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Archive for the ‘Palermo, remota frontiera’ Category

Apertura dei giochi olimpici 2012, Londra. Una bella cerimonia carica di significati, non c’è che dire, ma mi ha molto incuriosito l’atteggiamento degli atleti che sfilavano ognuno dietro la propria bandiera, probabilmente nell’evento più importante della loro vita. Ecco, erano afflitti da un’ossessione dell’immagine e, piuttosto che sfilare recitando il proprio ruolo, riprendevano col telefonino o col tablet la platea che li applaudiva, anch’essa affollata di telefonini e tablet che riprendevano loro stessi: un cortocircuito della riproducibilità tecnica che dovrebbe farci pensare. Ma noi umani del terzo millennio stiamo vivendo le nostre vite o stiamo dirigendo il film della nostra vita? Siamo reali o siamo virtuali?

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Non sto a ricordare quello che nella sola giornata di ieri è riuscito a compiere, o non compiere, il partito democratico italiano. Non lo faccio perché mi fa male, perché nonostante i vari cambi di nome e di casacca abbiano lavato via qualsiasi traccia di sinistra, continuo a considerare il PD un pronipote del partito in cui sono politicamente cresciuta. Un partito in cui, invero, cominciai da giovanissima ad avere una contrapposizione dialettica, cercando alternative nei gruppi extraparlamentari, tornando all’ovile a fasi alterne, come tanti del resto. Ieri alla presentazione del libro “Chi ha ucciso Pio La Torre?” (di Paolo Mondani e Armando Sorrentino) gli autori e i relatori (Claudio Riolo e Saverio Lodato) hanno ricordato i sofferti contrasti che albergavano all’interno del PCI siciliano negli anni 70 e 80, la parabola discendente da un segretario ad un altro (peggiore del precedente) che passo dopo passo è giunta a consegnarci l’attuale reggenza. Per intenderci, quella che attualmente appoggia il governo Lombardo, che nella difesa di questa posizione ha frantumato i propri consensi nella recente tornata comunale, che annuncia di staccare la spina ma temporeggia nella foga di accaparrare gli ultimi privilegi. Prima che le prossime elezioni regionali e politiche disintegreranno l’attuale panorama politico, senza molte garanzie di un miglioramento. La situazione è pressocché uguale nei due rami del parlamento nazionale e in tante assemblee locali, un clima da si salvi chi può. Non si salva la democrazia, non si salvano gli ideali, non si salva il volere degli elettori, soprattutto da anni (decenni) non si vede un programma politico. I programmi ci sono, non sempre, in quei piccoli partiti che ancora possono definirsi di sinistra ma che faticano a raggiungere il quorum, anche perché continuano a frantumarsi esponenzialmente. Poi c’è il populismo, il grande facilitatore di consensi che vede ora l’uno ora l’altro “stand up comedian”.

Continuerà così se il PD procederà nella sua autoestinzione senza che un “programma politico” riesca ad occuparne il vuoto. Non riesco neanche a chiamarlo partito, data la ripungnanza generata ormai da questo sostantivo, ma qualcosa di strutturato dovrà pur essere e faticosamente dovrà nascere dal basso, oltre e senza il PD, ricucendo ferite, individuando ideali e blocchi sociali di riferimento. Questo lavoro doveva essere fatto 20 anni fa, e dovevamo essere noi a farlo, noi che ancora ci sentiamo di sinistra, ultima bandiera a cui aggrapparci, noi che non dobbiamo più dare deleghe in bianco.

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Confesso di essermi rassegnata, negli ultimi anni, all’inverno del nostro scontento. Mi accorgo anche che una categoria di questo blog, nato nel decennale e triste gelo palermitano, si chiama “Palermo remota frontiera”. Nessuna previsione mi faceva sognare questa meravigliosa primavera, credevo di morire nel grigiore, ne ero ormai rassegnata e vorrei tanto che arrivi il momento di chiamare la categoria “Palermo capitale d’Europa”. Calma, non corriamo, vigiliamo il cambiamento, aiutiamo la nuova giunta, fiancheggiamola, anzi marchiamola ai fianchi se sbaglia. Mi sembra comunque che stia partendo molto bene. Nel frattempo mi rifaccio il look ed esco di casa, mi trucco, dimagrisco, vedo gente, rido, ma da quanti anni non mi sentivo così? Già la città pullula di attività, in realtà programmate prima dell’inaspettata vittoria, ma lo stesso tutto ha un sapore diverso, di libertà. Che meraviglia, certa gente sembrava sepolta nelle proprie case, del resto lo ero anch’io. Adesso sembriamo i “babbaluci”, che dopo la pioggia escono fuori dall’uscio con le antenne alzate. Direi di cambiare anche questo blog, nome nuovo (non più il mio first name) e nuova testata, con la moltiplicazione di una scena dello spettacolo “Palermo Palermo” della compianta Pina Bausch, per me l’emblema della nostra primavera.

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Stavo per preparami un intervento di due minuti da fare oggi in un incontro fra cittadini palermitani, futuro sindaco e futuri assessori, lo ricordo alle 18 a Villa Bordonaro in via del Fante. Non so se riuscirò a sintetizzarlo in due minuti, non so se riuscirò ad avere il tempo fra mille interventi e comunque io sono persona di scrittura e non di parola.

A memoria mia e del mio interlocutore principale, Francesco Giambrone, futuro assessore alla cultura, di quanti vogliono ragionare su una città migliore, ecco il mio piccolo contributo:

La memoria e la nostalgia ricorrono protagoniste in questa campagna elettorale, come qualcosa che bisogna giustificare e arricchire di un aggettivo buono che è l’esperienza. Nel caso dell’assessorato alla cultura, il ricordo è inevitabile perché avremo l’assessore che per più tempo ha ricoperto questo incarico.

La mia memoria della cultura a Palermo è fatta di luoghi e di persone. Due luoghi sono Villa Trabia e i cantieri culturali alla Zisa, di quest’ulmino si è tanto parlato di recente che credo ci siano buoni suggerimenti su come proteggerlo dal vandalismo delle future amministrazioni.

Le persone sono tante, la maggior parte delle quali fa parte (come me) di quella schiera di scoraggiati che neanche cerca più un’occupazione nel mondo dello spettacolo (e della cultura in genere), o come altri ha più fortunatamente cambiato mestiere. Questo è da imputare al cambiamento politico non soltanto di Palermo ma dell’Italia tutta, al suo livellamento in basso. Chi in passato ha fatto cultura o ha soltanto fruito cultura, negli ultimi 11 anni si è talmente depressa da rimuovere, dimenticare.

Una sera del 2008 mia figlia, a Londra, è andata a vedere con la sua scuola di recitazione uno spettacolo di Pina Baush, telefonandomi  durante l’intervallo: “ma non mi avevi detto che Pina Baush aveva fatto uno spettacolo su Palermo!” In realtà glielo avevo raccontato e le avevo raccontato tante altre cose a cui lei faceva fatica a credere, come quella volta che mi ero trovata seduta accanto a Harold Pinter in una prova spettacolo per tecnici e lui ci chiedeva cosa ne pensavamo della sua scenografia, noi? Lei ricordava invece gli spettacoli per bambini, le feste e i Carnevali a Villa Trabia, soprattutto ricordava la mia felicità di allora.

I nostri anni buoni sono troppo dolorosi da ricordare, le giunte Cammarata sono riuscite a cancellare la memoria della Palermo felice e dei suoi protagonisti. Va anche detto che forse qualcosa poteva essere fatto allora perché quell’esperienza potesse lasciare un orma virtuosa, un passo incancellabile, un mattoncino, un paletto, qualcosa di meno effimero della nostra memoria.

Ma non recriminiamo, costruiamo piuttosto, siamo quì per questo

Dei luoghi della cultura si è già parlato e vorrei parlare delle persone, non tanto dei protagonisti principali ma della miriade di comprimari con cui, alomeno io, sono entrata in contatto in quegli anni.

Il fatto che Palermo sia riuscita ad essere per un periodo capitale della cultura  ha significato il movimento di un indotto professionale non indifferente, fatto di gente dello spettacolo, tecnici, studenti, svariata manovalanza che è cresciuta anno dopo anno con l’allestimento del festino, del capodanno in piazza, del Festival sul Novecento, dell’estate palermitana e poi il tempo scuola, la città dei ragazzi e un oceano di spettacoli e interventi culturali che si svolgevano tutto l’anno. Da un lato c’era una città che fruiva, dall’altro una che cresceva, trovando occupazione, anche se precaria.

In ogni edizione del festino di quegli otto in cui ho lavorato alla sua preparazione, la selezione di una buona squadra era la parte più difficile, avevo dei bravissimi assistenti e persone inadeguate, sono riuscita anche a coinvolgere dei lavoratori socialmente utili, a nessuno di loro però ho potuto certificare le proprie competenze. Pochissime di queste persone sono attualmente impegnate nel mondo dello spettacolo, certamente non le migliori.

Abbiamo sparso mestiere come sabbia in un deserto, quando invece si poteva tirare su una categoria altamente competente, una scuola di scenografia da strada che avrebbe potuto lavorare in altre realtà, stessa cosa per la sartoria teatrale. Parlo ovviamente dei miei mestieri, ma posso allargarmi a tutti quelli tecnici, dello spettacolo e di altri eventi culturali, quelli esenti dalla necessaria discrezionalità artistica: luci, fonica, assistenza alla regia, direzione di scena, allestimento, montaggio.

Certo adesso le finanze del comune sono di parecchio più disastrate di allora e non so quanto di quella Palermo potrà rivivere, ma vorrei che si facesse in modo che, anche un dieci per cento di quelle attività, fosse più virtuoso e contribuisse alla formazione di categorie di lavoratori della cultura e dello spettacolo. Vorrei che questa gente possa crescere insieme alla città, come una volta, ma questa volta in un dialogo scambievole che accresca e certifichi le competenze di ognuno, così che queste possano essere spese in futuro e altrove, così da attirare un circuito di docenti e discenti: una grande scuola di formazione a basso costo

Come fare questo?

Io credo che l’esperienza possa avere fornito gli strumenti per aggirare i vecchi errori e suggerire dei rapporti più trasparenti fra l’assessorato e coloro che lavorano nel mondo della cultura. Già 20 anni fa si fecero delle innovazioni epocali rompendo il meccanismo dei finanziamenti a pioggia, fornendo spazi e servizi alle piccole compagnie.

Adesso, quell’innovazione tecnologica (web 2.0) che ci ha permesso una campagna elettorale viva ed economica, un contatto con gli elettori mai visto in passato, ci può aiutare a creare un meccanismo di feedback (scusate l’inglese ma non trovo la traduzione) per cui il cittadino può dare dei voti agli spettacoli, può commentarli, in modo da favorire la scelta dei finanziamenti e delle programmazioni. Lo stesso si può fare con i singoli lavoratori del mondo dello spettacolo.

Si può andare verso la costutuzione di un portfolio (scusate ancora l’inglese) di ogni compagnia ma anche di ogni lavoratore, a quest’ultimo obbligatoriamente dovranno contribuire coloro che chiedono finanziamenti per la propria compagnia. Il concetto dovrebbe essere: tu mi chiedi dei soldi io e ti chiedo in cambio l’utilizzo di maestranze che siano state certificate da altre compagnie che hanno lavorato prima di te. Ogni compagnia, al momento del rendiconto, dovrà fornire il feedback delle varie competenze. Ogni singolo potrebbe così acquisire dei punteggi di merito che sono quelli che rispondono a criteri di affidabilità, bravura e rispetto dei tempi. Questo apprendimento in progress potrebbe poi essere arricchito da lezioni aperte tenute da artisti affermati (scenografi, registi, costumisti, lighting designers) in tournée a Palermo per conto del comune.

Parliamone

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E così, a una settimana dal voto, un pranzo domenicale in famiglia diventa terreno di scontro sulle primarie, perché ancora se ne parla e non se ne riesce a fare a meno. E si dice “basta! Parliamo d’altro per favore” e poi invece si ci ritorna. E arriva l’inevitabile déjà vu di quarant’anni fa, quando nella stessa famiglia il terreno di scontro era la diaspora dal PCI ai gruppi extraparlamentari, adesso invece non si capisce nulla. Abbiamo tutti ragione e tutti torto. Nessuno di noi ha votato con passione, si è scelto il meno peggio, e neanche questo è stato facile, s’è cambiata idea tante volte e alla fine si è votato con rabbia o con rassegnazione. Chi in passato è stato frondista ora ha invocato il voto utile, chi è sempre stato moderato, una volta per tutte ha scelto la provocazione, costi quel che costi; altri sono proprio rimasti a casa. Eccola la nostra famiglia di sinistra: volersi bene e discutere sempre. Ma farsi del male no, per favore, adesso basta. Cosa ci vuole per mettersi attorno ad un tavolo e ragionare? Cosa ci vuole per assumersi tutti le proprie responsabilità, stilare un programma comune e trovare un’unione su quello piuttosto che sulle persone? Le faide sui personaggi della politica si chiamano populismo, i programmi sono invece partecipazione al bene comune. Ci vuole fatica, ci vuole mediazione, ci vuole pazienza, bisogna sotterrare le asce di guerra, sopire i vecchi rancori. Vent’anni fa, dopo le stragi, capimmo che non c’era più nessuno a difenderci dalla mafia e siamo scesi tutti in piazza. Oggi siamo forse messi peggio, nessuno è morto ma la sinistra lo sembra per davvero. Il nemico è più subdolo ed è dentro di noi, abbandoniamolo alla sua deriva verso destra e chiamiamoci ancora con più orgoglio “sinistra”, una sinistra di unione passionale, di liberazione generale. Forse non ci saranno più i partiti ma la capacità di aggregarsi sulle istanze comuni si, questo è il sale della democrazia. Dopo vent’anni diamoci di nuovo una smossa, con la morte di Falcone sembrava che ci fosse morto il padre, adesso sembra che ci sia crollata addosso la casa, la casa della sinistra. Non abbiamo più chi delegare, siamo soli e tutto è da rifare. In casi simili siamo stati capaci di essere grandi, cerchiamo di esserlo ancora una volta, perché non c’è scelta.

Io credo che con onestà si possa iniziare a parlare di programmi, a breve, a lunga o a lunghissima scadenza, questo dipenderà dalle forze che si riusciranno ad aggregare attorno ai programmi e alle idee. Io sono convinta che vale sempre la pena combattere per le idee, le proposte, i programmi, meno per le persone. Queste primarie si sono fermate sulle persone, sulla loro capacità o meno di essere combattive, di aggregare consensi. Ci si è chiesto di meno, e forse non se lo sono chiesti neanche i candidati, se i loro programmi valevano la pena di essere presi in considerazione, se c’era materia su cui lavorare. Tutto questo si deve ancora fare e forse sarà tardi per questo turno, ma la politica non deve mai fermarsi alla imminente tornata elettorale, piuttosto prevedere gli scenari futuri, intercettare i movimenti di pensiero, trovare parole nuove e nuove chiavi di lettura per stravolgimenti della storia pari a quello che stiamo attraversando adesso.

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No, non siamo stati capaci di farla questa rivoluzione e mi sovviene il primo esperimento di primarie a Palermo in cui ciò che adesso è PD cercò di delegittimarle, rovesciando tavolini, portando truppe cammellate, cannibalizzando i movimenti. Ma allora non potevo prevedere ciò che è successo adesso, in confronto quella situazione pare idillliaca.

In tutta Italia il PD viene sconfitto alle primarie da un’ala che sta alla sua sinistra, solo a Palermo ha prevalso una fronda che sta alla sua destra.

Ma se le primarie sono state una resa dei conti interna al PD direi che di questo Pd possiamo facilmente fare a meno, che si sposti a destra, sembra che lo abbia sempre voluto, per il povero Bersani… ce ne faremo una ragione. Pensiamo piuttosto a creare qualcosa di credibile a sinistra, cerchiamo un accordo fra SEL, IDV, verdi… che non sia il populismo palermitano (e non mi riferisco ad Orlando)…. E se non si mettono d’accordo io punterei su SEL, altrimenti si crei qualcos’altro: un movimento che si occupi di recuperare i fondi europei che altrimenti vanno perduti, per l’ambiente, per lo sviluppo della cultura e del turismo, per il rilancio dell’agricoltura, per lo sviluppo delle energie rinnovabili, per tutti quei temi che non sono stati trattati in campagna elettorale (a favore di scontri e delegittimazioni fra i candidati), determinando il vuoto di affezione che abbiamo riscontrato alle primarie.

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In questi giorni circolano su facebook degli appelli affinché la scienza si attivi per trovare una soluzione alla fibromialgia.

Tuttavia, sulla base della mia personale esperienza, vorrei dire qualcosa a proposito della fibromialgia, ed è: state in guardia quando ascoltate questa diagnosi.

La fibromialgia viene considerata una malattia psicosomatica e viene curata con psicofarmaci. In genere si arriva alla diagnosi per esclusione, perché tutto farebbe pensare ad una malattia reumatica tranne il fatto che non siete positivi a certi test immunologici, ma questo è a mio avviso un errore, perché c’è un’infinità di malattie reumatiche non ancora identificate che non necessariamente richiedono la sieropositività a questi test, o quanto meno la richiederebbero a test non ancora sperimentati. In questi casi l’onestà medica suggerirebbe di aprire le braccia e confessare che al momento non si riesce a fare una diagnosi, invece succede che all’ammalato, nella maggior parte dei casi donna, viene suggerito di avere una sorta di malattia psicosomatica legata al proprio stress. D’altro canto, chi non è stressato (soprattutto se donna) al giorno d’oggi? Chi non si sente causa dei propri mali al giorno d’oggi, soprattutto se è donna? Chi non si sente fragile di fronte ad una malattia che ti sottopone al dolore costante? Così l’ammalato viene curato con degli psicofarmaci ed entra in una spirale in cui non vede alleviare i l proprio dolore ma si sente in colpa per averlo, per non essere riuscito a eliminare lo stress dalla sua vita. Ci sono persone che addirittura cadono nella dipendenza da psicofarmaci.

A me sembra una vigliaccheria fare leva sulla debolezza di un malato per convincerlo ad essere depresso.

Io suggerisco di non prendere gli psicofarmaci e lottare per una diagnosi certa. Il più delle volte (e ci vogliono anni se non decenni) si scopre infatti che si tratta di una malattia reumatica dovuta ad un sistema immunitario impazzito, ma è bene sapere che di questo impazzimento noi non siamo responsabili, non più di chi si ammala di cancro o di diabete.

Le malattie reumatiche necessitano di un protocollo specifico di cure molto costose che in Italia si chiama “progetto Antares”, dobbiamo ringraziare l’ex Ministro Veronesi (anche se non mi piacciono le sue posizioni in materia di energia nucleare) perché in Italia queste cure (costano circa duemila euro a persona per mese) sono dispensate gratuitamente tramite le ASL di appartenenza (non lo sono neanche in Inghilterra).

Le malattie reumatiche non guariscono mai, ma con queste cure vengono tenute sotto controllo, si aggravano molto più lentamente e la vostra qualità della vita può diventare accettabile. Bisogna lottare per riuscire ad essere ammessi al protocollo e ogni anno di cure perso causa un non necessario aggravamento della malattia.

Lottate quindi, non vi arrendete e soprattutto non pensate di essere depressi, la depressione semmai viene per i dolori della malattia. Convincetevi di essere una persona solida.

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