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Archive for the ‘Palermo, remota frontiera’ Category

Domenica a Palermo si è svolta una giornata di festeggiamenti per celebrare il glorioso Giornale L’Ora, erano presenti molti amici e per me è stata occasione di piacevoli memorie. La memoria è però spesso accompagnata dalla nostalgia, in questo caso non solto delle nostre giovinezze ma per una riuscita formula di finanziamento editoriale che forse ne L’Ora ha vissuto un unicum, grazie però ad alcune sinergie. Principalmente la volontà del PCI del 1954 di finanziare un quotidiano del pomeriggio senza farne un organo di partito, seconda cosa la fermezza con cui il direttore di allora Vittorio Nisticò tenne a giusta distanza i dirigenti di quel partito, terza cosa la felice acquisizione di penne meravigliose quali Aldo Costa, Marcello Cimino, Giuliana Saladino e Mario Farinella, solo per citarne alcuni. Il giornale, si sa, fece scuola a bravi giornalisti che poi si sono spostati in testate nazionali. Non dimentichiamo però che un giornale tanto coraggioso poteva sopravvivere solo grazie ai finanziamenti di un partito che in questa azione esercitò una delle più felici strategie politiche, che per anni combatté la mafia orientando a sinistra una buona fetta di elettorato, che spaziava lall’elite intellettuale al proletariato. Ho memoria di mio padre che per dovere di partito ogni mese si recava a Roma dal compagno Terenzi per garantire lo stipendio dei dipendenti. Aver tolto vitalità a L’Ora è stato uno dei maggiori sbagli del PCI negli anni in cui stava cambiando nome e identità. Vittorio Nisticò, il compianto Giacomino Galante e mio padre tentarono invano l’avventura della NEM, Nuova Editrice Meridionale, quando già il muro di Berlino stava per crollare, e ricordo la consapevolezza di non farcela, le riunioni fino a notte con Nisticò, il dovere di lottare fino a l’ultimo contro i mulini a vento. Il L’Ora è stato quindi un grande esempio di impegno civile, anche se irripetibile, ed è giusto ricordarlo.

https://palermo.repubblica.it/cronaca/2019/09/29/foto/palermo_l_ora_ha_una_strada_piazzetta_napoli_intestata_al_giornale-237238938/1/#1

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25 maggio 1992, i Funerali di Giovanni falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinari.

“A mani nude i magistrati sono stati uccisi, a mani nude poliziotti e carabinieri hanno cercato nei crateri del tritolo i corpi dei loro colleghi, a mani nude preti coraggiosi sono stati abbandonati nelle loro periferie e poi uccisi o trasferiti, a mani nude i giovani coltivano la terra confiscata alla mafia per vedere i loro raccolti distrutti, a mani nude altri giovani vanno via. A mani nude sono morti giornalisti, sindacalisti, imprenditori, liberi pensatori.” 
Non permetteremo che tanto dolore oggi possa essere sfruttato da chi pecca di umanità!

23 giugno 1992, catena umana per commemorare il primo mese dalla strage, una partecipazone spontanea dal Tribunale all’albero Falcone, con un’adesione talmente massiccia, che molte persone non riuscirono ad arrivare a destinazione entro le 17,58, quando ci fu il primo minuto di silenzio in ricordo delle vittime.

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Comitato dei lenzuoli, 1992
1992 Comitato dei lenzuoli, Palermo

Se la democrazia è una forma di governo in cui il potere risiede nel popolo, che ne esercita la sovranità attraverso istituti politici diversi, l’11 maggio 2019, nel sistema di bilanciamento e garanzia della Repubblica Italiana si sono viste in azione alcune forze che ne hanno minato le fondamenta. E’ stato toccato il punto più basso di democrazia dal giorno della liberazione del territorio nazionale dal Nazifascismo, sappiano chi sono i responsabili anche se al momento solo una persona si è assunta la paternità dei fatti.

Ciò che è successo è noto agli Italiani ma vale la pena riepilogarlo: per commemorare la Giornata della Memoria, alcuni Studenti delle prime classi di un Istituto tecnico della mia città hanno preparato con cura e amore un power point. Io immagino le loro ricerche, la scelta dei fatti più rappresentativi e delle foto più attinenti, della commovente poesia di Emily Dickinson sul valore della memoria, la registrazione delle proprie voci, sia di colui che sapeva ben modularla che di chi si sentiva impacciato, e l’intelligente accostamento del transatlantico Saint Luis con l’imbarcazione di migranti bloccata negli stessi giorni al porto di Palermo. Ne è venuto un piccolo capolavoro che per me è un segno di speranza, la cosa più bella di una vicenda ignobile, perché prodotta da ragazzini di un istituto Tecnico dell’estremo Sud, quella frontiera dove per l’istruzione si spende meno che altrove.

Il video è stato proiettato in aula magna con grandi applausi e il dissenso di qualche livoroso studente di destra, che ha espresso il suo disappunto sui social network. Il post è rimbalzato nei profili di vari aderenti a Casa Pound fino ad arrivare all’attenzione del sottosegretario alla cultura Leghista Lucia Borgonzoni, quella che orgogliosamente dichiara di non leggere nulla, ma va a caccia di post pieni d’odio. Infatti ha amplificato il livore dello studente di destra, minacciando di prendere provvedimenti e inviando e-mail di fuoco a funzionari ministeriali affinché si attivassero a sanzionare pesantemente il fatto. Si sa che il Preside di quella scuola, saggiamente, si è rifiutato di prendere provvedimenti contro l’accaduto, e poteva finire lì.

Invece dopo qualche giorno all’Istituto Tecnico ndustriale Vittorio Emanuele Terzo, che già subisce il nome di chi si è macchiato della promulgazione delle leggi razziali, è arrivata la Digos ad interrogare docenti e studenti. L’azione di bassa polizia ha poi avuto il conforto del Provveditore agli Studi di Palermo, che ha sospeso dall’insegnamento per 15 giorni la Professoressa Rosa Maria Dell’Aria, di 63 anni, docente di italiano da quaranta, rea di non aver censurato gli studenti.

Non mi sembra che fra i ruoli degli degli Uffici scolastici provinciali ci sia quello di censurare l’attività, peraltro meritoria, di un singolo docente, nè di controllare il libero pensiero degli studenti; eppure il provveditore Marco Anello sostiene di aver agito secondo coscienza perché “la libertà di espressione ha dei limiti”, veicolando un messaggio in netta antitesi con l’articolo 21 della Costituzione italiana, che recita: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.»

Gli effetti dell’attività repressiva di ministero e provveditorato agli studi all’apparenza è stato quello di un boomerang: a Palermo la cittadinanza si è ribellata in piazza, non soltanto gli studenti e i docenti ma anche la società civile, una petizione on-line in solidarietà della professoressa sta raggiungendo in queste ore le 200.000 firme. Ma nulla sarà come prima: la professoressa è colpita intimamente proprio nel coronamento di una dignitosissima carriera, i genitori degli studenti temono ritorsioni fisiche sui loro figli, e ai giovani è stato inltrato l’odioso messaggio a non esporsi, non esprimere opinioni, non immischiarsi in politica.

Palermo è una città singolare, 27 anni fa sembrava avesse perso speranza quando invece ci fu un colossale risveglio di dignità. Giovedì 23 maggio commemoreremo quella data, come ogni anno all’albero Falcone, quando si annuncia la presenza dei due Ministri ai quali la repressione della professoressa voleva fare buon gioco. A tre giorni da elezioni Europee che potrebbero cambiare le sorti del governo, la presenza diventa inopportuna e ad alcuni provocatoria, anche se rientra in ruoli istituzionali.

Negli ultimi giorni il dissenso alla politica di odio si è manifestata esponendo lenzuola alle finestre, immotivatamente poi censurate. E’ un metodo di protesta che, ricordo, è stato inventato proprio in questa città. Una città che nonostante i suoi difetti sa accogliere e si distingue per la sua umanità.

RESTEREMO UMANI ANCHE IL 23 MAGGIO 2019!

Nel frattempo: Il sindaco Leoluca Orlando ha dato mandato al Webmaster del Comune di pubblicare in homepage del sito istituzionale il video del lavoro realizzato dagli studenti della classe 2E dell’Istituto Industriale “Vittorio Emanuele III” di Palermo, al centro della polemica di questi giorni.

La decisione è stata votata dalla Giunta comunale, che ha anche aderito alle iniziative di solidarietà nei confronti della docente Rosa Maria Dell’Aria.

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1995, Beatrice Mortillaro Salatiello in una serata in pizzeria con donne e bambini dello Zen

Oggi Bice sarà ricordata a Villa Trabia, e fu proprio in quel luogo, nella lunga battaglia per la sua liberazione, che mi investì per la prima volta con la sua richiesta fulminante, quella che faceva a tutti: “è dello Zen che dovete occuparvi!” Prima o poi riusciva a trascinarvi tutti, e bastava un pomeriggio per tornare a casa con lo Zen appiccicato addosso, perché tutto era sfiancante in quelle battaglie: progetti iniziati dopo faticose questue, interrotti per mesi e poi ripresi quando non sapevi più dove erano finite le tue donne, e si doveva ricominciare tutto d’accapo, girando fra le insule a bussare a ogni porta. Ma lei non mollava, è riuscita in tanti anni a creare asili, doposcuola, è riuscita a levare tanti ragazzi dalla strada, dare un’istruzione alle donne, prepararle al lavoro. E ora i suoi progetti vengono portati avanti da persone che sono cresciute con lei, è un bilancio positivo, ma sempre circoscritto all’ambito del volontariato. A lei non bastava, lei pretendeva che tutto questo fosse fatto dallo stato, non era molto da chiedere ma non è stato fatto. Lei chiedeva cose semplici: il capolinea di un autobus, il tempo pieno con la mensa, i servizi primari per ogni quartiere, e in tutti questi anni ogni conquista della città è stata portata avanti con la consapevolezza e il senso di colpa di quello che non si stava facendo allo Zen, luogo dell’anima sofferente, metafora di tutte le periferie del mondo. E se prima allo Zen ci pensava Bice, ora Bice non c’è più e tutti gli Zen del mondo ci stanno piombando addosso.

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Il Ballo del Gattopardo

La scena del Ballo nel film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti, tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Il verismo fu una corrente letteraria sviluppatasi fra il 1875 e il 1895 ad opera principale di Giovanni Verga e Luigi Capuana che, ispirandosi al naturalismo francese, propugnava l’estrema aderenza alla verità, raccontando nei fatti la povertà del sud Italia. La corrente si estese anche nel campo figurativo, teatrale e musicale. Una delle sue caratteristiche fu quella di raccontare fatti e scene di vita popolare con un certo distacco del narratore il quale, soprattutto a quel tempo, non poteva che appartenere ad una classe sociale più elevata.

Questa è la caratteristica che mi fa avvicinare con sospetto alle opere veriste, anche se fra di esse ce ne sono alcune di indubbio valore. Quel che è peggio è una sua degenerazione rimasta appiccicata addosso alla classe dirigente della nostra terra, soprattutto palermitana, un post-verismo per me particolarmente fastidioso.

Spesso sono sfumature che solo un nativo può comprendere, ad esempio un modo di ingentilire il dialetto palermitano, di per sé sguaiato e aggressivo, sciorinandolo nella cantilena dei quartieri alti, scandendo i vocaboli più arcaici in modo da mostrarsi edotti e al contempo distaccati dal retroterra che li ha coniati. Il desiderio del post-verista è quello di porsi da mediatore culturale fra il popolino e l’audience globale, sottolineando la propria estraneità al quadro macchiettistico che sta dipingendo. Il rischio è quello di  dipingere una realtà svantaggiata dall’alto in basso, ma ancora peggio è l’aurea poetica che include gli aspetti più esecrabili di questa realtà, come la malavita organizzata.

Quando ero bambina, il post-verismo divertiva i salotti della “Palermo bene” con lo scherno delle scene di vita dei sottoposti: contadini, portieri e servette; dei quali si riproducevano teatralmente il gergo, le scene da cortile, le volgarità e i gesti violenti, col desiderio che tale mondo restasse inchiodato al suo ruolo di foraggiatore dell’economia del latifondo e degli stessi salotti.

Forse fu l’avversione a questo post-verismo ad indurre esattamente 60 anni fa Elio Vittorini, comunista e siciliano sofferto, a cestinare l’opera di un esordiente quando era lettore per la casa editrice Einaudi. Il mondo letterario non glielo perdonò facilmente e neanche la sua casa editrice, perché il romanzo in questione era “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, destinato a diventare bestseller internazionale. Amando profondamente Elio Vittorini, soprattutto nel suo “Conversazione in Sicilia” che riassume l’amore-odio di ogni siciliano cosapevole, devo ammettere che quella fu una reazione esagerata, perché l’opera di Tomasi di Lampedusa è un acritico ma bellissimo affresco del mondo del latifondo che, in quanto magistralmente descritto da un suo protagonista, non scivola nella macchietta. Il problema è che Il Gattopardo diede la stura ad una nuova ondata di post-verismo, marcando il confine fra chi viveva nei salotti dell’aristocrazia e chi ne avrebbe voluto far parte. Il cuore dell’equivoco sta infatti nel “salotto aristocratico palermitano” in sé e data dai tempi dei viaggiatori ottocenteschi (fra icui Johann Wolfgang Goethe e Guy de Maupassantche concludevano il Grand Tour fra i profumi e gli olezzi che caratterizzano le contraddizioni della mia città, per essere rapidamente rapiti dai salotti aristocratici, dai quali era difficile sfuggire. Come la maga Circe il salotto seduceva lo straniero con pigrizia e seduzione e, a volte, buona conversazione, mentre esso veniva conteso da una famiglia all’altra in una gara di opulenza e buon cibo. Incredibilmente il salotto palermitano sedusse anche il regista Luchino Visconti, comunista ma aristocratico che, dopo il suo tributo alla causa con La terra Trema e Rocco e i suoi fratelli, godette di un ritorno alle origini nella trasposizione cinematografica de “il Gattopardo”. In questa occasione la città che conta visse il suo momento più memorabile, ancora ci sono dame aristocratiche che possono vantare di aver partecipato da comparse alla scena del ballo a Palazzo Ganci. Per l’aristocrazia palermitana Luchino Visconti era un titolato da non farsi sfuggire (Duca di Grazzano Visconti, Conte di Lonate Pozzolo, Signore di Corgeno, Consignore di Somma, Consignore di Crenna, Consignore di Agnadello, Patrizio Milanese), anche se egli avrebbe preferito ricevere la giusta attenzione in quanto regista cinematografico di talento. Alla fine però la scena del ballo assorbì la maggior parte delle energie e della pellicola, tanto che la passione per il dettaglio con cui il regista volle descrivere il “salotto palermitano” diede addirittura avvio ad una corrente stilistica poi chiamata Viscontismo, mentre il film mandò in bancarotta il suo produttore.

La mia potrebbe sembrare l’invidia di chi in quei salotti non è mai stata invitata, in realtà qualche volta mi è capitato e non posso negare che la voce melodiosa di ciò che è sopravvissuto di quel mondo costituisce tutt’ora una seduzione. Quello che mi infastidisce però è la sua filosofia, quel “Gattopardismo” inaugurato proprio da Tomasi di Lampedusa, per cui pregi e difetti della nostra terra sembrano connaturati ad essa senza che si possa far nulla per cambiare. Mi indigna la convivenza pacifica fra salotto e mafia, il servirsi dei suoi scagnozzi per poi restarne intrappolati. Ma alla base di tutto c’è il desiderio di continuare a vivacchiare nel modello economico del latifondo, cercando una mamma che spilli latte in abbondanza senza che sia richiesto alcuno sforzo, prima erano gli enormi appezzamenti di terra che versavano denari in città tramite soprastanti mafiosi, poi si abbatterono le ville di città per costruire orribili palazzi, della cui vendita di appartamenti vivacchiare per qualche anno, poi il modello venne recepito da alti dirigenti della Regione Siciliana, che percepivano lauti stipendi senza neanche recarsi al lavoro, peggio ancora lucrando sul proprio ruolo. Alla fine, alcuni famiglie latifondiste hanno avuto un’evoluzione virtuosa in nuove generazioni di imprenditori del vino o dell’agricoltura, moderne e laboriose, mentre il vecchio clichè è rimasto appiccicato addosso ad una media classe dirigente, pigra e connivente, piccolo borghese e arrangiaticcia, politicante e ammanigliata, quella che costituisce la melma da cui la Sicilia fatica ad emergere.

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Nave Diciotti, Catania, 26 agosto 2018.jpgCi troviamo quì, distanti e vicini, col desiderio di congiungerci mentre le correnti del freddo ci trasportano lontani, come zolle di pack alla deriva di mari ghiacciati. Molo di levante del porto storico di Catania, loro sulla nave dei dannati chiamata Diciotti, noi nella banchina parallela, immobili a guardarli mentre la manifestazione ufficiale si è già dispersa insieme alle tante bandiere, simboli residuali di sigle che un tempo ho amato e che adesso mi sembrano responsabili delle nostre divisioni. Le gabbie sono due, la loro visibile quanto l’ingiusta detenzione in quella nave, noi invece la gabbia ce la siamo costruita da soli, arrivando al disastro di una umanità perbene incapace di costutuire un fronte politico unitario. La giornata è stata confortante, perché finalmente sono stati in tanti a manifestare, costituendo almeno per una volta un blocco contro il governo razzista. Ma nelle facce dei manifestanti vedo anche la consapevolezza della disgregazione di fatto. Noi due abbiamo deciso di metterci in viaggio all’ultimo momento, con l’ansia di raggiungere una piccola parte della nostra anima che già da qualche giorno si trova in questo molo, e arriviamo quando i più si avviano all’uscita e restano quelli che non se ne vogliono andare. Poi ne arrivano ancora e l’empatia fra le due banchine viene accarezata da una bella luna. Nel frattempo iniziano a sbarcare i malati, e riprendiamo la strada per Palermo assordati dalle sirene. Tornati a casa, ci giunge la notizia che Salvini è indagato dalla procura di Agrigento, fra i capi di imputazione anche il sequestro di persona. Si apprende infine che stanno sbarcando tutti. Per il momento loro, forse, sono salvi; l’Italia invece è gravemente malata.

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Risultati immagini per Pina Bausch Gebirge a palermoLavoravo come attrezzista al Teatro Biondo Stabile di Palermo, era la primavera del 1988, il teatro era desertificato da una tournee della compagnia stabile (credo fosse la Pazza di Chaillot per la regia di Pietro Carriglio) che si era portata appresso la quasi totalità di tecnici e attrezzature. Io avevo evitato la partenza, sia perché avevo una bambina piccola, sia perché c’era in cartellone “Auf dem Gebirge hat man ein Geschrei gehört” di Pina Bausch, voluto fortemente dal Sindaco Leoluca Orlando, accettato ob torto collo dal direttore artistico e regista Pietro Carriglio. La mancata partenza mi aveva retrocessa a segretaria del direttore di sala, ma mi stava bene. Una settimana prima dell’arrivo della compagnia Tanztheater de Wuppertal, io e il direttore di sala decidemmo di aprire il fascicolo giacente nella scrivania di Carriglio, in cui Andres Neumann ricordava le specifiche del contratto sottoscritte dalla direzione artistica e mai comunicate al resto del teatro, ricordo ad esempio…n.7 docce con acqua calda nei camerini…n. 2 camion di torba fresca…

Ricordo anche attrezzature di base per un teatro, quali fari, camere nere e siparietti, che però erano partite in tournee insieme alle scene.

Se non avessimo deciso di sbirciare il contenuto di quel fascicolo lo spettacolo sarebbe saltato, ma anche avendone presa visione, la situazione era disperata e surreale: non avevamo accesso alle finanze del teatro, non avevamo neanche i tempi tecnici per organizzare tutte quelle cose.

Nonostante ciò decidemmo di fare il miracolo.

Il direttore di sala era spinto da ragioni pratiche quali la difesa del teatro e del proprio posto di lavoro, io semplicemente dal desiderio incontenibile di assistere per la prima volta nella vita ad uno spettacolo di Pina Baush.

Così ci attaccammo al telefono supplicando tutte le compagnie locali di prestarci il materiale di base, e non fu facile, perché il Teatro Stabile in città giocava il ruolo di asso piglia tutto dei finanziamenti culturali e non era affatto amato dalle piccole compagnie. Riuscimmo ad avere ciò che ci serviva. Fu difficile riuscire a trovare un idraulico che ci installasse le docce in una settimana e solo con un “pagherò”, ma la cosa più difficile da trovare furono i due camion di torba.

Non so come, il giorno dell’arrivo della compagnia tutto quanto richiesto nel contratto era stato preparato.

E si passò alla fase successiva: accogliere una compagnia di fama internazionale in due, senza direttore artistico né addetto stampa.

La compagnia era stata preceduta dai suoi addetti stampa e da personalità autorevoli vicine a Pina Baush, ma per gli inviti locali alla conferenza stampa feci affidamento alla mia rubrica personale, e poi ricordo di aver invitato alla prima dello spettacolo tutte le persone che ritenevo prestigiose nel panorama culturale della città.

Poi finalmente il giorno della conferenza stampa vidi approssimarsi al tavolo una figura minuscola, eterea e magica, ricordo che l’avere incrociato il suo sguardo sia stata una delle emozioni più profonde della mia vita, era finalmente lei, Pina Baush.

Tutto procedette senza che né il pubblico, ne la compagnia, ne Pina Baush, si accorgessero dei numerosi intoppi che incontrammo, noi pochi residuali di un teatro stabile possente.

Per quanto riguarda lo spettacolo, posso dire che due sono stati gli eventi cittadini capaci di elevarmi ad una dimensione onirica, magica e globale: la prima di Gebirge e la riapertura del Teatro Massimo.

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