Cronache di Poveri Amanti, quando il passato è monito atemporale

La recensione di oggi riguarda “Cronache di Poveri Amanti” di Vasco Pratolini, il romanzo è ambientato tra il 1925 e il 1926, è stato progettato nel 1936 ed è stato pubblicato dalla casa editrice Vallecchi solo nel 1946. Io l’ho letto due anni fa ma decido di parlarne adesso, perché in questi giorni mi torna alla mente il clima di cupa oppressione che sopravanza in una società fondata su basi democratiche e legalitarie. Un momento in cui forse c’è ancora una democrazia da recuperare ma l’opinione comune spinge invece rovinosamente dall’altra parte.

Nel discorso di inizio anno del 1925, Benito Mussolini si assume esplicitamente la responsabilità politica dell’omicidio di Giacomo Matteotti. E’ quindi iniziata la dittatura e in tutto il Paese si verificano arresti di massa, atti intimidatori, aggressioni, punizioni esemplari, omicidi, operate dalle squadracce fasciste che si sostituivano alle forze dell’ordine o non trovavano da queste ultime alcuna opposizione.

Il romanzo descrive il piccolo mondo esemplare che si svolge in via Del Corno a Firenze, un vicolo stretto e quasi cieco di impianto medievale, tra Palazzo Vecchio e il rione di Santa Croce. I poveri amanti stanno a significare persone umili, di semplici sentimenti, il cui nemico comune è una vecchia megera proprietaria dei loro immobili. Però in questo microclima si infiltra a poco a poco un maligno superiore alla megera che è il fascismo, intristendo ulteriormente le loro vite, levando l’aria, opprimendo, uccidendo.

Il pregio di questo romanzo sta nella descrizione della nascita di una dittatura, vista dal punto di vista della gente comune, ed è un monito per le generazioni future, per le tante volte in cui per pigrizia si evitano di cogliere i segnali prodromici. C’è sempre un momento in cui a posteriori si potrà dire “lì ancora si poteva fare qualcosa”. Forse noi l’abbiamo già superato con i fatti di questi giorni.

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