I partiti che non sono più partiti

So di affollare la schiera di quelli che “ai nostri tempi”, del resto ho l’età giusta, ma cos’altro si può dire di fronte all’arroganza di un sistema che prima ci ha privato dei principi fondamentali della rappresentanza politica, per poi inciampare sulla propria arroganza?

In queste ore l’informazione controllata dalla maggioranza, che costituisce la maggioranza dell’informazione, grida al complotto. Il messaggio diretto e reiterato viene accolto per buono. Poi quando si va nei dettagli si capisce che il complotto viene operato da organismi di controllo che si ostinano a pretendere il rispetto delle regole, cosa ormai considerata estremamente rivoluzionaria. Nel frattempo si ammette che l’esclusione di liste elettorali di maggioranza nasce dalla dabbenaggine di alcuni buontemponi delegati a rappresentarle, già questo dovrebbe costituire un primo segnale di allarme. Perché il partitone di governo delega degli sprovveduti a compiti tanto delicati? La seconda domanda potrebbe essere la seguente: si tratta realmente della svista di sprovveduti o i ritardi e i pasticci sono da ricondurre alla totale anarchia di un partito nato dal nulla e cresciuto a dismisura, senza che nel frattempo si sia dotato degli organismi di rappresentanza propri di un partito?

Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna ripercorrere indietro la storia e andare al momento della discesa in campo del “nuovo” in politica, in contrapposizione ad una prima Repubblica data in toto per fallimentare. Questo successe nel 1994 dopo lo scandalo di tangentopoli, quando si diede vita ad una seconda Repubblica che attingeva la sua rappresentanza a una società civile improvvisamente considerata onesta ed operosa, che era il mondo dell’imprenditoria. Coloro che in precedenza venivano considerati grossolani, arroganti ed eccessivamente attaccati al profitto diventarono degli eroi a cui affidare le redini della nazione. Da allora il modello di un imprenditore prestante, giovane, ottimista, sciupafemmine e fattivo ha avuto il favore sul cliché del politico antiquato, pignolo, malvestito, monogamo e lamentoso. Il mito di questo “nuovo” soggetto è sopravvissuto al suo indecoroso “invecchiamento” e lo si continua a definire un prestato alla politica anche adesso che è con le mani in pasta da 16 anni. Questa ricerca del nuovo ha poi investito quei partiti che avrebbero potuto difendere con orgoglio la propria storica aderenza al territorio e capacità organizzativa, e che invece hanno fatto a gara con la maggioranza nel proporre lo stravolgimento del sistema di rappresentanza, inseguendo il maggioritario, lo sbarramento al 4% e le liste bloccate. Tutto questo ha portato a due partitoni in costante lite interna, ha spazzato piccoli partiti che costituivano la linfa vitale della rappresentanza parlamentare e provocato la totale disaffezione degli elettori.

Ritornando al nostro caso posso testimoniare che in passato la raccolta delle firme a supporto di una lista era una cosa assai seria, per la quale ci si organizzava per tempo. Presupponeva il lavoro di una schiera di volontari disposti  a presidiare, per intere giornate, scomodi tavolini collocati all’aperto nelle piazze,  in compagnia di un eletto del partito (sempre presente) che facesse da garante, mentre altri fermavano i passanti per invitarli a firmare e altri ancora andavano casa per casa. Si aveva cura di raccogliere molte più firme di quelle necessarie in modo da poter sopperire all’eventuale esclusione di alcune di esse (per irregolarità di forma). Una pratica faticosa ma necessaria alla garanzia del rispetto delle regole democratiche, anche perché quello era il modo per entrare in contatto con gli elettori, parlare, presentare i candidati e il loro programma, quella era “la politica”. I volontari non erano altro che gli iscritti o i simpatizzanti di un partito, quella che allora si chiamava la base, animata da divergenze di vedute, spesso divisa in fazioni interne, ma vitale, presente, attiva. La composizione delle liste si decideva in fumose ed interminabili riunioni di sezione, di direttivo provinciale e regionale. Una settimana prima della presentazione ufficiale le decisioni erano già bell’e prese perché bisognava procedere alla raccolta delle firme. Tutto questo adesso è considerato un inutile tedio e sembra più pratico ovviarvi con un modello di partito verticistico, in cui uno decide per tutti e gli scontenti si tendono tranelli l’un l’altro.

La vicenda che ha coinvolto le liste legate alla nostra maggioranza di governo ci da infatti lo spaccato, non tanto di una disorganizzazione o dabbenaggine, quanto di un sistema che ha deciso a tavolino di farsi beffe delle regole democratiche. Perché in un sistema in cui per essere eletti bisogna essere nominati dall’alto fra i primi di una lista, tutti i giochi avvengono al momento della sua composizione e si continua a litigare fino al momento prima di entrare nell’ufficio elettorale dopodiché, ammesso che si entri in tempo, si presentano elenchi di firme raccolte all’ultimo momento, talvolta contraffatte. In più quando si contesta l’illecito si da la colpa alle regole e si propone una leggina che le abolisca.

So che l’avere memoria di un tempo in cui si rispettavano le regole democratiche mi porta a sembrare antiquata, ma non solo non considero un cavillo burocratico la raccolta delle firme, ma leggo l’incapacità di un partito nel rispettare i tempi e le norme come il segnale della mancanza di una base e dei suoi organismi di rappresentanza. In poche parole questa vicenda mi dice che quel partito non esiste e non merita di partecipare alla competizione elettorale.

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