Senzaterra, di Evelina Santangelo

E’ molto attuale parlare del concetto di cittadinanza, che appunto può riguardare tutti, ma che i siciliani sentono con maggiore dolore: sembra che in alcuni di noi gravi la maledizione di sentirsi stranieri ed estranei in qualsiasi circostanza, sia che si resti sia che si vada via. Spero di non dire cosa sgradita ma sento “Senzaterra” di Evelina Santangelo molto vicino a «Conversazione in Sicilia». Ne avverto lo stesso struggimento e anche uguale appagamento nel laborioso lavoro sulle parole, sgrossando il dialetto dai suoi luoghi comuni e restituendogli eleganza e profondità culturale. Capisco anche che chi ha scritto «Conversazione in Sicilia» non poteva accettare ne “Il Gattopardo” una terra tanto prona e rassegnata, anche se vera, la descrizione compiaciuta di una casta, che pur mutando stato sociale nel corso della nostra storia, resta ancora ad opprimerci come una cappa. «Il Gattopardo» si legge tutto d’un fiato e soprattutto si vende; «Conversazione in Sicilia» è invece ostico, aggressivo, rude, conosciuto da pochi, ma per me bellissimo. Non dobbiamo, credo, avere paura dei nostri mostri sacri anche se queste mie riflessioni possono essere interpretate come un’eresia. In conclusione, «Senzaterra» ha il merito di innalzare lo struggimento dei Siciliani ad un livello più collettivo e geograficamente condiviso, qualcosa con cui sempre più dovremo confrontarci, domandandoci dov’è la nostra terra e qual è il posto in cui potersi sentire meno stranieri. Spero che in futuro questo possa essere un luogo geografico e non soltanto dell’anima.

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