L’infanzia è un terremoto

“L’infanzia è un terremoto” di Carola Susani: l’ho acquistato perché mi incuriosiva la storia di una famiglia che nel 1969 s’era trasferita dal Veneto nella valle del Belìce, fra le baracche dei terremotati, per dare un aiuto concreto e tentare l’utopia di una urbanizzazione ideale. Ho poi scoperto che l’autrice ha vissuto nella mia città frequentando (anni dopo di me) il mio stesso liceo, tante coincidenze che danno significato a questa lettura, che trovo interessante e ben scritta.

Il terremoto della valle del Belìce del 15 gennaio 1968 mi colpì personalmente, insieme ai tanti siciliani che a chilometri di distanza dall’epicentro si ritrovarono in strada nel cuore della notte. A Palermo non morì nessuno ma ci furono lesioni e danni, scuole chiuse e famiglie che non sapevano cosa fare, se andare via “dove e per quanto?” Oppure passare le notti insonni fra una scossa e l’altra e magari scendere in strada avvolti nelle coperte, come se fossero più appropriate dei cappotti. Io stavo per compiere undici anni e, se nelle prime notti insonni quasi mi divertì a giocare con i cugini, poi iniziai a desiderare la vita normale, persino il ritorno a scuola che avvenne dopo più di un mese. A una delle ultime scosse fui presa da una crisi di panico, perché non ne potevo più della terra che ballava sotto i miei piedi.

Il terremoto fu un avvenimento politico che mise a nudo le inefficienze del sud Italia democristiano, fu l’occasione ghiotta per mafiosi e politici ammanigliati, che ci videro un buon affare. Fu anche un momento di incontro di tante forze che, spinte da un’afflato di solidarietà, fecero della Valle un laboratorio politico. Superata la prima emergenza ci si accorse che sui sopravvissuti incombeva la minaccia dell’aiuto sbagliato, del biglietto ferroviario di sola andata per il nord, dello spopolamento di una zona rurale montagnosa che già faticava a digerire l’introduzione del trattore e della riforma agraria.

Era l’inizio del 1968 e il “sessantotto” per i giovani siciliani iniziò dal Belìce. Con i tanti ragazzi (fra cui mio cugino Beppe) che partirono alla ventura dalle città siciliane per andare a dormire con i terremotati, convincerli a restare, a lottare per le case. Con il giornale L’Ora, come sempre vigile testimone delle questioni sociali, che ne fece una battaglia propria. Con il PCI che ne fece una battaglia politica. E come spesso accade, dopo l’emergenza arrivarono i problemi, le discussioni e le divisioni.

NICOLA SCAFIDI: baraccopoli nella Valle del Belice

I genitori di Carola Susani partirono in macchina un anno dopo da Marostica, nel Veneto, con le valige e la bambina di quattro anni, per vivere fra le baracche in una comune nata da una costola del movimento pacifista di Danilo Dolci. Il loro arrivo era già segnato da una scissione e questa difficoltà si univa alle altre, alla vita dura, alla comunicazione in un dialetto che per loro doveva essere incomprensibile, con la mafia che aveva già fiutato l’affare, con la DC che si faceva inviare vagonate di soldi dal governo centrale, che poi finivano nelle tasche sbagliate. Questi genitori coraggiosi erano architetti che volevano sperimentare un’urbanizzazione utopistica, che hanno lottato come leoni per tre anni, in mezzo al freddo e al fango, crescendo due figli e dividendo con i loro amici i compiti genitoriali.

Quest’esperienza raccontata da quella che era una bimba di quattro, cinque, sei anni, è molto interessante. Il suo racconto combacia con quello di una mia collaboratrice ai costumi per le Orestiadi di Gibellina, ed era il racconto di un’infanzia bella, libera, comunitaria. Quell’assistente non ricordava il freddo, la fatica, la paura e le preoccupazioni dei genitori, perché i bambini u signuri l’aiuta. Si ricordava invece della prima sera nella casa in muratura, assegnata dopo troppi anni dal sisma, dell’angoscia di quella porta chiusa alla comunità, “noi che le porte in quegli anni non le avevamo chiuse mai, noi che eravamo abituati a vivere tutti insieme nella baraccopoli”. La bambina Carola Susani invece avvertiva le dinamiche fra adulti, le battaglie sovrumane e le divisioni, lo spirito di sacrificio. La sua era una comunità ancora più ristretta e forse selezionata, composta da volontari arrivati anche dal nord, con un bagaglio culturale e politico che li portava a discutere per ore del futuro della Valle, mentre a turno uno di loro badava ai bambini. E poi i bambini crescevano come piccoli adulti, per bande, in territori circoscritti che non impedivano di inoltrarsi lì dove non era tanto sicuro.

Carola Susarni riguarda la sua infanzia da adulta, con curiosità e una punta di nostalgia, ma anche con tante domande fatte a questo o a quel protagonista dell’utopia, scendendo a Valle, scovando scritti e documentazioni, interrogando; con una sorta di disordinato flusso di pensiero che a poco a poco ricostruisce una storia che non ha ordine. Perché così sono le vicende della sinistra italiana, quando non si riesce a stabilire il momento preciso o il motivo di una scissione, quando il fluttuare del pensiero segue un corso logico tutto suo, dove le discussioni sono fisiologiche, le liti pure, e per una differenza di opinioni si soffre più che per un divorzio.

La conosco quest’atmosfera, per la mia storia politica e per quella della mia famiglia, e capisco anche quanto difficile sia stata per l’autrice raccontarla. Alla fine riesce a far svelare ai sopravvissuti la propria verità che confrontata alle altre crea la storia, quella di una meravigliosa utopia e del suo disincanto. Una storia che non finisce, perché certe persone di lottare non smettono mai, perchè quello diventa un modo di vivere che prescinde dalla vita privata.

Io posso aggiungere il mio pezzo a questa storia, la mia frequentazione di Gibellina al seguito delle figlie del sindaco: il magnetico mecenate Ludovico Corrao. Qualche anno dopo frequentavo l’ultimo anno di una scuola di Design di Firenze, dove ci imposero come tesi di laurea la progettazione di strutture di primo intervento dopo un sisma. Ci portarono in Friuli dove c’era stato il terremoto solo due anni prima e vidi che la metà dei cittadini aveva già la casa in muratura e l’altra metà aspettava in baracche che erano villette prefabbricate con tanto di giardino e garage per l’auto. Io timidamente feci notare che giù nel Belice le persone stavano in baracche di lamiera ondulata da ben otto anni (ci sarebbero rimasti per altri dieci), mi risposero in coro che: “se stanno lì è perché lo vogliono loro, di soldi ne sono arrivati più che d noi, è che quì c’è gente laboriosa mentre i siciliani vogliono essere assistiti”. In pullman sedetti in disparte gonfia di rancore, poi mi raggiunse il professore di progettazione, di sinistra come me: “io la capisco la tua rabbia, se vuoi ti assegniamo il Belice come caso di studio e ci potrai raccontare come sono andate le cose”. Così mi mandarono a casa per la tesi, feci le mie interviste e scoprì il disastro di promesse e rinvii di cui parla Carola Susani. Mi arrabbiai, sentendomi in colpa e decidendo di rientrare in Sicilia, a lottare anche per le piccole cose.

Tornai nella valle negli anni ottanta, come costumista alle Orestiadi, quando ci costringevano a vivere nella nuova Gibellina per tutto il tempo dell’allestimento. E si trattava davvero di una Brasilia nel deserto, con strade troppo larghe, case troppo brutte e sculture che spuntavano a caso, mentre da atea cercavo disperatamente una Chiesa Madre, punto centrale di ogni paese siciliano.

Ci tornai una volta ancora negli anni novanta, per insegnare Disegno e Storia del costume in un istituto tecnico. Corrao non era più sindaco, il viaggio con la ferrovia durava quattro ore col cambio ad Alcamo Diramazione, il treno mi lasciava in mezzo alle sterpaglie e dovevo risalire le vie deserte di quello che sembrava un villaggio del vecchio West abbandonato. La chiesa di Quaroni era già crollata, le case perdevano calcinacci e i pochi abitanti rimasti, perlopiù vecchi contadini, coltivavano ortaggi nelle aiuole degli alberi urbani, i loro campi erano a chilometri di distanza. Ci tornai infine per i funerali di Ludovico Corrao, ad abbracciare le sue figlie.

Il Cretto di Burri, che copre tutte le macerie di Gibellina vecchia

Probabilmente mi sarà capitato di sfiorare (per amicizie comuni o solo per sentito dire) la comunità in cui ha vissuto Carola Susani, ma è il minimalismo esemplare che avvolge questa storia a rappresentare la sua forza. Perché tante erano a quei tempi le esperienze di gruppi o persone che individuavano azioni sociali, anche piccole, e con una abnegazione che non lasciava spazio ai personalismi, perseguivano il proprio fine senza perderne l’obiettivo. Quello che ammiro sono i tempi lunghi del sacrificio, la consapevolezza di risultati visibili solo in tempi futuri. Molti non se ne accorgono, ma tante conquiste che adesso diamo per scontate derivano da sacrifici di questo tipo, di cui si è un pò persa la capacità.