Elda cap. 19, In treno

Questo capitolo è letto da Mario Clames

Lo scatolone delle cibarie era avvolto in più fogli di giornale e assicurato da strettissimi sarmagli[1], annodati magistralmente a formare una specie di maniglia. Adesso Elda capiva perché Don Isidoro aveva impartito ordini tanto precisi per la cura di quella confezione: se gli altri passeggeri avessero sospettato che in quel pacco c’era del pane impastato con farina di rimacino e lievitato con crescente naturale, olio, formaggio e salumi, difficilmente sarebbe riuscita a condurlo con sé fino a casa.

Il treno rimase fermo per una mezzora abbondante e poi, con qualche scossone, riprese lentamente il cammino. Elda era riuscita a incunearsi in una rientranza dietro la porta dalla quale era salita e decise di rimanere lì. Bisognava resistere in quel caldo che dava alla testa, lei che era partita equipaggiata per il freddo notturno delle montagne delle Madonie. Era estate, e in quel primo pomeriggio il sole penetrava basso dai finestrini pressando sulle tempie di Elda, si iniziava a vedere il mare e ci si sarebbe voluta tuffare. Prometteva a se stessa che se fosse arrivata sana e salva avrebbe presto preso un bagno alla spiaggia dell’Olivella. Il paesaggio della costa era adesso molto diverso da quello precedente, lì c’erano stati bombardamenti e le ferite erano visibili: crateri lungo la costa, casupole abbattute e qua e là s’intravedevano automezzi militari abbandonati. La popolazione di quel treno, gente che si spostava per necessità da un punto all’altro della costa, aveva una gran voglia di comunicare, la paura e la disperazione rendevano le persone loquaci, come se lo scambio di notizie e opinioni fosse un conforto. Da frasi mozze che rimbalzavano dal vagone limitrofo Elda riuscì ad avere una testimonianza diretta del terrificante bombardamento del 9 Maggio.

“…ero alla marina di Aspra a cercare del pesce, quando ho visto quasi trecento aerei che volavano verso la città…” diceva la voce di una donna.

“…erano neri, non si contavano più…” questa sembrava la voce di un ragazzo.

“…una colonna alta e rossa si è levata sulla città, una nebbia enorme!” questa era la stessa donna e dalla voce distinta le ricordava sua madre.

“…le bombe sembravano chicchi di grandine, continuavano fitte senza smettere…” era di nuovo il ragazzo.

“E la nebbia bianca che saliva sembrava il vapore dell’incenso.” continuava la signora.

Iera rrussa![2]“ questo proveniva da un colloquio parallelo fra due contadini.

“…copriva perfino i monti attorno alla città.” precisava la signora.

A questo punto un giovane in piedi accanto a lei le rivolse direttamente la parola per inserire il suo commento:

“La città è finita! Dicono che il porto sia stato completamente distrutto e anche la stazione, dicono che sono crollate più di mille case e che neanche si sa quanti sono i morti. D’altro canto chi le deve dissotterrare? L’esercito sta fuggendo e non ci sono forze sufficienti. Con questo caldo c’è anche il rischio che arrivi qualche epidemia. Per giorni e giorni siamo rimasti con la linea ferroviaria interrotta in più punti, anche quella telefonica.”

Dal vagone adesso si sentiva distintamente un signore che si era messo a interloquire con la signora:

“Io invece sono corso a Palermo in bicicletta a cercare mia madre, che cocciuta com’è non aveva ancora voluto lasciare la sua casa. Entravo negli edifici deserti, ingombri di macerie e di morti. Cumuli di morti. Tutte le strade erano ostruite. Camminavo per venti metri e dovevo tornare indietro, ho girato per un’ora senza sapere come arrivare in quella casa…”

“L’avete poi trovata vostra madre?” chiese la signora.

“Quando è iniziato a farsi buio mi sono dovuto rassegnare a tornare in paese, non avevo neanche i fari nella bicicletta. Poi a sera tarda sono iniziati ad arrivare da Palermo i primi camion militari colmi di persone. L’ho vista caricata in uno di questi con la sua cameriera. Mia madre, alla sua età, trasportata come fosse un sacco di patate! Mi veniva da piangere. C’erano bambini storditi, donne che piangevano, avevano tutti arrotolato i materassi in fretta e furia e chiedevano ospitalità. Non c’era dove metterli.”

“Quello è stato il bombardamento più brutto. Ma non hanno più smesso, né di notte e né di giorno. Dicono che non c’è neanche il tempo di scappare perché l’allarme suona quando hanno già finito.” continuò la signora.

Elda ascoltava impietrita. Se fosse rimasto sotto i bombardamenti qualcuno della sua famiglia? Per esempio Giulio, che andava ogni giorno in città? Forse era questo il motivo che aveva spinto sua madre a richiamarla? A quel punto l’angoscia divenne incontenibile, avrebbe potuto trovare vuota quella casupola a Santa Flavia.

Guardare il mare la rassicurava anche se era più grigio del solito, come se fosse saturo di detriti smossi dal fondo.


[1] corde

[2] era rossa

…tratto dal romanzo Elda, vite di magnifici perdenti , di Maria Adele Cipolla

I capitoli illustrati verranno caricati ogni quattro giorni nella categoria Capitoli #progettoelda

Nella pagina Audiolibro #progettoelda si potranno ascoltare le letture di tutti i capitoli.

Comments

2 comments on “Elda cap. 19, In treno”
  1. A. ha detto:

    Ho avuto modo di leggere un po’ la tua storia .. molto bella e interessante 😊

    1. Grazie, spero tu voglia continuare la lettura, io posto un capitolo ogni quattro giorni, il mercoledì e il sabato, altrimenti puoi scaricare l’ebook da Amazon.

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