a spettacolo iniziato. Era quasi un gioco enigmistico che poi si svelava nella seconda fase della visione, quando la proiezione ripigliava dall’inizio e finalmente comprendevamo i punti che c’erano rimasti oscuri. A un certo punto io, lui e zia Giggitta ci guardavamo nel buio della sala dicendoci “è qui che siamo arrivati” e, cercando di non dar troppo fastidio, guadagnavamo l’uscita. Era capitato a volte di vedere un film dall’inizio e l’avevamo considerata una coincidenza “guarda… sta iniziando proprio adesso”, non ci veniva da pensare che tutti gli altri fossero arrivati a quell’ora di proposito, controllando per tempo l’orario dal giornale, e sotto sotto quasi ci dispiaceva quella vicenda troppo facile, in cui i personaggi si presentavano dall’inizio.

Non so perché avessimo questa organizzazione, l’orario d’uscita era deciso dai nostri compiti o dagli impegni di zia Giggitta, che in realtà abitava nel palazzo di fronte. S’andava solo nei cinema raggiungibili a piedi da via Terrasanta: il Gaudium, il Golden o il Fiamma ma era il Gaudium il nostro preferito, perché era proprio a due passi, perché essendo un cinema parrocchiale costava poco, e perché dietro la sedia del cassiere campeggiava un bellissimo primo piano di Humphrey Bogart. In quello stesso cinema siamo andati l’unica volta nella nostra infanzia con nostra madre, in un pomeriggio di noia in cui lei entrò in casa insolitamente allegra dicendo: “chi vuol venire a vedere con me Fantasia di Walt Disney?”. Dieci minuti dopo eravamo seduti nelle poltrone del Gaudium nella scena della Pastorale, anche lì ripigliammo l’inizio del film dopo.

Poi mio fratello, che era più grande di me di quasi cinque anni, iniziò ad andare al cinema con i suoi coetanei, però tornato a casa mi raccontava tutto il film fotogramma per fotogramma, perfino riproducendo il rumore di spari, bombe, urla o risate. Ci sono pellicole che riconosco alla prima scena e che pure non ho mai visto, solo perché me le ha raccontate mio fratello. Ed era così bravo anche a leggermi i fumetti di Topolino nelle lunghe passeggiate in automobile con i nostri genitori, perché lui non soffriva il mal di macchina, a differenza di me, quindi mentre stavo sdraiata nel sedile posteriore per non vomitare, poggiandogli la testa sulle ginocchia, lui descriveva il disegno di ogni vignetta, leggendo le battute entro le nuvolette e persino gli SLAM, BUM, CRAC e SIG!

Gli aneddoti e le memorie delle persone scomparse aiutano solo chi scrive, ed è per questo che il mio sfogo sta in questo blog personale letto da pochi; però fanno bene. Perché di ogni persona che muore ognuno serberà il suo ricordo, che difficilmente combacerà con quello degli altri. Più che la persona, è la memoria della nostra relazione che portiamo con noi e, nel caso di un fratello o una sorella, si tratta di frasi, nomi, sguardi, che nessun altro potrà mai capire: quella parola che ti fa scoppiare dal ridere all’unisono dal un lato all’altro di una tavolata di Natale, perché fa parte di un tuo lessico; per noi era l’”Inaffondabile”, una vasca da bagno per bambole che usavamo come imbarcazione, sostituita anni dopo dal Ding che ci divertivamo a far scuffiare nel mare di Capo zafferano. Solo chi ha fratelli e sorelle, anche lontani, sa cosa vuol dire avere solo una persona che condivide “quel” ricordo, che poi diventa struggente quando si resta soli.

Questo è il senso della perdita.

Simona Mafai non era una persona che si perdeva in inutili salamelecchi, alzavi la cornetta o la incontravi in strada e lei andava subito al dunque, con una riflessione, un’istanza, un’analisi impeccabile. Negli aultimi anni abitavamo a fianco ed era bello vederla spesso, e salire a casa sua per chiacchierare, ma lo spirito era quello di quando l’avevo conosciuta in federazione cinquant’anni fa, quando i De Pasquale arrivarono a Palermo, con le ragazze dall’accento romano che diventarono subito amiche. Tanti anni di frequentazione in cui l’ho vista evolvere coi tempi, mai restare indietro, con un’elasticità e un’apertura mentale che solo i grandi sanno avere. Ha lasciato il segno in ogni persona che che ha incrociato, anche per breve tempo, e ora il vuoto è immenso.

25 maggio 1992, i Funerali di Giovanni falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinari.

“A mani nude i magistrati sono stati uccisi, a mani nude poliziotti e carabinieri hanno cercato nei crateri del tritolo i corpi dei loro colleghi, a mani nude preti coraggiosi sono stati abbandonati nelle loro periferie e poi uccisi o trasferiti, a mani nude i giovani coltivano la terra confiscata alla mafia per vedere i loro raccolti distrutti, a mani nude altri giovani vanno via. A mani nude sono morti giornalisti, sindacalisti, imprenditori, liberi pensatori.” 
Non permetteremo che tanto dolore oggi possa essere sfruttato da chi pecca di umanità!

23 giugno 1992, catena umana per commemorare il primo mese dalla strage, una partecipazone spontanea dal Tribunale all’albero Falcone, con un’adesione talmente massiccia, che molte persone non riuscirono ad arrivare a destinazione entro le 17,58, quando ci fu il primo minuto di silenzio in ricordo delle vittime.

Comitato dei lenzuoli, 1992
1992 Comitato dei lenzuoli, Palermo

Se la democrazia è una forma di governo in cui il potere risiede nel popolo, che ne esercita la sovranità attraverso istituti politici diversi, l’11 maggio 2019, nel sistema di bilanciamento e garanzia della Repubblica Italiana si sono viste in azione alcune forze che ne hanno minato le fondamenta. E’ stato toccato il punto più basso di democrazia dal giorno della liberazione del territorio nazionale dal Nazifascismo, sappiano chi sono i responsabili anche se al momento solo una persona si è assunta la paternità dei fatti.

Ciò che è successo è noto agli Italiani ma vale la pena riepilogarlo: per commemorare la Giornata della Memoria, alcuni Studenti delle prime classi di un Istituto tecnico della mia città hanno preparato con cura e amore un power point. Io immagino le loro ricerche, la scelta dei fatti più rappresentativi e delle foto più attinenti, della commovente poesia di Emily Dickinson sul valore della memoria, la registrazione delle proprie voci, sia di colui che sapeva ben modularla che di chi si sentiva impacciato, e l’intelligente accostamento del transatlantico Saint Luis con l’imbarcazione di migranti bloccata negli stessi giorni al porto di Palermo. Ne è venuto un piccolo capolavoro che per me è un segno di speranza, la cosa più bella di una vicenda ignobile, perché prodotta da ragazzini di un istituto Tecnico dell’estremo Sud, quella frontiera dove per l’istruzione si spende meno che altrove.

Il video è stato proiettato in aula magna con grandi applausi e il dissenso di qualche livoroso studente di destra, che ha espresso il suo disappunto sui social network. Il post è rimbalzato nei profili di vari aderenti a Casa Pound fino ad arrivare all’attenzione del sottosegretario alla cultura Leghista Lucia Borgonzoni, quella che orgogliosamente dichiara di non leggere nulla, ma va a caccia di post pieni d’odio. Infatti ha amplificato il livore dello studente di destra, minacciando di prendere provvedimenti e inviando e-mail di fuoco a funzionari ministeriali affinché si attivassero a sanzionare pesantemente il fatto. Si sa che il Preside di quella scuola, saggiamente, si è rifiutato di prendere provvedimenti contro l’accaduto, e poteva finire lì.

Invece dopo qualche giorno all’Istituto Tecnico ndustriale Vittorio Emanuele Terzo, che già subisce il nome di chi si è macchiato della promulgazione delle leggi razziali, è arrivata la Digos ad interrogare docenti e studenti. L’azione di bassa polizia ha poi avuto il conforto del Provveditore agli Studi di Palermo, che ha sospeso dall’insegnamento per 15 giorni la Professoressa Rosa Maria Dell’Aria, di 63 anni, docente di italiano da quaranta, rea di non aver censurato gli studenti.

Non mi sembra che fra i ruoli degli degli Uffici scolastici provinciali ci sia quello di censurare l’attività, peraltro meritoria, di un singolo docente, nè di controllare il libero pensiero degli studenti; eppure il provveditore Marco Anello sostiene di aver agito secondo coscienza perché “la libertà di espressione ha dei limiti”, veicolando un messaggio in netta antitesi con l’articolo 21 della Costituzione italiana, che recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.»

Gli effetti dell’attività repressiva di ministero e provveditorato agli studi all’apparenza è stato quello di un boomerang: a Palermo la cittadinanza si è ribellata in piazza, non soltanto gli studenti e i docenti ma anche la società civile, una petizione on-line in solidarietà della professoressa sta raggiungendo in queste ore le 200.000 firme. Ma nulla sarà come prima: la professoressa è colpita intimamente proprio nel coronamento di una dignitosissima carriera, i genitori degli studenti temono ritorsioni fisiche sui loro figli, e ai giovani è stato inltrato l’odioso messaggio a non esporsi, non esprimere opinioni, non immischiarsi in politica.

Palermo è una città singolare, 27 anni fa sembrava avesse perso speranza quando invece ci fu un colossale risveglio di dignità. Giovedì 23 maggio commemoreremo quella data, come ogni anno all’albero Falcone, quando si annuncia la presenza dei due Ministri ai quali la repressione della professoressa voleva fare buon gioco. A tre giorni da elezioni Europee che potrebbero cambiare le sorti del governo, la presenza diventa inopportuna e ad alcuni provocatoria, anche se rientra in ruoli istituzionali.

Negli ultimi giorni il dissenso alla politica di odio si è manifestata esponendo lenzuola alle finestre, immotivatamente poi censurate. E’ un metodo di protesta che, ricordo, è stato inventato proprio in questa città. Una città che nonostante i suoi difetti sa accogliere e si distingue per la sua umanità.

RESTEREMO UMANI ANCHE IL 23 MAGGIO 2019!

Nel frattempo: Il sindaco Leoluca Orlando ha dato mandato al Webmaster del Comune di pubblicare in homepage del sito istituzionale il video del lavoro realizzato dagli studenti della classe 2E dell’Istituto Industriale “Vittorio Emanuele III” di Palermo, al centro della polemica di questi giorni.

La decisione è stata votata dalla Giunta comunale, che ha anche aderito alle iniziative di solidarietà nei confronti della docente Rosa Maria Dell’Aria.

Sole e Luna

In una delle tante 3°B del mondo c’è una ragazzina bionda con gli occhi azzurri, seduta al primo banco a destra, un pò di sbieco per ampliare la sua audience a chi le sta dietro, bella e adulata dalla scuola intera, si chiama Sole.

Più in fondo a sinistra, in quell’area della dimenticanza da cui si emerge solo per le interrogazioni, sta invece una ragazzina che sembra delle medie, tanto infantile è il suo aspetto, di rado chiacchiera con i compagni, si chiama Luna.

Sole ammicca durante le spiegazioni, suggerirsce ai compagni distratti e sorride all’insegnante quando interrogata, ha ottimi voti.

Luna ha un rendimento discontinuo, non si impegna a sufficienza in alcune materie, si appassiona troppo in altre, mettendo in imbarazzo l’insegnante con nozioni exstrascolastiche che poi si rivelano esatte, a stento ha la media del sei.

Sole è campionessa di ginnastica artistica, è stata eletta tre volte Miss e ha un’intensa vita di relazione. Luna quasi non ha amici, legge tanto e per il resto fa lunghe passeggiate all’aria aperta, amando immensamente la natura.

Sole adula le sue simili facendole sentire importanti, Luna non riesce ad evitare di spiattellare la verità in faccia. Tutte le ragazze del liceo vorrebbero essere come Sole e temono di somigliare a Luna.

Sole ha sempre amato farsi fotografare ma, da quando è arrivato lo smartphone, ha preso a riprendersi da sola e postare la sua immagine sul proprio blog e sui social network.

Luna legge avidamente pubblicazioni scientifiche recependo gli allarmi sulle condizioni ambientali del pianeta, minacciate dalla mano dell’uomo; si accorge dell’indifferenza generale e capisce che non c’è molto tempo per cambiare rotta. Si sente impotente e incompresa e di questo fa una malattia.

Le immagini ammiccanti di Sole sui social network hanno molto successo, al punto che google le garantisce un piccolo reddito mensile. “Non sarà pericolosa questa esposizione?” Commentano preoccupati i suoi genitori, che poi concludono: “Però è tanto bella ed è giusto che sia ammirata, saprà cavarsela.”

Luna decide di marinare la scuola ogni venerdì e mettersi davanti al cancello con cartelli che richiamino l’attenzione sull’allarme ambientale. “Non sarà troppo esposta alla derisione altrui?”
Commentano preoccupati i suoi genitori, che poi concludono: “Però il suo allarme è reale ed è giusto lasciarla libera di esprimersi, semmai diamole una mano.”

Con i proventi delle inserzioni pubblicitarie Sole acquista abiti di lusso e diventa icona di stile, i suoi fans la chiamano Fashion Blogger e le sponsorizzazioni la rendono milionaria. Qualcuno si accorge di Luna seduta col suo cartello fuori dalla scuola, perlopiù è gente che da tempo dice le stesse cose inascoltata, che si unisce a lei ritenendo efficace la sua protesta.

Sole è invitata alle sfilate delle settimane della moda di Parigi, Milano, Tokyo e New York, volando da un continente all’altro con un jet privato. Luna, che fra le maggiori cause di inquinamento ambientale elenca le emissioni dei jet, attira l’attenzione di alcuni giornalisti locali, che le dedicano articoli e servizi.

Non c’è evento mondano che non veda Sole fra gli ospiti d’onore, mentre la sua impresa, che dà lavoro a centinaia di persone, diventa oggetto di studio delle scuole di business. Molti giovani decidono di unirsi ai venerdì di protesta di Luna, che nel frattempo incontra leaders politici della sinistra europea.

Sole ha milioni di followers in ognuno dei social media in cui ha un account; uno stuolo di fotografi, redattori e addetti all’immagine, curano i post per lei. Anche Luna, seppur timida e schiva, decide di aprire degli account sui principali social media, le sembra un buon modo di veicolare la protesta, inizialmente l’aiuta la mamma.

In breve tempo i followers di Luna superano il milione. Solo a questo punto, non tanto Sole che magari ne condividerebbe le istanze, quanto il mondo sponsorizzato dalla sua narrativa, si accorge di Luna. All’inizio, ad essere percepito come una minaccia non è il suo messaggio destabilizzante, quanto il numero di followers: Come avrà fatto? Di quali hakers si sarà avvalsa? Chi ci sarà dietro di lei? Solo le ragazze carine e alla moda hanno successo a questo mondo! Poi, studiando bene il caso, ci si accorge che alle confortanti menzogne della narrativa capitalistica, Luna contrappone una inquietante verità, che rischia di mettere in discussione un sistema economico fatto di suicidale spostamento di merci, scarti di produzione, inquinamento atmosferico, plastica negli oceani e veleni nel sottosuolo. Quella ragazza va fermata! E uno stuolo di haters sui social media sembra la mossa iniziale più azzeccata.

La cosa incredibile è che si rimproveri a Luna tutto quello che a Sole viene perdonato: “è pagata da qualcuno” “è manovrata” “è troppo giovane per avere tanto successo” “quel che dice non può essere farina del suo sacco”.

Poi si inizia a mettere in discussione la sua coerenza in campo ambientale, con stuoli di fotografi che la seguono passo passo, nella speranza di vederla bere da un bicchiere di plastica.

Purtroppo la campagna di denigrazione ha il suo successo, quella ragazzina inizia a diventare antipatica, perché alla cruda realtà da lei protestata la gente preferisce una narrativa rassicurante e menzognera, dove si crede di poter un giorno diventare famosi quanto Sole, dove nessuno sta a ricordarti il prezzo ambientale di ogni tuo gesto, dove si rimanda alla prossima generazione il conto di quello che fai adesso.

Nel frattempo le due ragazze crescono, mentre il sole e la luna vedono quel piccolo pianeta chiamato terra che si desertifica e autodistrugge, in attesa di un’altra era glaciale.

Manoscritto e dattiloscritto de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

L’altro giorno ascoltavo a Radiotre un ritratto di Sándor Márai del quale veniva riportata una frase che vorrei fare mia: “io scrivo per il cassetto”.
Márai voleva dire che, all’inizio della sua carriera di scrittore, si era rassegnato a scrivere per un pubblico di lettori molto limitato e sappiamo che, nel tempo, la frase è stata smentita dal suo successo. Il cassetto era il luogo in cui, in tempi preinformatici, venivano conservati i manoscritti rifiutati dagli editori. Quanti manoscritti sono stati trovati da figli e nipoti al momento di svuotare la casa di una defunta o un defunto! Opere dattiloscritte che racchiudevano passione, amore, ricerca, aspettative; opere che a quei tempi erano state riprodotte al massimo in tre copie, l’ultima delle quali macchiata dalla carta copiativa e difficile da leggere, magari con qualche correzione a penna, refusi di cui ci si accorgeva troppo tardi o ripensamenti dell’ultimo momento. Pensate quanto era difficile scrivere a quei tempi!

Adesso il cassetto di chiama “cloud” accessibile da un “account”, dentro il quale si nascondono “file”, ovvero manoscritti che di manuale non hanno più nulla ma che lo stesso nascondono amore, ricerca e aspettative. E’ più semplice corregerli e riprodurli, persino condividerli. Resta però insoddisfatta la speranza che siano letti, e non dipende solo dal talento, almeno non da quello letterario. Mi ricordo di un’intervista di Maurizio Costanzo a Corrado Pani, tanti anni fa, in cui alla domanda un pò banale “cosa è richiesto per diventare un buon attore” Pani in modo tagliente rispose “saper portare l’automobile”. Non era una persona molto spiritosa Corrado Pani, io avevo avuto occasione di conoscerlo e mi era sembrato un uomo ombroso, ma quella frase mi sembrò molto sarcastica e rivelatrice di un mondo, quello del teatro italiano, in cui le lunghe tornée sfiancano i membri di ogni compagnia. Ecco, facendo un parallelo col mondo letterario si potrebbe rispondere che per essere un buon scrittore è richiesta qualcosa che con la scrittura non ha molto a che fare, e che spesso è in contraddizione col carattere di chi spende lunghe ore della giornata a ricamare parole che possano esprimere i propri sentimenti, cioè “conoscere tanta gente”. Non dico che necessariamente bisogna conoscere gente famosa capace di raccomandarti, piuttosto essere ben introdotti nella società del posto in cui si vive, in modo da garantire all’editore la vendita di quel migliaio di copie che consenta al titolo di sopravvivere in un catalogo. Tutto il resto è macero, con grande sofferenza delle nostre foreste.

Ciononostante si scrive, sempre di più e si legge, sempre di meno. E’ un pò quello che succede nel campo della recitazione, dove sono più gli aspiranti attori che gli utenti delle sale di prosa. Ma deve questo scoraggiare chi scrive o chi recita? Dipende dal modo in cui ci si avvicina a queste attività. Se l’aspirazione è quella del successo siamo proprio fuoristrada, diventare famosi con la scrittura, così come con la recitazione, ha la stessa percentuale di riuscita di quella di uno spermatozoo. Però degli spermatozoi noi vediamo solo quelli che hanno avuto successo, senza considerare gli altri, così come dei manoscritti noi vediamo solo quelli che sono riusciti ad uscire dal cassetto.

Se però lo scopo di scrivere è “scrivere”, cioè passare un pò di mesi con i propri personaggi, immergersi in un ambiente e in un periodo storico, immaginare la trama e le controscene, i protagonisti e i comprimari, battere il proprio cuore con quello di ognuno di loro, allora io dico “benvenuto cassetto” voglio scrivere per te, voglio che tu sia il mio interlocutore, perché di scrivere non so fare a meno.

A un essere umano si può togliere il cibo, la casa, la salute e avrà ancora modo di sperimentare la sua capacità di resilienza, ma è quando gli si toglie la dignità che le sue reazioni rischiano di essere incontrollate, potrebbe perfino avventarsi su chi sta peggio di lui diventando cattivo.

Sono tanti i modi in cui si possono privare gli altri della propria dignità: la violenza sessuale, la tortura, l’uccisione dei propri cari, il coinvolgimento in attività criminose; ma vi sono anche modi più subdoli e purtroppo legali per mortificare la persona umana e che io identifico nella costrizione, per mancanza di alternative, a svolgere lavori umilianti.

Per me lavori umilianti sono tutti quelli in cui non si percepisce il senso di ciò che si sta facendo o, peggio ancora, se ne percepisce uno indicibile: ad esempio produrre cose che poi vengono gettate nelle discariche, coltivare cibi che poi andranno al macero, mungere latte che poi sarà pagato una cifra ridicola, ingannare le persone con la finanza tossica, tormentare la gente dai call center o fermandola per strada. E’ umiliante anche svolgere in modo schiavistico lavori che prima conferivano appagamento e creatività, ad esempio cucire: perché un conto è farlo in un laboratorio con orari e rapporti umani, un conto è essere messi in lunghe file, con diecimila altre persone a cui non puoi rivolgere la parola, senza poter alzare lo sguardo per venti ore consecutive. Il lavoro umiliante non è però soltanto quello pagato poco, ci sono ad esempio piccoli manager costretti dai propri superiori a spostare capitali, far fallire aziende, determinare il licenziamento di migliaia di persone, per poi vergognarsi di se stessi. Su questi lavori, spesso gli unici disponibili sul mercato, grava poi il ricatto della precarietà, l’insicurezza, il monito a non protestare.

E’ così che si costruisce una civiltà di cani sciolti, terrorizzati, incapaci di organizzarsi in blocchi sociali, a cui è facile far credere che il proprio nemico sia quello ancora più debole, piuttosto che il mondo finanziario che ha costruito l’intero sistema. Ecco come la cattiveria diventa funzionale.

Ci sono da considerare alcune difficoltà oggettive che affliggono il mondo moderno: il lavoro robotizzato che diminuisce l’offerta, la sovrappopolazione, la mancanza di risorse. Però invece di dare risposte a questi problemi, li si ingigantisce con risposte folli. Non c’è lavoro per tutti, però quello che non si riesce ad automatizzare lo si trasforma in schiavismo, come nel caso del cucito; siamo troppi nel pianeta però il cibo viene gettato per alzare i prezzi, oppure le materie prime vengono pagate una miseria per rispondere alla concorrenza globale; mancano le risorse ma le energie vengono sprecate nella sovraproduzione, con conseguente danno ambientale. Il sistema finanziario che attualmente governa il mondo, riuscendo anche a manovrare le decisioni delle singole nazioni, sembra diventato un treno senza macchinista, manovrato da algoritmi.

A questo punto cercare risposte è scoraggiane, perché hai un nemico che non riesci a vedere, credi che sia il partito politico che è appena salito al potere, ma non sai chi l’ha finanziato, chi in realtà abbia manovrato sui social network la campagna diffamatoria che ne ha azzerato la concorrenza. Vedi invadere un paese ma non sai se la ragione sia quella di liberarla da un dittatore o invece impadronirsi del petrolio che ci sta sotto.

Se prima si faceva politica aderendo a una ideologia, schierandosi, adesso l’unica cosa che resta sono le buone pratiche, l’acquisto consapevole, il personale rispetto per l’ambiente, il recupero della bellezza e della qualità della vita.

Adesso è rivoluzionario coltivare un orto urbano, riciclare, curare i monumenti e gli spazi comuni, ricostituire filiere agricole e artigianali, autogestire una fabbrica abbandonata, sembrano piccole cose dal basso, ma se lo scopo è ridare un senso alle nostre vite, a quelle dei nostri figli che rischiano di essere più desertificate delle nostre, io credo che bisogni ripartire dalla bellezza, dalle passioni, dalla soddisfazione per una cosa ben fatta, come unica arma contro la povertà umana e la cattiveria.

Se le società preindustriali sfruttavano intere categorie umane confinandole al di sotto del livello di sopravvivenza, il capitalismo decise di salariarle in lavori alienanti e ripetitivi, allo scopo di rendere efficiente la produzione. Poi però l’alienazione è diventato un metodo per comandare, insieme alla velleità di spezzare i legami fra i componenti di un blocco sociale.

Ne è venuta fuori una classe dirigente che in assenza di contraddittorio sbaglia, i cui sottoposti sono dei cani sciolti che si azzannano l’un l’altro. Io non so quanto sia aumentata la criminalità spicciola ma certamente c’è una cattiveria che fa paura: dai bulli di quartiere a quelli che tormentano i ragazzini a scuola, dalle risse in discoteca alla violenza negli stadi, perfino i vicini di casa sono pronti a prendere la pistola, senza parlare di fidanzati, mariti e amanti che rispondono al rifiuto uccidendo. La violenza, verbale e fisica, sembra essere la reazione primaria a cui maggiormente si fa ricorso. Il fatto che degli esseri umani siano stati privati della propria dignità, non giustifica il loro ricorso alla violenza, anche perché solo una parte di essi reagisce così, perché chi ha paura dei cattivi dovrebbe fare in modo che non se ne generino di altri, mentre invece sembra che il mondo non stia facendo altro.