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Il dibattito sul ruolo della cultura, sul suo rapporto con la politica e il denaro, ha solitamente il punto di vista di chi la produce. Ma una volta tanto vorrei provare ad affrontare la questione dal punto di vista dell’utente, che spesso è un mancato fruitore poiché è colui che la cultura non è riuscita a raggiungere.


Edward Hopper , “Platea, 2a Fila a destra”,1927

Il fatto è che quando si toglie sussistenza economica alla cultura, non si mortifica solo la categoria degli addetti ai lavori, ma si priva la società di un alimento basilare di cui magari non si sente un bisogno immediato. Il paradosso è che maggiormente si è lontani dalla cultura, minormente la si desidera.

Viviamo in un presente che brucia le esperienze e vuole fatti concreti, incapace di costruire il futuro, nostro o delle generazioni a venire. Mentre la cultura richiede tempo, costanza e pazienza; contribuendo a costruire la personalità, la coscienza civile, la capacità di mettersi nei panni altrui.

E’ anche vero che “cultura” è un contenitore difficile da definire, raccogliendo materia impalpabile ed effimera, i cui atomi sono emozioni, piaceri, empatie, bellezze. Ma chi è capace di decidere cosa sta dentro e cosa sta fuori questo contenitore? Ci sarà sempre qualcuno capace di produrre cultura, perché essa è tenace, prodotta in qualsiasi situazione o contesto, il nodo della questione è la sua propagazione e le scelte che vi stanno a monte.

In passato i sistemi di veicolazione della cultura erano semplici: la scuola, l’università, l’editoria, le istituzioni culturali, a cui poi si sono aggiunti nuovi mass media come il cinema e la televisione. C’era un controllo determinato dai mezzi, c’erano selezioni severissime, ad esempio produrre un film costava una fortuna e la televisione era di stato. Pensate cosa significava negli anni sessanta controllare la programmazione dell’unico canale televisivo in Italia. L’intera nazione vedeva ogni sera lo stesso programma, il martedì c’era il teatro di prosa e l’indomani ciabattini e portieri commentavano “Morte di un commesso viaggiatore”, gli sceneggiati televisivi (antenati delle serie TV) attingevano dai classici della letteratura, così seguendo le puntate dei fratelli Karamazov in cerca dell’assassino, un po’ di Dostoevskij attraversava gli animi della nazione tutta.

La propagazione seguiva un progetto, che era quello di creare una cittadinanza funzionale al potere politico. La fortuna stava semmai nella bontà (o meno) del potere politico.

Succede poi che un nuovo mezzo di comunicazione di massa irrompa sul pianeta ad aprire frontiere ed informatizzare la cultura. Una rete che attraverso sei gradi di separazione potrebbe mettere in comunicazione fra loro tutti gli abitanti del globo, offrendo a chiunque la possibilità di caricare e scaricare immagini, testi, musica, video e file di diversi formati digitali. All’inizio sembrava che il classismo della rete fosse costituito dal suo accesso: sembrava che poveri, anziani e semianalfabeti ne sarebbero rimasti fuori. Invece non si erano fatti i conti col narcisismo della gente, che si priva di tutto ma non di uno smartphone, mentre il funzionamento di quest’ultimo viene imparato dai bambini prima ancora della scrittura. Nel 1968 Andy Warhol disse “Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per quindici minuti”. La profezia si è talmente avverata che 15 minuti adesso sembrano pochi, siamo in una corsa alla visibilità che spinge le persone a mettere in rete qualsiasi cosa possa diventare virale, cioè cliccata da migliaia di utenti.

Così nell’era in cui la cultura è gratuitamente accessibile in rete, tanta, tutta quella che vuoi, essa è difficile da scovare in mezzo ad un mare di spazzatura. C’è la più ricca enciclopedia della storia, puoi accedere a dati storici e scientifici, informarti sull’intero scibile umano, insieme però a notizie false e fuorvianti, venditori, messaggi violenti, incitamento all’odio, santoni, fattucchiere e predicatori. Una rete talmente fitta di contenuti da celare l’eccellenza come un ago in un pagliaio, solo gli ostinati trovano il proprio alimento culturale, perché sanno in partenza cosa cercare e hanno gli strumenti per non cadere nei tranelli. Agli altri viene fornito ciò che piace, che non è il meglio. Le scelte sono operate da una logica commerciale che pubblicizza prodotti tramite ciò che riceve più visibilità, un algoritmo al ribasso che privilegia volgarità e violenza. Quindi la rete, che inizialmente era democratica, è diventata più classista della peggiore cultura nazional-popolare e pian piano tende a riportare il genere umano ai suoi istinti primordiali.

Eravamo arrivati ad un punto in cui la cultura, nel senso di istruzione, era un progetto familiare ed equivaleva a denaro, potere e prestigio. Studiare era l’unico mezzo per riscattarsi da una vita costrittiva e comportava l’acquisizione di regole comportamentali, mentre il docente era una figura incontestabile e di grande autorevolezza. Adesso il denaro lo si può raggiungere senza la cultura ed esso è più direttamente legato al prestigio in società rispetto al passato, quindi perché istruirsi? – “Perché conseguire una laurea, fare concorsi, per poi guadagnare quanto quel morto di fame del nostro docente? Appunto, chi è costui perché noi dobbiamo prestargli attenzione?” – questo purtroppo pensano oggigiorno molti studenti, senza bisogno di distinguere fra i discenti dei vari corsi di studio; e se irridere il proprio docente comporta maggiore visibilità in rete – “perché non provarci?” –

La privazione delle emozioni, dell’empatia e della bellezza può involvere gli individui fino a queste azioni? Io direi di sì. Il problema non è come sei nato ma chi hai incontrato nella tua strada. Se la preoccupazione della scuola che frequenti è quella di intrattenerti ad ogni costo, abbassando l’offerta formativa al tuo livello, non si fa altro che sposare la filosofia della rete.

Il mondo però ha un enorme bisogno della cultura, che ci rende individui liberi e cittadini attivi, che ci fornisce l’empatia necessaria per capire il prossimo e l’emozione per riflettere.

Il fatto è che sono i malati più gravi a non conoscere la cura, perché non sanno di cosa siano stati privati, quindi il compito di inoculare goccia a goccia la medicina resta come sempre a coloro che sanno.

Abbiamo bisogno di buoni maestri.

Anche se ultimamente nel mondo dello spettacolo si è rischiata la caccia alle streghe, io continuo a rivendicare la valididà della campagna #metoo. Alcune denunce sono state confortate da prove concrete, altre no, qualcuno ha approfittato per ottenere denaro e visibilità, ma non si può negare l’emersione di una abitudine al comportamento abusante nel mondo dello spettacolo, anche quando non si è arrivati alla violenza sessuale vera e propria. L’opinione pubblica si è chiesta se un artista può essere considerato tale ponendo su uno dei piatti della bilancia riconoscimenti internazionali e sull’altro giovani donne umiliate in modi diversi. Personalmente mi chiedo anche quanto valido sia (soprattutto sia stato in passato) il consenso di giovani attrici a scene erotiche giudicate “necessarie” all’opera d’arte. In questo ambito si annovera la vicenda di una giovane attrice (minorenne per le leggi italiane di allora) che secondo denunce e confessioni postume sembra si sia trovata di fronte a scelte professionali che l’hanno umiliata, se non addirittura abusata. Se queste vicende che hanno portato successo al regista hanno al contempo segnato la ragazza al punto da accorciarne l’aspettativa di vita, io vorrei oggi dire qualcosa, a due giorni dalla giornata contro la violenza sulle donne e dall’inizio delle celebrazioni postume del regista in questione. Io vorrei abbracciare virtualmente quella ragazza di 19 anni che si chiamava Maria Shneider, dare voce alla sua versione dei fatti, farle capire che nonostante donna, nonostante vittima di oblio, qualcuno sia ancora capace di ascoltare la sua sofferenza. Non voglio condannare, non voglio rovinare la festa, ma vi invito a documentarvi prima di osannare l’artista. Un tempo dicevamo il personale è politico, io ci credo ancora.

1995, Beatrice Mortillaro Salatiello in una serata in pizzeria con donne e bambini dello Zen

Oggi Bice sarà ricordata a Villa Trabia, e fu proprio in quel luogo, nella lunga battaglia per la sua liberazione, che mi investì per la prima volta con la sua richiesta fulminante, quella che faceva a tutti: “è dello Zen che dovete occuparvi!” Prima o poi riusciva a trascinarvi tutti, e bastava un pomeriggio per tornare a casa con lo Zen appiccicato addosso, perché tutto era sfiancante in quelle battaglie: progetti iniziati dopo faticose questue, interrotti per mesi e poi ripresi quando non sapevi più dove erano finite le tue donne, e si doveva ricominciare tutto d’accapo, girando fra le insule a bussare a ogni porta. Ma lei non mollava, è riuscita in tanti anni a creare asili, doposcuola, è riuscita a levare tanti ragazzi dalla strada, dare un’istruzione alle donne, prepararle al lavoro. E ora i suoi progetti vengono portati avanti da persone che sono cresciute con lei, è un bilancio positivo, ma sempre circoscritto all’ambito del volontariato. A lei non bastava, lei pretendeva che tutto questo fosse fatto dallo stato, non era molto da chiedere ma non è stato fatto. Lei chiedeva cose semplici: il capolinea di un autobus, il tempo pieno con la mensa, i servizi primari per ogni quartiere, e in tutti questi anni ogni conquista della città è stata portata avanti con la consapevolezza e il senso di colpa di quello che non si stava facendo allo Zen, luogo dell’anima sofferente, metafora di tutte le periferie del mondo. E se prima allo Zen ci pensava Bice, ora Bice non c’è più e tutti gli Zen del mondo ci stanno piombando addosso.

Mi accorgo all’improvviso che in ambiente calcistico il termine cattiveria è stato normalizzato, cioè privato del suo significato dispregiativo e augurato a giovani atleti come virtù cui ispirarsi. Non mi occupo di calcio quindi non so di preciso quando nella lingua italiana una parola tanto dispregiativa sia stata trasformata in positiva, ma noto che i miei amici tifosi (ne ho qualcuno) sono già abituati al ribaltone. Se lo scopo è quello di incoraggiare gli atleti ad una maggiore grinta e aggressività, io sono rimasta al concetto di sport come leale competizione, regolata da norme di convivenza civile e spirito di squadra; ritengo anche che questo sia uno dei motivi per cui si avviano i bambini allo sport, invece vengo presa per ingenua, come se fossi restata indietro nel tempo.

La coincidenza ha voluto che il giorno in cui mi accorgevo dello sdoganamento della cattiveria in ambito calcistico, leggevo sui giornali le cronache dello sgombro del centro sociale Baobab a Roma, in pratica la stessa amministrazione comunale e lo stesso ministro dell’Interno che pochi giorni prima erano scesi a patti con  i benestanti occupanti di Casa Pound, adesso buttavano per strada i migranti che erano stati accolti nel centro sociale Baobab. La cronaca era condita di immagini di bimbi costretti a dormire sdraiati nelle aiole, mentre le ruspe facevano polpette di tutte gli oggetti e gli indumenti che costituiscono la dignità di un essere umano. Io questa la chiamo cattiveria, quella che il vocabolario Treccani definisce: 

cattiveria/kat:i’vɛrja/ s. f. [der. di cattivo]. – 1. [l’essere cattivo] ≈ empietà, malevolenza, malignità, ostilità. ↑ crudeltà, ferocia, malvagità, perfidia. ↓ malizia, maliziosità. ↔ benevolenza, benignità, bontà. ↑ santità. 2. [atto cattivo] ≈ canagliata,…

Da qualche tempo vediamo persone lasciate annegare per la sola colpa di aspirare ad una vita migliore, altre denigrate e picchiate perché diverse, assistiamo al dilagante bullismo a danno di alunni e docenti, al progressivo abbandono istituzionale delle tutele dei diritti umani: io questa la chiamo cattiveria. Forse qualcuno pensa o si illude che siamo cascati in un incidente di percorso, in un governo nato per caso che prima o poi leverà il disturbo, ma non è così, noi abbiamo il governo che la gente vuole, non solo in Italia ma nel mondo globale. Noi siamo precipitati nella cattiveria, una corrente politica trasversale che libera gli individui delle proprie censure, ribalta sentimenti, norme di convivenza e religioni in un piacere tossico che dà sfogo agli istinti peggiori. Non solo, mentre la cattiveria si trasforma in termine positivo, il suo contrario, cioè la bontà, si trasforma in negativo nel suo dispregiativo buonista.

Le parole sono importanti e pesano come pietre, io alla cattiveria, in qualsiasi campo e accezione, non ho intenzione ad abituarmi mentre, nella mia inevitabile imperfezione e laicità, vorrei aspirare alla bontà.

Il Ballo del Gattopardo

La scena del Ballo nel film “Il Gattopardo” di Luchino Visconti, tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Il verismo fu una corrente letteraria sviluppatasi fra il 1875 e il 1895 ad opera principale di Giovanni Verga e Luigi Capuana che, ispirandosi al naturalismo francese, propugnava l’estrema aderenza alla verità, raccontando nei fatti la povertà del sud Italia. La corrente si estese anche nel campo figurativo, teatrale e musicale. Una delle sue caratteristiche fu quella di raccontare fatti e scene di vita popolare con un certo distacco del narratore il quale, soprattutto a quel tempo, non poteva che appartenere ad una classe sociale più elevata.

Questa è la caratteristica che mi fa avvicinare con sospetto alle opere veriste, anche se fra di esse ce ne sono alcune di indubbio valore. Quel che è peggio è una sua degenerazione rimasta appiccicata addosso alla classe dirigente della nostra terra, soprattutto palermitana, un post-verismo per me particolarmente fastidioso.

Spesso sono sfumature che solo un nativo può comprendere, ad esempio un modo di ingentilire il dialetto palermitano, di per sé sguaiato e aggressivo, sciorinandolo nella cantilena dei quartieri alti, scandendo i vocaboli più arcaici in modo da mostrarsi edotti e al contempo distaccati dal retroterra che li ha coniati. Il desiderio del post-verista è quello di porsi da mediatore culturale fra il popolino e l’audience globale, sottolineando la propria estraneità al quadro macchiettistico che sta dipingendo. Il rischio è quello di  dipingere una realtà svantaggiata dall’alto in basso, ma ancora peggio è l’aurea poetica che include gli aspetti più esecrabili di questa realtà, come la malavita organizzata.

Quando ero bambina, il post-verismo divertiva i salotti della “Palermo bene” con lo scherno delle scene di vita dei sottoposti: contadini, portieri e servette; dei quali si riproducevano teatralmente il gergo, le scene da cortile, le volgarità e i gesti violenti, col desiderio che tale mondo restasse inchiodato al suo ruolo di foraggiatore dell’economia del latifondo e degli stessi salotti.

Forse fu l’avversione a questo post-verismo ad indurre esattamente 60 anni fa Elio Vittorini, comunista e siciliano sofferto, a cestinare l’opera di un esordiente quando era lettore per la casa editrice Einaudi. Il mondo letterario non glielo perdonò facilmente e neanche la sua casa editrice, perché il romanzo in questione era “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, destinato a diventare bestseller internazionale. Amando profondamente Elio Vittorini, soprattutto nel suo “Conversazione in Sicilia” che riassume l’amore-odio di ogni siciliano cosapevole, devo ammettere che quella fu una reazione esagerata, perché l’opera di Tomasi di Lampedusa è un acritico ma bellissimo affresco del mondo del latifondo che, in quanto magistralmente descritto da un suo protagonista, non scivola nella macchietta. Il problema è che Il Gattopardo diede la stura ad una nuova ondata di post-verismo, marcando il confine fra chi viveva nei salotti dell’aristocrazia e chi ne avrebbe voluto far parte. Il cuore dell’equivoco sta infatti nel “salotto aristocratico palermitano” in sé e data dai tempi dei viaggiatori ottocenteschi (fra icui Johann Wolfgang Goethe e Guy de Maupassantche concludevano il Grand Tour fra i profumi e gli olezzi che caratterizzano le contraddizioni della mia città, per essere rapidamente rapiti dai salotti aristocratici, dai quali era difficile sfuggire. Come la maga Circe il salotto seduceva lo straniero con pigrizia e seduzione e, a volte, buona conversazione, mentre esso veniva conteso da una famiglia all’altra in una gara di opulenza e buon cibo. Incredibilmente il salotto palermitano sedusse anche il regista Luchino Visconti, comunista ma aristocratico che, dopo il suo tributo alla causa con La terra Trema e Rocco e i suoi fratelli, godette di un ritorno alle origini nella trasposizione cinematografica de “il Gattopardo”. In questa occasione la città che conta visse il suo momento più memorabile, ancora ci sono dame aristocratiche che possono vantare di aver partecipato da comparse alla scena del ballo a Palazzo Ganci. Per l’aristocrazia palermitana Luchino Visconti era un titolato da non farsi sfuggire (Duca di Grazzano Visconti, Conte di Lonate Pozzolo, Signore di Corgeno, Consignore di Somma, Consignore di Crenna, Consignore di Agnadello, Patrizio Milanese), anche se egli avrebbe preferito ricevere la giusta attenzione in quanto regista cinematografico di talento. Alla fine però la scena del ballo assorbì la maggior parte delle energie e della pellicola, tanto che la passione per il dettaglio con cui il regista volle descrivere il “salotto palermitano” diede addirittura avvio ad una corrente stilistica poi chiamata Viscontismo, mentre il film mandò in bancarotta il suo produttore.

La mia potrebbe sembrare l’invidia di chi in quei salotti non è mai stata invitata, in realtà qualche volta mi è capitato e non posso negare che la voce melodiosa di ciò che è sopravvissuto di quel mondo costituisce tutt’ora una seduzione. Quello che mi infastidisce però è la sua filosofia, quel “Gattopardismo” inaugurato proprio da Tomasi di Lampedusa, per cui pregi e difetti della nostra terra sembrano connaturati ad essa senza che si possa far nulla per cambiare. Mi indigna la convivenza pacifica fra salotto e mafia, il servirsi dei suoi scagnozzi per poi restarne intrappolati. Ma alla base di tutto c’è il desiderio di continuare a vivacchiare nel modello economico del latifondo, cercando una mamma che spilli latte in abbondanza senza che sia richiesto alcuno sforzo, prima erano gli enormi appezzamenti di terra che versavano denari in città tramite soprastanti mafiosi, poi si abbatterono le ville di città per costruire orribili palazzi, della cui vendita di appartamenti vivacchiare per qualche anno, poi il modello venne recepito da alti dirigenti della Regione Siciliana, che percepivano lauti stipendi senza neanche recarsi al lavoro, peggio ancora lucrando sul proprio ruolo. Alla fine, alcuni famiglie latifondiste hanno avuto un’evoluzione virtuosa in nuove generazioni di imprenditori del vino o dell’agricoltura, moderne e laboriose, mentre il vecchio clichè è rimasto appiccicato addosso ad una media classe dirigente, pigra e connivente, piccolo borghese e arrangiaticcia, politicante e ammanigliata, quella che costituisce la melma da cui la Sicilia fatica ad emergere.

Donne midterm electionAncora con lo spoglio in corso, quello che si può serenamente affermare circa le elezioni Americane di Mid-term, è che hanno segnato una solida vittoria Democratica contro la granitica macchina Repubblicana.

La cosa più bella è che questa vittoria è per gran parte da attribuire ad una schiera di donne che, candidandosi o sostenendo altre, hanno determinato una considerevole differenza di voti. Sembra che fra i votanti la percentuale delle donne sia del 52% e fra esse la maggioranza – 60% – ha votato per i Democratici. Tutti i commentatori sottolineano che il numero di candidate donne in queste elezioni era il più alto della storia Americana.

Sono le donne che Trump aveva sfidato pesantemente in questi anni di mandato e che adesso gli presentano il conto.

Il vento soffia in favore dei democratici anche se non è stata l’onda blu che si sognava, nel senso che questi hanno conquistato la Camera dei deputati (dopo otto anni) ma non il Senato, anche se quello che è successo è già un buon risultato. Con le elezioni di mid-terma la Camera si rinnova tutta e per conquistare la sua maggioranza i democratici avevano bisogno di riprendersi 23 seggi dai Repubblicani, al momento in cui scrivo ne hanno già conquistato 30. Il Senato invece si rinnova solo in parte e a prima vista il risultato sembra una sconfitta, perché i Repubblicani, che avevano una maggioranza di un solo seggio, adesso l’hanno allargata di due.  Vista nel dettaglio però la sfida dei Democratici era più ardua di quella dei Repubblicani: i primi dovevano difendere 26 seggi (vincendo 28 su 35 corse per ottenere la maggioranza) mentre i Repubblicani stavano difendendo solo 9 seggi.

E’ da tener presente che il Senato è quello che approva le nomine per il governo e la corte suprema, ad esempio la nomina di quel giudice accusato di stupro che ha sollevato la protesta di migliaia di donne; ma la Camera è quella che ha il controllo sulle commissioni investigative. Non ci saranno quindi i numeri per chiedere un impeachment del Presidente, ma una commissione investigativa della Camera dei Deputati potrebbe richiedere a Donald Trump documenti relativi alle sue dichiarazioni dei redditi e alle transazioni finanziarie con i Russi, senza che lui abbia la facoltà di rifiutarsi come aveva fatto in precedenza. A questo punto il Presidente in carica potrebbe risultare tanto indifendifile da spingere molti dei suoi sostenitori Repubblicani ad abbandonare la nave. Potrebbe anche succedere che l’uomo d’affari Trump, che ha sempre anteposto il suo tornaconto economico alla fede idologica (in passato era addirittura democratico) arrivasse a scaricare i Repubblicani e cercare appoggi fra i Democratici. Trump sarebbe infatti capace di tentare accordi con i democratici ma in prevalenza troverà le categorie di donne che ha umiliato in questi due anni e che non accetteranno compromessi con lui: ispaniche, native americane, musulmane, lesbiche, transgender. Una nuova generazione che costituisce il futuro del paese, un plotone che in maggioranza è accorso ai seggi in massa per la prima volta.

In America le aree urbane sono solitamente democratiche e quelle rurali repubblicane, ma i sobborghi (in America non sono i nostri Zen e Scampia ma gli agglomerati di villette signorili e golf clubs) che due anni fa avevano eletto Trump adesso l’hanno tradito. A Trump resta quindi un elettorato maschile, anziano, bianco e rurale, un genere in estinzione. Infine va detto che le forze messe in campo in questa elezione contro l’elettorato democratico erano capillari e bene organizzate. Non si riuscirà mai a dimostrare ufficialmente ma le denunce di depistaggi burocratici per impedire il voto delle minoranze sono numerosissime. La strada è tutta in salita ma apprezziamo la vitalità di queste elezioni che danno un alito di speranza in un panorama globale deprimente.

 

 

pernacchioSupponiamo che qualcuno stia indottrinando truppe di ragazzotti da sguinzagliare nei mezzi pubblici, nelle spiagge e nelle piazze del territorio nazionale a far paura agli immigrati: insultando, provocando, dando cazzotti e scatenando risse. In effetti sembra che ci sia proprio un disegno dietro i tanti episodi di violenza, puntualmente registrati da video di chi, piuttosto che intervenire, documenta l’accaduto per conquistare qualche Ilike. Sono episodi che fanno paura, che servono da monito a chi, sentendosi ribollire il sangue vorrebbe intervenire, ma poi pensa che dietro un singolo potrebbero esserci quattro energumeni pronti a menare.

Sono così eguali questi episodi che io immagino un’aula con tanti energumeni seduti nei banchi  e un anziano camerata alla lavagna, “allora le frasi da dire sono: tornatevene a casa vostra sporchi negri… si alla polenta no al cous cous… ” e immagino i muscolosi discepoli che annotano in un notes magari domandando “Camerata ma che’è sta polenta? Io so de Napule”, e poi il camerata continua “cercate di far casino, offendete i migranti, spintonateli, così prima o poi quelli reagiranno e potrete dire che erano stati loro a provocarvi.”

Il format ha funzionato in tante occasioni, molte delle quali documentate dai social media, alcune particolarmente violente, nella quasi generalità dei casi rimaste impunite; la situazione ci deprime, ci fa sentire inermi e disorganizzati, inizia a serpeggiare il timore di convivere con le squadracce del ventennio.

Poi è arrivata lei, signora distinta e sobria (sembra che sia una sarta e questo me la rende ancora più simpatica), accomodata con borsa in grembo in un sedile della circumvesuviana di Napoli, una Rosa Parks del nostro sud, è arrivata lei e ha fatto la differenza.

Il video a documento dell’accaduto mostra un ragazzo che recita il solito repertorio di insulti senza che però si riescano a distinguere le sua parole, quando si eleva forte e chiara la voce della signora che infila a mitragliatrice frasi cariche di senso in un perfetto italiano addolcito dall’inflessione napoletana, sembra che ad un certo punto il ragazzotto, a corto di parole, dica orgoglioso di essere razzista, sdoganando un aggettivo che forse nelle intenzioni del suo maestro doveva restare sottinteso, ed ecco arrivare il coup de théâtre della meravigliosa signora, degna di Totò, dei De Filippo e della maschera di Pulcinella, efficace quanto o pernacchio dell’oro di Napoli:

“No tu non sei razzista, tu sei stronzo!” 

Da mesi intellettuali di peso cercano di dare un nome a ciò che sta succedendo nel nostro paese “possiamo chiamarlo fascismo?… si tratta del razzismo globale… sono gli effetti di politiche migratorie sbagliate… guardate cosa sta succedendo nell’America di Trump… e che dire di Bolsonaro?…” analizzando anche il profilo psicologico dei nuovi barbari, definendoli giovani annoiati… prodotti dei social… privi di empatia… trolls… odiatori… quando arriva la signora e compie il miracolo:

Sono stronzi

Personalmente non amo le parolacce ma non avrei potuto pensare a termine più appropriato, soprattutto in quel contesto. La signora non ha avuto paura delle conseguenze, in una intervista successiva ha detto di aver agito per istinto ma sembra che il suo istinto sia proprio eccezionale, perché non una parola né un tono di voce erano fuori posto. Immagino le giustificazioni del ragazzotto al camerata “ma quella ha risposto, e che dovevo dire?” Mesi di lezioni nelle classi, on-line tutorials, webinairs, step by step manuals… disintegrati dalla risposta della signora, che ora gira virale nel web nell’ilarità generale.

Per un giorno o due ci siamo anche illusi che una risata potesse seppellire gli stronzi.

Poi, puntuale, è arrivato il colpo di coda, vigliacco, anonimo, ovviamente maschilista, alcuni commenti infilati ad arte nei video virali con il triste refrain “ti stupreremo”.

Che siano o no una reale minaccia fanno paura e risultano un cupo monito a chi vorrebbe reagire. Quello che disarma è che la minaccia si cela in profili fake, difficilmente identificabili dalla polizia postale, ammesso che qualcuno abbia veramente voglia di perseguirli.

Vorremmo risposte dalla politica ma non riusciamo neanche ad vere una opposizione parlamentare, stiamo sull’Aventino senza esserci andati intenzionalmente, o forse l’abbiamo fatto votando male. Anche adesso, come nel ventennio, ci accorgiamo di essere in pericolo quando il nostro mondo è già sgretolato. Mi consolano tante manifestazioni di piazza, cortei affollati, manifestazione spontanee di vario genere, ma è urgente una organizzazione.

Però sarebbe anche bello armare di parole schiere di cittadini che, come la signora, siano capaci di spernacchiare gli stronzi. Ci vorrebbe proprio Makkox a stilare un tutorial antistronzi di cui il video della signora napoletana sarebbe la lesson number one, come non perdere la calma e neutralizzare l’interlocutore violento.

Nel frattempo noi tutti partigiani dell’Italia del terzo millennio potremmo chiamarci antistronzi oltreché antirrazzisti o antifascisti.