Elda cap. 5, E’ guerra

Questo capitolo è letto da Chiara Peritore

Poi il 23 giugno del 1940, dopo neanche due settimane dalla dichiarazione di guerra, in una assolata domenica pomeriggio, mentre Elda camminava con la mamma lungo il corso Vittorio Emanuele per andare a trovare una zia, s’iniziarono a sentire i rombi dei motori, lei alzò la testa col naso all’insù, pensando che fosse una delle esibizioni acrobatiche che ogni tanto si andava a vedere al Parco della Favorita, non sapeva neanche cosa fossero le bombe. Sua madre fece in tempo a tirarla con sé dentro a un portone, da lì udirono un fischio e poi videro un palazzo distante tre isolati squarciarsi per poi sparire in mezzo alla polvere bianca, in quel primo bombardamento su Palermo ci furono dei morti e dei feriti[1]. Come spesso succede a quell’età, i giovani tennero lontana la paura finché poterono e soltanto quando la morte fu ad un palmo di naso ne presero coscienza, Elda invece fu sfortunata e capì cos’era la guerra già da quel primo giorno, da allora l’ululato della sirena le sembrò un orribile presagio di morte, vivendo nel terrore di essere centrata da una bomba.

Ad agosto il Ministero della Guerra impartì ordini su come si dovessero oscurare i fari delle vetture e le finestre delle abitazioni. Di colpo la città divenne tetra e buia, ora erano in pericolo, dovevano celarsi al nemico, nascondendo all’esterno la loro vita familiare. Per strada c’erano i manifesti di Boccassile[2] Taci il nemico ti ascolta, facevano paura, Elda si immaginava qualcuno appostato fuori dalla loro finestra a spiarli mentre stavano attorno al desco.

Poi, come lo zio Luca, anche il papà vestì gli stivali lucenti mentre la mamma con nervosismo malcelato gli accomodava addosso la giacca militare. Di quel giorno Elda ricordava gli occhi frementi di suo padre che roteavano in ogni direzione per non cedere alla commozione, aveva già combattuto una guerra vittoriosa quando era giovane ed entusiasta, ma adesso aveva 42 anni, veniva spedito sul fronte Balcanico, in Slovenia, e non si faceva molte illusioni su come sarebbe andata a finire.

Ormai Elda era circondata dalla bruttezza della guerra e cercava consolazione in qualsiasi segnale di normalità. Le piaceva il cinguettìo del segnale orario della radio, e poi la sera con Giulio, la mamma e la nonna, ascoltava i concerti guardando il diagramma luminoso della radio Magneti Marelli come se fosse uno schermo cinematografico. Poi Elda seguiva sul giornale qualsiasi avvenimento che le desse la sensazione che la sua città fosse ancora viva ed operosa, come l’inaugurazione del nuovo servizio di filobus gommato[3].

Altra consolazione era seguire l’attività della Croce Rossa, un rimando alla zia Teresa che adesso si spostava fra vari suoi presidi, ma anche la testimonianza di un mondo buono e caritatevole capace di infondere speranza. I giornali riportavano le cronache delle visite ai feriti di guerra della Presidentessa “Sorella di Piemonte”, che aveva anche visitato a Palermo i ricoverati dell’Ospedale Militare. La Principessa Maria Josè, così bella e composta nella sua impeccabile divisa, sembrava a Elda l’unica della Famiglia Reale degna di rispetto.

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[1] In tutta la città ci furono 25 morti e 135 feriti

[2] Gino Boccassile (14 luglio 1901, Milano 1952) era uno degli illustratori preferiti dal regime fascista.

[3] 29 ottobre del 1940

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