I giovani che vanno via

I giovani che vanno via non sono solo i figli che ci mancheranno nella vita quotidiana, sono soprattutto la mancata classe dirigente di domani.

Alcune riflessioni sulla lettera del direttore generale della Luiss, apparsa questa mattina su “Repubblica”

“Figlio mio, lascia questo Paese”
di PIER LUIGI CELLI

Se questa lettera, bellissima, l’avesse scritta qualcuno di noi, comune mortale, sarebbe tristemente vera, io dico infatti le stesse cose alle mie figlie, ma chi l’ha scritta è stato direttore generale della Rai ed è attualmente direttore generale della Luiss Guido Carli. Non so quanto egli si senta responsabile per la situazione drammatica che descrive con tanta lucidità. Mi è molto simpatico e mi dispiace il dovergli muovere delle critiche, anche perché la sua è quasi un’ammissione di colpe. Diciamo che non vorrei infierire oltre, ma avrei alcune domande che non riesco a trattenere: “Non pensa lei che l’Università che dirige avrebbe potuto fare qualcosa di più per mettere in contatto i suoi laureati col mondo del lavoro? Non pensa che avrebbe dovuto preparare meglio i suoi studenti e riuscire a comparire fra le “100 top University in the world”?
La retta alla Luiss, se non sbaglio, costa quasi quanto quelle di Oxford e Cambridge e il doppio di quella della London University (fra le prime 10 del mondo). Data la situazione in cui in Italia versa l’università pubblica e privata, molti genitori Italiani, fra cui anche me, hanno preferito mandare i figli a studiare a l’estero. Non è certo un capriccio quanto una scelta dolorosissima dal punto di vista umano, perché sappiamo che i nostri figli non torneranno più. E’ anche una scelta molto onerosa e per questo ci indebitiamo fino al collo o indebitiamo i nostri figli. Per fortuna il governo Inglese riconosce ai membri della comunità europea gli stessi diritti dei cittadini Inglesi e concede loro dei vantaggiosissimi prestiti che coprono l’intero ammontare delle tasse universitarie. In Italia invece non esiste alcuna analoga forma di finanziamento agli studi e non è un caso, dietro quella che sembra una regola di welfare anglosassone c’è un calcolo economico: la banca che eroga il credito allo studente di una Università Inglese, giudica molto probabile il fatto che questi nel prossimo futuro sarà in grado di ripianare il debito. In Italia chi scommetterebbe mai sul fatto che una laurea sia in grado di aumentare l’affidabilità economica di un soggetto?
Quando qualcuno, fra docenti e presidi di Università Italiane, lamenta il fatto che le famose liste di “Top University in the world” hanno parametri auto-referenziali, dovrebbero invece considerare alcuni principi che stanno alla base di questi calcoli per ogni università, come i seguenti: quanti studenti trovano lavoro nel primo anno dopo la laurea, quale è il rapporto fra docenti e discenti. Già questi due fanno precipitare le nostre Università oltre il 200° posto. Ma se serve potrei aggiungere anch’io qualcosa, ad esempio che i laureati in lingue all’Università di Palermo difficilmente sono in grado di superare l’esame B2 dell’Università di Cambridge (negli altri paesi Europei questo esame viene superato dalla maggioranza degli studenti della scuola media superiore). Senza soffermarmi sul caso di intere famiglie di docenti nello stesso dipartimento, perché se ne è già troppo parlato, vorrei però citare un episodio a cui ho assistito poco tempo fa. Durante la riunione di un progetto finanziato dalla comunità Europea, un docente di un dipartimento dell’Università di Palermo al quale il Ministro Gelmini minaccia di tagliare i fondi (per la prima volta mi sento di convenire col Ministro, strano paradosso) ha presentato un “power point” che conteneva quasi esclusivamente testo con interlinea minima, corpo 10, con pochissime immagini, leggendo senza mai alzare gli occhi dai fogli che aveva davanti, con una voce monocorde e una pronuncia incomprensibile delle poche parole in inglese, sforando di 30 minuti i 15 assegnati ad ogni relatore.
Cercavo di immaginare le lezioni di questo docente che per fortuna non avrà mai occasione di annoiare le mie figlie, ma lo stesso provavo rancore e rabbia. Per colpa dell’arroganza di chi ottiene una cattedra per meriti diversi da quelli della capacità di entrare in relazione col prossimo, la mia città sta diventando un posto per vecchi. Forse l’intera Italia sta diventando un posto per vecchi. Proviamo ad immaginare le nostre città fra dieci anni, popolate di vecchi egoisti e capricciosi, per la maggior parte razzisti. Perché ci piaccia o no è il contatto con i giovani che preserva la gente della mia età (e oltre) dall’inaridimento dell’anima. Perché se loro fuggono noi restiamo con gli ignoranti, con i sindaci che vogliono il White Christmas e distruggono gli accampamenti rom impedendo ai bambini di andare a scuola, coi politici corrotti. Non possiamo diventare vecchi anzitempo, i giovani che vanno via non sono solo i figli che ci mancheranno nella vita quotidiana, sono soprattutto la mancata classe dirigente di domani.

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