Le pietre di una città

La pasticceria Sacchiero, all’angolo dei quattro canti di campagna, dove compravamo deliziosi bon bon con pupazzetti tirolesi di legno.

Le città portano sovrapposte le memorie delle infinite esistenze che le hanno vissute. Quando ancora qualche palazzo del centro resiste allo scempio edilizio, tu passando puoi ricordare la pasticceria in cui da bambina sceglievi i bon bon, e il negozio dove la mamma ti comprava le scarpe, e la salumeria dove si faceva la spesa. Ma prima di te altra gente era passata dalle stesse strade e certe volte sono i meravigliosi gruppi di facebook, quelli che si occupano delle storie delle città, a donarti memorie fotografiche di quella stessa piazza cent’anni prima, centocinquanta addirittura. Scopri che dove adesso c’è un Sephora, ai primi del novecento c’era un grande magazzino a più piani che vendeva corredi e confezioni. Il mio gruppo si chiama Palermo di una Volta e lo ringrazio delle immagini che illustrano questo post.

Via Stabile e in fondo il giornale L’Ora, dove lavoravano i miei genitori, in primo piano una carrozza che veniva usata al posto del tassì, anche da noi.
Il fruttivendolo di via Terrasanta in cui mia madre faceva la spesa, la signora di spalle potrebbe anche essere lei.

In uno strano periodo della mia vita vagavo per la città indaffaratissima, da una ASL ad un ospedale, dalla sala d’attesa del medico di famiglia alla farmacia. Correndo, perché così univo l’utile allo stress. Ma dato che sono una persona che non vuol farsi sconfiggere dagli avvenimenti, all’utile e allo stress univo il dilettevole, che ad esempio significava godere dell’ultima parte della vita di mia madre, e rubare i suoi ricordi in quiei miei passi solitari, la sua memoria di una città che non c’era più.

Così fra i miei giri frenetici cercavo di circoscrivere  il perimetro della sua Palermo degli anni trenta, piena di giardini e villette, profumata di fiori e liscivia, popolata di abbannii e organetti a manovella. Ed erano i giardini ad attrarmi di più, quelli risparmiati all’incuria e ai gazebo, di pizzerie, pub e vine bar.

Un film che mi ha colpito nella mia giovinezza è stato L’invenzione di Morel di Emidio Greco, del 1974, in cui un evaso approda su un’isola abbandonata dove vede delle figure di uomini e donne, vestiti alla moda  degli anni ’20, che sembrano trascorrere lì la villeggiatura. Li spia ma loro sembrano non curarsi della sua presenza. Più tardi scoprirà che un certo Morel mezzo secolo prima ha coinvolto in un esperimento, a loro insaputa, gli ospiti di una vacanza nell’isola. Li ha ripresi per tutto il tempo della loro permanenza da una macchina di sua invenzione, capace di riprodurre all’infinito gli ologrammi di quei sette giorni di soggiorno, inchiodandoli alle pietre dell’isola.

Studer, il negozio in cui compravamo i giocattoli.

Sono rimasta l’unica della mia famiglia e mi è venuta l’abitudine di sovrapporre, alle immagini che vedo passeggiando, anche i ricordi delle varie Palermo che ho vissuto, e immaginare anche quelle passate. Come nell’invenzione di Morel, immagino tutti quelli che hanno solcato questa città: con indumenti rammendati, con impeccabili completi di sartoria, con tessuti autarchici degli abiti di guerra, con gli zoccoli di sughero e le gambe gelate, col cappotto rivoltato del babbo, col vestitino della festa; piccoli cortei nunziali, processioni, feste di piazza, manifestazioni di protesta. Le pietre raccontano e sul basolato è stato versato l’asfalto, ma tutti coloro che hanno solcato le mie strade camminano con me.

A destra la via Terrasanta, dove abitavo da bambina, al centro piazza Diodoro Siculo, nel palazzo a destra l’insegna de l’Upim, dove io sognavo di restare chiusa per una notte intere e poter prendere tutto quello che volevo.