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Archive for the ‘Palermo, remota frontiera’ Category

Nave Diciotti, Catania, 26 agosto 2018.jpgCi troviamo quì, distanti e vicini, col desiderio di congiungerci mentre le correnti del freddo ci trasportano lontani, come zolle di pack alla deriva di mari ghiacciati. Molo di levante del porto storico di Catania, loro sulla nave dei dannati chiamata Diciotti, noi nella banchina parallela, immobili a guardarli mentre la manifestazione ufficiale si è già dispersa insieme alle tante bandiere, simboli residuali di sigle che un tempo ho amato e che adesso mi sembrano responsabili delle nostre divisioni. Le gabbie sono due, la loro visibile quanto l’ingiusta detenzione in quella nave, noi invece la gabbia ce la siamo costruita da soli, arrivando al disastro di una umanità perbene incapace di costutuire un fronte politico unitario. La giornata è stata confortante, perché finalmente sono stati in tanti a manifestare, costituendo almeno per una volta un blocco contro il governo razzista. Ma nelle facce dei manifestanti vedo anche la consapevolezza della disgregazione di fatto. Noi due abbiamo deciso di metterci in viaggio all’ultimo momento, con l’ansia di raggiungere una piccola parte della nostra anima che già da qualche giorno si trova in questo molo, e arriviamo quando i più si avviano all’uscita e restano quelli che non se ne vogliono andare. Poi ne arrivano ancora e l’empatia fra le due banchine viene accarezata da una bella luna. Nel frattempo iniziano a sbarcare i malati, e riprendiamo la strada per Palermo assordati dalle sirene. Tornati a casa, ci giunge la notizia che Salvini è indagato dalla procura di Agrigento, fra i capi di imputazione anche il sequestro di persona. Si apprende infine che stanno sbarcando tutti. Per il momento loro, forse, sono salvi; l’Italia invece è gravemente malata.

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Risultati immagini per Pina Bausch Gebirge a palermoLavoravo come attrezzista al Teatro Biondo Stabile di Palermo, era la primavera del 1988, il teatro era desertificato da una tournee della compagnia stabile (credo fosse la Pazza di Chaillot per la regia di Pietro Carriglio) che si era portata appresso la quasi totalità di tecnici e attrezzature. Io avevo evitato la partenza, sia perché avevo una bambina piccola, sia perché c’era in cartellone “Auf dem Gebirge hat man ein Geschrei gehört” di Pina Bausch, voluto fortemente dal Sindaco Leoluca Orlando, accettato ob torto collo dal direttore artistico e regista Pietro Carriglio. La mancata partenza mi aveva retrocessa a segretaria del direttore di sala, ma mi stava bene. Una settimana prima dell’arrivo della compagnia Tanztheater de Wuppertal, io e il direttore di sala decidemmo di aprire il fascicolo giacente nella scrivania di Carriglio, in cui Andres Neumann ricordava le specifiche del contratto sottoscritte dalla direzione artistica e mai comunicate al resto del teatro, ricordo ad esempio…n.7 docce con acqua calda nei camerini…n. 2 camion di torba fresca…

Ricordo anche attrezzature di base per un teatro, quali fari, camere nere e siparietti, che però erano partite in tournee insieme alle scene.

Se non avessimo deciso di sbirciare il contenuto di quel fascicolo lo spettacolo sarebbe saltato, ma anche avendone presa visione, la situazione era disperata e surreale: non avevamo accesso alle finanze del teatro, non avevamo neanche i tempi tecnici per organizzare tutte quelle cose.

Nonostante ciò decidemmo di fare il miracolo.

Il direttore di sala era spinto da ragioni pratiche quali la difesa del teatro e del proprio posto di lavoro, io semplicemente dal desiderio incontenibile di assistere per la prima volta nella vita ad uno spettacolo di Pina Baush.

Così ci attaccammo al telefono supplicando tutte le compagnie locali di prestarci il materiale di base, e non fu facile, perché il Teatro Stabile in città giocava il ruolo di asso piglia tutto dei finanziamenti culturali e non era affatto amato dalle piccole compagnie. Riuscimmo ad avere ciò che ci serviva. Fu difficile riuscire a trovare un idraulico che ci installasse le docce in una settimana e solo con un “pagherò”, ma la cosa più difficile da trovare furono i due camion di torba.

Non so come, il giorno dell’arrivo della compagnia tutto quanto richiesto nel contratto era stato preparato.

E si passò alla fase successiva: accogliere una compagnia di fama internazionale in due, senza direttore artistico né addetto stampa.

La compagnia era stata preceduta dai suoi addetti stampa e da personalità autorevoli vicine a Pina Baush, ma per gli inviti locali alla conferenza stampa feci affidamento alla mia rubrica personale, e poi ricordo di aver invitato alla prima dello spettacolo tutte le persone che ritenevo prestigiose nel panorama culturale della città.

Poi finalmente il giorno della conferenza stampa vidi approssimarsi al tavolo una figura minuscola, eterea e magica, ricordo che l’avere incrociato il suo sguardo sia stata una delle emozioni più profonde della mia vita, era finalmente lei, Pina Baush.

Tutto procedette senza che né il pubblico, ne la compagnia, ne Pina Baush, si accorgessero dei numerosi intoppi che incontrammo, noi pochi residuali di un teatro stabile possente.

Per quanto riguarda lo spettacolo, posso dire che due sono stati gli eventi cittadini capaci di elevarmi ad una dimensione onirica, magica e globale: la prima di Gebirge e la riapertura del Teatro Massimo.

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Apertura dei giochi olimpici 2012, Londra. Una bella cerimonia carica di significati, non c’è che dire, ma mi ha molto incuriosito l’atteggiamento degli atleti che sfilavano ognuno dietro la propria bandiera, probabilmente nell’evento più importante della loro vita. Ecco, erano afflitti da un’ossessione dell’immagine e, piuttosto che sfilare recitando il proprio ruolo, riprendevano col telefonino o col tablet la platea che li applaudiva, anch’essa affollata di telefonini e tablet che riprendevano loro stessi: un cortocircuito della riproducibilità tecnica che dovrebbe farci pensare. Ma noi umani del terzo millennio stiamo vivendo le nostre vite o stiamo dirigendo il film della nostra vita? Siamo reali o siamo virtuali?

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Non sto a ricordare quello che nella sola giornata di ieri è riuscito a compiere, o non compiere, il partito democratico italiano. Non lo faccio perché mi fa male, perché nonostante i vari cambi di nome e di casacca abbiano lavato via qualsiasi traccia di sinistra, continuo a considerare il PD un pronipote del partito in cui sono politicamente cresciuta. Un partito in cui, invero, cominciai da giovanissima ad avere una contrapposizione dialettica, cercando alternative nei gruppi extraparlamentari, tornando all’ovile a fasi alterne, come tanti del resto. Ieri alla presentazione del libro “Chi ha ucciso Pio La Torre?” (di Paolo Mondani e Armando Sorrentino) gli autori e i relatori (Claudio Riolo e Saverio Lodato) hanno ricordato i sofferti contrasti che albergavano all’interno del PCI siciliano negli anni 70 e 80, la parabola discendente da un segretario ad un altro (peggiore del precedente) che passo dopo passo è giunta a consegnarci l’attuale reggenza. Per intenderci, quella che attualmente appoggia il governo Lombardo, che nella difesa di questa posizione ha frantumato i propri consensi nella recente tornata comunale, che annuncia di staccare la spina ma temporeggia nella foga di accaparrare gli ultimi privilegi. Prima che le prossime elezioni regionali e politiche disintegreranno l’attuale panorama politico, senza molte garanzie di un miglioramento. La situazione è pressocché uguale nei due rami del parlamento nazionale e in tante assemblee locali, un clima da si salvi chi può. Non si salva la democrazia, non si salvano gli ideali, non si salva il volere degli elettori, soprattutto da anni (decenni) non si vede un programma politico. I programmi ci sono, non sempre, in quei piccoli partiti che ancora possono definirsi di sinistra ma che faticano a raggiungere il quorum, anche perché continuano a frantumarsi esponenzialmente. Poi c’è il populismo, il grande facilitatore di consensi che vede ora l’uno ora l’altro “stand up comedian”.

Continuerà così se il PD procederà nella sua autoestinzione senza che un “programma politico” riesca ad occuparne il vuoto. Non riesco neanche a chiamarlo partito, data la ripungnanza generata ormai da questo sostantivo, ma qualcosa di strutturato dovrà pur essere e faticosamente dovrà nascere dal basso, oltre e senza il PD, ricucendo ferite, individuando ideali e blocchi sociali di riferimento. Questo lavoro doveva essere fatto 20 anni fa, e dovevamo essere noi a farlo, noi che ancora ci sentiamo di sinistra, ultima bandiera a cui aggrapparci, noi che non dobbiamo più dare deleghe in bianco.

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Confesso di essermi rassegnata, negli ultimi anni, all’inverno del nostro scontento. Mi accorgo anche che una categoria di questo blog, nato nel decennale e triste gelo palermitano, si chiama “Palermo remota frontiera”. Nessuna previsione mi faceva sognare questa meravigliosa primavera, credevo di morire nel grigiore, ne ero ormai rassegnata e vorrei tanto che arrivi il momento di chiamare la categoria “Palermo capitale d’Europa”. Calma, non corriamo, vigiliamo il cambiamento, aiutiamo la nuova giunta, fiancheggiamola, anzi marchiamola ai fianchi se sbaglia. Mi sembra comunque che stia partendo molto bene. Nel frattempo mi rifaccio il look ed esco di casa, mi trucco, dimagrisco, vedo gente, rido, ma da quanti anni non mi sentivo così? Già la città pullula di attività, in realtà programmate prima dell’inaspettata vittoria, ma lo stesso tutto ha un sapore diverso, di libertà. Che meraviglia, certa gente sembrava sepolta nelle proprie case, del resto lo ero anch’io. Adesso sembriamo i “babbaluci”, che dopo la pioggia escono fuori dall’uscio con le antenne alzate. Direi di cambiare anche questo blog, nome nuovo (non più il mio first name) e nuova testata, con la moltiplicazione di una scena dello spettacolo “Palermo Palermo” della compianta Pina Bausch, per me l’emblema della nostra primavera.

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Stavo per preparami un intervento di due minuti da fare oggi in un incontro fra cittadini palermitani, futuro sindaco e futuri assessori, lo ricordo alle 18 a Villa Bordonaro in via del Fante. Non so se riuscirò a sintetizzarlo in due minuti, non so se riuscirò ad avere il tempo fra mille interventi e comunque io sono persona di scrittura e non di parola.

A memoria mia e del mio interlocutore principale, Francesco Giambrone, futuro assessore alla cultura, di quanti vogliono ragionare su una città migliore, ecco il mio piccolo contributo:

La memoria e la nostalgia ricorrono protagoniste in questa campagna elettorale, come qualcosa che bisogna giustificare e arricchire di un aggettivo buono che è l’esperienza. Nel caso dell’assessorato alla cultura, il ricordo è inevitabile perché avremo l’assessore che per più tempo ha ricoperto questo incarico.

La mia memoria della cultura a Palermo è fatta di luoghi e di persone. Due luoghi sono Villa Trabia e i cantieri culturali alla Zisa, di quest’ulmino si è tanto parlato di recente che credo ci siano buoni suggerimenti su come proteggerlo dal vandalismo delle future amministrazioni.

Le persone sono tante, la maggior parte delle quali fa parte (come me) di quella schiera di scoraggiati che neanche cerca più un’occupazione nel mondo dello spettacolo (e della cultura in genere), o come altri ha più fortunatamente cambiato mestiere. Questo è da imputare al cambiamento politico non soltanto di Palermo ma dell’Italia tutta, al suo livellamento in basso. Chi in passato ha fatto cultura o ha soltanto fruito cultura, negli ultimi 11 anni si è talmente depressa da rimuovere, dimenticare.

Una sera del 2008 mia figlia, a Londra, è andata a vedere con la sua scuola di recitazione uno spettacolo di Pina Baush, telefonandomi  durante l’intervallo: “ma non mi avevi detto che Pina Baush aveva fatto uno spettacolo su Palermo!” In realtà glielo avevo raccontato e le avevo raccontato tante altre cose a cui lei faceva fatica a credere, come quella volta che mi ero trovata seduta accanto a Harold Pinter in una prova spettacolo per tecnici e lui ci chiedeva cosa ne pensavamo della sua scenografia, noi? Lei ricordava invece gli spettacoli per bambini, le feste e i Carnevali a Villa Trabia, soprattutto ricordava la mia felicità di allora.

I nostri anni buoni sono troppo dolorosi da ricordare, le giunte Cammarata sono riuscite a cancellare la memoria della Palermo felice e dei suoi protagonisti. Va anche detto che forse qualcosa poteva essere fatto allora perché quell’esperienza potesse lasciare un orma virtuosa, un passo incancellabile, un mattoncino, un paletto, qualcosa di meno effimero della nostra memoria.

Ma non recriminiamo, costruiamo piuttosto, siamo quì per questo

Dei luoghi della cultura si è già parlato e vorrei parlare delle persone, non tanto dei protagonisti principali ma della miriade di comprimari con cui, alomeno io, sono entrata in contatto in quegli anni.

Il fatto che Palermo sia riuscita ad essere per un periodo capitale della cultura  ha significato il movimento di un indotto professionale non indifferente, fatto di gente dello spettacolo, tecnici, studenti, svariata manovalanza che è cresciuta anno dopo anno con l’allestimento del festino, del capodanno in piazza, del Festival sul Novecento, dell’estate palermitana e poi il tempo scuola, la città dei ragazzi e un oceano di spettacoli e interventi culturali che si svolgevano tutto l’anno. Da un lato c’era una città che fruiva, dall’altro una che cresceva, trovando occupazione, anche se precaria.

In ogni edizione del festino di quegli otto in cui ho lavorato alla sua preparazione, la selezione di una buona squadra era la parte più difficile, avevo dei bravissimi assistenti e persone inadeguate, sono riuscita anche a coinvolgere dei lavoratori socialmente utili, a nessuno di loro però ho potuto certificare le proprie competenze. Pochissime di queste persone sono attualmente impegnate nel mondo dello spettacolo, certamente non le migliori.

Abbiamo sparso mestiere come sabbia in un deserto, quando invece si poteva tirare su una categoria altamente competente, una scuola di scenografia da strada che avrebbe potuto lavorare in altre realtà, stessa cosa per la sartoria teatrale. Parlo ovviamente dei miei mestieri, ma posso allargarmi a tutti quelli tecnici, dello spettacolo e di altri eventi culturali, quelli esenti dalla necessaria discrezionalità artistica: luci, fonica, assistenza alla regia, direzione di scena, allestimento, montaggio.

Certo adesso le finanze del comune sono di parecchio più disastrate di allora e non so quanto di quella Palermo potrà rivivere, ma vorrei che si facesse in modo che, anche un dieci per cento di quelle attività, fosse più virtuoso e contribuisse alla formazione di categorie di lavoratori della cultura e dello spettacolo. Vorrei che questa gente possa crescere insieme alla città, come una volta, ma questa volta in un dialogo scambievole che accresca e certifichi le competenze di ognuno, così che queste possano essere spese in futuro e altrove, così da attirare un circuito di docenti e discenti: una grande scuola di formazione a basso costo

Come fare questo?

Io credo che l’esperienza possa avere fornito gli strumenti per aggirare i vecchi errori e suggerire dei rapporti più trasparenti fra l’assessorato e coloro che lavorano nel mondo della cultura. Già 20 anni fa si fecero delle innovazioni epocali rompendo il meccanismo dei finanziamenti a pioggia, fornendo spazi e servizi alle piccole compagnie.

Adesso, quell’innovazione tecnologica (web 2.0) che ci ha permesso una campagna elettorale viva ed economica, un contatto con gli elettori mai visto in passato, ci può aiutare a creare un meccanismo di feedback (scusate l’inglese ma non trovo la traduzione) per cui il cittadino può dare dei voti agli spettacoli, può commentarli, in modo da favorire la scelta dei finanziamenti e delle programmazioni. Lo stesso si può fare con i singoli lavoratori del mondo dello spettacolo.

Si può andare verso la costutuzione di un portfolio (scusate ancora l’inglese) di ogni compagnia ma anche di ogni lavoratore, a quest’ultimo obbligatoriamente dovranno contribuire coloro che chiedono finanziamenti per la propria compagnia. Il concetto dovrebbe essere: tu mi chiedi dei soldi io e ti chiedo in cambio l’utilizzo di maestranze che siano state certificate da altre compagnie che hanno lavorato prima di te. Ogni compagnia, al momento del rendiconto, dovrà fornire il feedback delle varie competenze. Ogni singolo potrebbe così acquisire dei punteggi di merito che sono quelli che rispondono a criteri di affidabilità, bravura e rispetto dei tempi. Questo apprendimento in progress potrebbe poi essere arricchito da lezioni aperte tenute da artisti affermati (scenografi, registi, costumisti, lighting designers) in tournée a Palermo per conto del comune.

Parliamone

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E così, a una settimana dal voto, un pranzo domenicale in famiglia diventa terreno di scontro sulle primarie, perché ancora se ne parla e non se ne riesce a fare a meno. E si dice “basta! Parliamo d’altro per favore” e poi invece si ci ritorna. E arriva l’inevitabile déjà vu di quarant’anni fa, quando nella stessa famiglia il terreno di scontro era la diaspora dal PCI ai gruppi extraparlamentari, adesso invece non si capisce nulla. Abbiamo tutti ragione e tutti torto. Nessuno di noi ha votato con passione, si è scelto il meno peggio, e neanche questo è stato facile, s’è cambiata idea tante volte e alla fine si è votato con rabbia o con rassegnazione. Chi in passato è stato frondista ora ha invocato il voto utile, chi è sempre stato moderato, una volta per tutte ha scelto la provocazione, costi quel che costi; altri sono proprio rimasti a casa. Eccola la nostra famiglia di sinistra: volersi bene e discutere sempre. Ma farsi del male no, per favore, adesso basta. Cosa ci vuole per mettersi attorno ad un tavolo e ragionare? Cosa ci vuole per assumersi tutti le proprie responsabilità, stilare un programma comune e trovare un’unione su quello piuttosto che sulle persone? Le faide sui personaggi della politica si chiamano populismo, i programmi sono invece partecipazione al bene comune. Ci vuole fatica, ci vuole mediazione, ci vuole pazienza, bisogna sotterrare le asce di guerra, sopire i vecchi rancori. Vent’anni fa, dopo le stragi, capimmo che non c’era più nessuno a difenderci dalla mafia e siamo scesi tutti in piazza. Oggi siamo forse messi peggio, nessuno è morto ma la sinistra lo sembra per davvero. Il nemico è più subdolo ed è dentro di noi, abbandoniamolo alla sua deriva verso destra e chiamiamoci ancora con più orgoglio “sinistra”, una sinistra di unione passionale, di liberazione generale. Forse non ci saranno più i partiti ma la capacità di aggregarsi sulle istanze comuni si, questo è il sale della democrazia. Dopo vent’anni diamoci di nuovo una smossa, con la morte di Falcone sembrava che ci fosse morto il padre, adesso sembra che ci sia crollata addosso la casa, la casa della sinistra. Non abbiamo più chi delegare, siamo soli e tutto è da rifare. In casi simili siamo stati capaci di essere grandi, cerchiamo di esserlo ancora una volta, perché non c’è scelta.

Io credo che con onestà si possa iniziare a parlare di programmi, a breve, a lunga o a lunghissima scadenza, questo dipenderà dalle forze che si riusciranno ad aggregare attorno ai programmi e alle idee. Io sono convinta che vale sempre la pena combattere per le idee, le proposte, i programmi, meno per le persone. Queste primarie si sono fermate sulle persone, sulla loro capacità o meno di essere combattive, di aggregare consensi. Ci si è chiesto di meno, e forse non se lo sono chiesti neanche i candidati, se i loro programmi valevano la pena di essere presi in considerazione, se c’era materia su cui lavorare. Tutto questo si deve ancora fare e forse sarà tardi per questo turno, ma la politica non deve mai fermarsi alla imminente tornata elettorale, piuttosto prevedere gli scenari futuri, intercettare i movimenti di pensiero, trovare parole nuove e nuove chiavi di lettura per stravolgimenti della storia pari a quello che stiamo attraversando adesso.

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