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Archive for the ‘L’ultimo albero di Rapa Nui’ Category

mendoza38Un tempo il disagio sociale si combatteva con la conoscenza delle regole del sistema e la cultura, anche quella nozionistica e scolastica, era il modo di stare in una società ma anche il solo strumento per cambiarla. La società dei consumi ha invece individuato nel denaro lo strumento di affrancamento dall’esclusione: con esso puoi imitare chi ha successo, puoi diventare come lui, soprattutto puoi identificare qualcuno più in basso di te da escludere. E’ il capolavoro di una società che ha nella competizione il suo motore propulsivo, che dà l’illusione di un successo alla portata di tutti, mentre restringe il confine che contiene l’ologarchia.

Il risultato è un un esponenziale aumento del sentimento di esclusione, una frustrazione che nella peggiore delle ipotesi porta a conseguenze estreme. Ma senza arrivare al punto di imbracciare un fucile e sparare ad innocenti studenti di un college, la caratteristica del moderno frustrato è quella di aver perso ogni aspirazione alla crescita culturale.

Chi sente mancare il terreno sotto i propri piedi difficilmente intraprende un paziente percorso di formazione, soprattutto se luoghi e simboli di cultura appaionono respingenti, se non si percepisce una equivalenza fra crescita culturale e benessere economico e se attorno a te c’è un contesto che ti ammalia col motto “chi ti esclude fa schifo”, elencando un catalogo di elité sociali e culturali sulle quali scatenare la propria rabbia.

Mai come adesso la frattura fra chi è colto e chi no è stata così evidente, i primi si arroccano nei pochi avamposti culturali sopravvissuti, gli altri denigrano e delegittimano la conoscenza facendo saltare il tavolo del dialogo.

Io non misuro la cultura in base ai titoli di studio, perché ognuno può crearsi una cultura da sé e poi in Italia, per vent’anni, abbiamo avuto al potere un laureato (precedentemente diplomato al liceo classico) che non solo era campione di grossolanità, ma per giunta ha contribuito ad abbassare il livello culturale dell’intera nazione. Ma costui era il trait d’union fra una società della conoscenza e una società dell’apparenza, infatti ha utilizzato gli strumenti culturali di un tempo per raggiungere l’epoca della delegittimazione culturale. Prima di lui abbiamo avuto leaders politici con la schiena curvata dalle lunghe ore di studio, dopo di lui abbiamo avuto leaders muscolosi incapaci di coniugare un congiutivo, che però paventano èlite culturali ad ogni dove.

Il vocabolario Treccani dà la seguente definizione di élite: “L’insieme delle persone considerate le più colte e autorevoli in un determinato gruppo sociale, e dotate quindi di maggiore prestigio… gli individui, più capaci in ogni ramo dell’attività umana, che, in una determinata società, sono in lotta contro la massa dei meno capaci e sono preparati per conquistare una posizione direttiva.”

Dovrebbe quindi essere la classe dirigente a costituire l’èlite del nostro paese, perché invece abbiamo degli esponenti della maggioranza terrorizzati dalle èlite? E poi, chi sarebbero queste truppe di élite che minacciano continuamente l’azione politica? Sono giornalisti, medici, registi, scrittori, insomma tutti coloro che formano le proprie opinioni studiando, confrontando posizioni diverse, consultando testi scientifici, ragionando?

A questo punto viene da pensare che gli annunci, le prove di forza, il continuo distinguo fra un noi e un loro, siano solo sintomi di un irrisolto senso di inferiorità culturale, di leaders e adepti. Si, perché a volte, anche quando il leader è colto, preferisce mostrare di non esserlo, per imbarcare tutti quelli che altrimenti non voterebbero. Non c’è cosa peggiore che discutere con un ignorante (non intendo colui che non sa, ma colui che non vuole sapere), finirete per sentirvi dire “fate tutti schifo” e in questo tutti ci saranno le categorie dalle quali si è sentito escluso. Quindi è arrivata la politica del “togliamoci questa soddisfazione”, ad una ad una vengono stigmatizzate tutte le categorie che non piacciono o dalle quali il popolo si sente minacciato, e se non bastano le paure esistenti se ne creano di nuove.

Giù dalla Rupe Tarpea: immigrati, zingari, omosessuali, lesbiche, LGBT, donne indisponibili, ammalati, dottori, professori, giornalisti, psicologi, preti buonisti, associazioni umanitarie…

Il fatto è che mentre le èlite si affannano a ricordare le regole di convivenza civile e denunciare la disumanità di certe azioni, la massa plaude coloro che legittimano le pulsioni più infime. Siamo fra Cristo e Barabba, con l’aggravante che Cristo aveva un bel seguito, mentre le élite odierne sembrano aver perso il contatto con il presente.

Siamo onesti, non possiamo dare la colpa prima alle TV commerciali, poi a internet, poi ai social networks, poi ai videogiochi. Se qualcosa è sfuggita di mano alle élite culturali, sono loro a doversene fare una colpa, perché avevano gli strumenti per capire, per prevedere gli scenari futuri. Se ad un certo momento del ventesimo secolo il contatto con le masse si è spezzato, evidentemente la desiderata crescita culturale è rimasta incompiuta, o necessitava di una rivoluzione (pacifica) permanente. Nel frattempo si è tolta linfa vitale alle scuole, agli istituti culturali, agli enti teatrali e lirici, alle orchestre.

La situazione sembra senza speranza, non per niente siamo su un crinale storico.

Nulla vieta però di difendere ciò che è rimasto e diffondere semi dal basso, è un lavoro faticoso e il terreno è incolto da anni, ma non ci resta altro da fare.

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rabbiaCi si affaccia ai social network timidamente, non si sa bene come comportarsi, si osserva cosa fanno gli altri, si inizia a postare maldestramente foto private e ad accettare l’amicizia di chiunque te la chieda, cosa rischiosa; si riprendono i contatti con persone che avevi perso di vista, cosa bellissima. Poi si inizia ad osservare la vita altrui, la si paragona alla propria: ma davvero fuori da casa mia c’è un popolo di gaudenti che si sposta da un vernissage, un evento culturale e un party? Ogni tanto vai anche tu, che bello vedere gente! A questo punto potresti restare in questo bilanciamento fra vita virtuale e vita reale, godere i contatti con chi altrimenti non avresti potuto seguire e utilizzare il social come aggiornamento sulla vita reale in cui tuffarti quando vuoi. Puoi diventare molto bravo, scrivendo cose interessanti e promuovendo eventi di spessore, magari ogni tanto elargendo gocce del tuo privato. La vita sui social dipende molto da come stai e non credo che sia il social in se stesso a generare dipendenza. In tutta onestà non possiamo sapere se sia nato prima l’uovo o la gallina, mi spiego: sono i social che ci hanno reso peggiori, o la globale crisi di sistema è giunta proprio nel momento in cui si sperimentava un mezzo per esternare le proprie frustrazioni? I rabbiosi da social, gli odiatori, sono persone che senza i social avrebbero vissuto il proprio disagio in maniera diversa, o sarebbero state persone serene senza detti strumenti? Non mi riferisco ovviamento ai profili falsi generati da menti criminali, ma ai frustrati da tastiera che prendono per buona qualsiasi bufala, nutrono una rabbia repressa e la vomitano in insulti dalla sintassi sconclusionata. Questa è una nuova materia all’esame degli studiosi della mente umana, possiamo però cercare di capire cosa ci sia alla base di tanta rabbia, soprattutto capire perché uno degli aspetti del comportamento umano stia uscendo fuori controllo. Prima ancora dei social ci sono stati i reality TV, in cui erano gli stessi registi a richiedere ai partecipanti lacrime, zuffe, crisi di escandescenza, perché avevano scoperto che la fragilità umana faceva audience. Insomma tutto il contrario degli insegnamenti che la mia generazione aveva ricevuto da  famiglia e scuola. Io, classe 1957, sono cresciuta controllando le emozioni, forse troppo, ma mi sarei vergognata come una ladra nel perdere il controllo in pubblico per gelosia, rabbia o invidia. Mi avevano insegnato che questi sentimenti sono umani ma che la saggeza sta nel gestirli, anche riempiendo la propria vita di emozioni belle, creatività, affetti e vita sociale. Il rischio nel reprimere troppo le emozioni sta nel fare del male a se stessi (ad esempio infliggendosi una malattia autoimmune) ma al contrario, esternare eccessivamente le emozioni negative può portarti alla violenza, verbale o addirittura fisica (un esempio lampante è il femminicidio quando non si riesce a gestire la gelosia). In conclusione io ritengo che i social network siano solo uno gli ultimi strumenti di propagazione di un male sociale nato da tempo, già con l’avvento delle TV commerciali, che si chiama narcisismo. Come diceva Andy Warhol nel 1968: “Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti”, la profezia si è avverata e la conseguenza è, a mio avviso, il diffondersi di una rabbia collettiva che sta uscendo fuori controllo.

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