Senzaterra, di Evelina Santangelo

Dal blog \”Riflessioni” di Evelina Santangelo\   Quando i lettori ti danno la sensazione di aver scritto proprio il libro che desideravi scrivere… (una lettera di Maria Adele Cipolla) Cara Evelina, ho letto con molto piacere «Senzaterra» ma anche ho tanto apprezzato, ieri, la sua presentazione, ancora più bella di quella fatta a Fahrenheit qualche giorno fa. E’ molto attuale parlare del concetto di cittadinanza, che appunto può riguardare tutti, ma che i siciliani sentono con maggiore dolore: sembra che in alcuni di noi gravi la maledizione di sentirsi stranieri ed estranei in qualsiasi circostanza, sia che si resti sia che si vada via. Spero di non dire cosa sgradita ma sento il suo romanzo molto vicino a «Conversazione in Sicilia». Vi avverto lo stesso struggimento e anche uguale appagamento nel laborioso lavoro sulle parole, sgrossando il dialetto dai suoi luoghi comuni e restituendogli eleganza e profondità culturale (solo alla fine della serata ho compreso la scelta di far leggere i brani ad un non siciliano, si è evitato il rischio di cadere nella “coloritura veristica” che invece non è mai presente nel romanzo). Forse lei tanto vicina alla casa editrice Einaudi potrebbe dirmi se ogni suo lettore (chi cioè sceglie i testi da pubblicare) viva ancora nel terrore di commettere lo stesso sbaglio di Vittorini. Io invece non considero quello uno sbaglio, piuttosto un caso di azzardato coraggio che deve essere costato molto a lui e alla casa editrice. Chi ha scritto «Conversazione in Sicilia» non poteva accettare una terra tanto prona e rassegnata, anche se vera, la descrizione compiaciuta di una casta, che pur mutando stato sociale nel corso della nostra storia, resta ancora ad opprimerci come una cappa. «Il Gattopardo» si legge tutto d’un fiato e soprattutto si vende; «Conversazione in Sicilia» è invece ostico, aggressivo, rude, conosciuto da pochi, ma per me bellissimo. Non dobbiamo, credo, avere paura dei nostri mostri sacri anche se queste mie riflessioni possono essere interpretate come un’eresia. In conclusione, «Senzaterra» ha il merito di innalzare lo struggimento dei Siciliani ad un livello più collettivo e geograficamente condiviso, qualcosa con cui sempre più dovremo confrontarci, domandandoci dov’è la nostra terra e qual è il posto in cui potersi sentire meno stranieri. Spero che in futuro questo possa essere un luogo geografico e non soltanto dell’anima. Con stima. Maria Adele Cipolla

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