Perché esistono i lavori frustranti?

A un essere umano si può togliere il cibo, la casa, la salute e avrà ancora modo di sperimentare la sua capacità di resilienza, ma è quando gli si toglie la dignità che le sue reazioni rischiano di essere incontrollate, potrebbe perfino avventarsi su chi sta peggio di lui diventando cattivo.

Sono tanti i modi in cui si possono privare gli altri della propria dignità: la violenza sessuale, la tortura, l’uccisione dei propri cari, il coinvolgimento in attività criminose; ma vi sono anche modi più subdoli e purtroppo legali per mortificare la persona umana e che io identifico nella costrizione, per mancanza di alternative, a svolgere lavori umilianti.

Per me lavori umilianti sono tutti quelli in cui non si percepisce il senso di ciò che si sta facendo o, peggio ancora, se ne percepisce uno indicibile: ad esempio produrre cose che poi vengono gettate nelle discariche, coltivare cibi che poi andranno al macero, mungere latte che poi sarà pagato una cifra ridicola, ingannare le persone con la finanza tossica, tormentare la gente dai call center o fermandola per strada. E’ umiliante anche svolgere in modo schiavistico lavori che prima conferivano appagamento e creatività, ad esempio cucire: perché un conto è farlo in un laboratorio con orari e rapporti umani, un conto è essere messi in lunghe file, con diecimila altre persone a cui non puoi rivolgere la parola, senza poter alzare lo sguardo per venti ore consecutive. Il lavoro umiliante non è però soltanto quello pagato poco, ci sono ad esempio piccoli manager costretti dai propri superiori a spostare capitali, far fallire aziende, determinare il licenziamento di migliaia di persone, per poi vergognarsi di se stessi. Su questi lavori, spesso gli unici disponibili sul mercato, grava poi il ricatto della precarietà, l’insicurezza, il monito a non protestare.

E’ così che si costruisce una civiltà di cani sciolti, terrorizzati, incapaci di organizzarsi in blocchi sociali, a cui è facile far credere che il proprio nemico sia quello ancora più debole, piuttosto che il mondo finanziario che ha costruito l’intero sistema. Ecco come la cattiveria diventa funzionale.

Ci sono da considerare alcune difficoltà oggettive che affliggono il mondo moderno: il lavoro robotizzato che diminuisce l’offerta, la sovrappopolazione, la mancanza di risorse. Però invece di dare risposte a questi problemi, li si ingigantisce con risposte folli. Non c’è lavoro per tutti, però quello che non si riesce ad automatizzare lo si trasforma in schiavismo, come nel caso del cucito; siamo troppi nel pianeta però il cibo viene gettato per alzare i prezzi, oppure le materie prime vengono pagate una miseria per rispondere alla concorrenza globale; mancano le risorse ma le energie vengono sprecate nella sovraproduzione, con conseguente danno ambientale. Il sistema finanziario che attualmente governa il mondo, riuscendo anche a manovrare le decisioni delle singole nazioni, sembra diventato un treno senza macchinista, manovrato da algoritmi.

A questo punto cercare risposte è scoraggiane, perché hai un nemico che non riesci a vedere, credi che sia il partito politico che è appena salito al potere, ma non sai chi l’ha finanziato, chi in realtà abbia manovrato sui social network la campagna diffamatoria che ne ha azzerato la concorrenza. Vedi invadere un paese ma non sai se la ragione sia quella di liberarla da un dittatore o invece impadronirsi del petrolio che ci sta sotto.

Se prima si faceva politica aderendo a una ideologia, schierandosi, adesso l’unica cosa che resta sono le buone pratiche, l’acquisto consapevole, il personale rispetto per l’ambiente, il recupero della bellezza e della qualità della vita.

Adesso è rivoluzionario coltivare un orto urbano, riciclare, curare i monumenti e gli spazi comuni, ricostituire filiere agricole e artigianali, autogestire una fabbrica abbandonata, sembrano piccole cose dal basso, ma se lo scopo è ridare un senso alle nostre vite, a quelle dei nostri figli che rischiano di essere più desertificate delle nostre, io credo che bisogni ripartire dalla bellezza, dalle passioni, dalla soddisfazione per una cosa ben fatta, come unica arma contro la povertà umana e la cattiveria.

Se le società preindustriali sfruttavano intere categorie umane confinandole al di sotto del livello di sopravvivenza, il capitalismo decise di salariarle in lavori alienanti e ripetitivi, allo scopo di rendere efficiente la produzione. Poi però l’alienazione è diventato un metodo per comandare, insieme alla velleità di spezzare i legami fra i componenti di un blocco sociale.

Ne è venuta fuori una classe dirigente che in assenza di contraddittorio sbaglia, i cui sottoposti sono dei cani sciolti che si azzannano l’un l’altro. Io non so quanto sia aumentata la criminalità spicciola ma certamente c’è una cattiveria che fa paura: dai bulli di quartiere a quelli che tormentano i ragazzini a scuola, dalle risse in discoteca alla violenza negli stadi, perfino i vicini di casa sono pronti a prendere la pistola, senza parlare di fidanzati, mariti e amanti che rispondono al rifiuto uccidendo. La violenza, verbale e fisica, sembra essere la reazione primaria a cui maggiormente si fa ricorso. Il fatto che degli esseri umani siano stati privati della propria dignità, non giustifica il loro ricorso alla violenza, anche perché solo una parte di essi reagisce così, perché chi ha paura dei cattivi dovrebbe fare in modo che non se ne generino di altri, mentre invece sembra che il mondo non stia facendo altro.

Comments

2 comments on “Perché esistono i lavori frustranti?”
  1. Mi trovo d’accordo con la tua riflessione, purtroppo. Ciao, un abbraccio!

    1. Mi fa piacere, grazie