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Riace paese dell'accoglienzaOltre ad una palese persecuzione del Sindaco Mimmo Lucano (a cui semmai andrebbero applicate delle sanzioni amministrative), quello che si sta condannando a morte è il modello replicabile di una società del futuro che rischiava di funzionare. Questo avrebbe messo in crisi lo schema di gestione clientelistico-mafiosa della cosa pubblica e, al contempo, avrebbe demotivato la campagna populistica di caccia al migrante che tanto piace ai due partiti di governo. Questo vuol dire che il modello Riace funziona, che va migliorato, e che deve essere analizzato, perfezionato e sostenuto, anche con l’incentivazione iniziale di una campagna di crowdfunding. Sociologi, economisti, antropologi, associazioni di volontariato e persone di buona volontà, mettiamoci al lavoro. Questo è fare politica.

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mendoza38Un tempo il disagio sociale si combatteva con la conoscenza delle regole del sistema e la cultura, anche quella nozionistica e scolastica, era il modo di stare in una società ma anche il solo strumento per cambiarla. La società dei consumi ha invece individuato nel denaro lo strumento di affrancamento dall’esclusione: con esso puoi imitare chi ha successo, puoi diventare come lui, soprattutto puoi identificare qualcuno più in basso di te da escludere. E’ il capolavoro di una società che ha nella competizione il suo motore propulsivo, che dà l’illusione di un successo alla portata di tutti, mentre restringe il confine che contiene l’ologarchia.

Il risultato è un un esponenziale aumento del sentimento di esclusione, una frustrazione che nella peggiore delle ipotesi porta a conseguenze estreme. Ma senza arrivare al punto di imbracciare un fucile e sparare ad innocenti studenti di un college, la caratteristica del moderno frustrato è quella di aver perso ogni aspirazione alla crescita culturale.

Chi sente mancare il terreno sotto i propri piedi difficilmente intraprende un paziente percorso di formazione, soprattutto se luoghi e simboli di cultura appaionono respingenti, se non si percepisce una equivalenza fra crescita culturale e benessere economico e se attorno a te c’è un contesto che ti ammalia col motto “chi ti esclude fa schifo”, elencando un catalogo di elité sociali e culturali sulle quali scatenare la propria rabbia.

Mai come adesso la frattura fra chi è colto e chi no è stata così evidente, i primi si arroccano nei pochi avamposti culturali sopravvissuti, gli altri denigrano e delegittimano la conoscenza facendo saltare il tavolo del dialogo.

Io non misuro la cultura in base ai titoli di studio, perché ognuno può crearsi una cultura da sé e poi in Italia, per vent’anni, abbiamo avuto al potere un laureato (precedentemente diplomato al liceo classico) che non solo era campione di grossolanità, ma per giunta ha contribuito ad abbassare il livello culturale dell’intera nazione. Ma costui era il trait d’union fra una società della conoscenza e una società dell’apparenza, infatti ha utilizzato gli strumenti culturali di un tempo per raggiungere l’epoca della delegittimazione culturale. Prima di lui abbiamo avuto leaders politici con la schiena curvata dalle lunghe ore di studio, dopo di lui abbiamo avuto leaders muscolosi incapaci di coniugare un congiutivo, che però paventano èlite culturali ad ogni dove.

Il vocabolario Treccani dà la seguente definizione di élite: “L’insieme delle persone considerate le più colte e autorevoli in un determinato gruppo sociale, e dotate quindi di maggiore prestigio… gli individui, più capaci in ogni ramo dell’attività umana, che, in una determinata società, sono in lotta contro la massa dei meno capaci e sono preparati per conquistare una posizione direttiva.”

Dovrebbe quindi essere la classe dirigente a costituire l’èlite del nostro paese, perché invece abbiamo degli esponenti della maggioranza terrorizzati dalle èlite? E poi, chi sarebbero queste truppe di élite che minacciano continuamente l’azione politica? Sono giornalisti, medici, registi, scrittori, insomma tutti coloro che formano le proprie opinioni studiando, confrontando posizioni diverse, consultando testi scientifici, ragionando?

A questo punto viene da pensare che gli annunci, le prove di forza, il continuo distinguo fra un noi e un loro, siano solo sintomi di un irrisolto senso di inferiorità culturale, di leaders e adepti. Si, perché a volte, anche quando il leader è colto, preferisce mostrare di non esserlo, per imbarcare tutti quelli che altrimenti non voterebbero. Non c’è cosa peggiore che discutere con un ignorante (non intendo colui che non sa, ma colui che non vuole sapere), finirete per sentirvi dire “fate tutti schifo” e in questo tutti ci saranno le categorie dalle quali si è sentito escluso. Quindi è arrivata la politica del “togliamoci questa soddisfazione”, ad una ad una vengono stigmatizzate tutte le categorie che non piacciono o dalle quali il popolo si sente minacciato, e se non bastano le paure esistenti se ne creano di nuove.

Giù dalla Rupe Tarpea: immigrati, zingari, omosessuali, lesbiche, LGBT, donne indisponibili, ammalati, dottori, professori, giornalisti, psicologi, preti buonisti, associazioni umanitarie…

Il fatto è che mentre le èlite si affannano a ricordare le regole di convivenza civile e denunciare la disumanità di certe azioni, la massa plaude coloro che legittimano le pulsioni più infime. Siamo fra Cristo e Barabba, con l’aggravante che Cristo aveva un bel seguito, mentre le élite odierne sembrano aver perso il contatto con il presente.

Siamo onesti, non possiamo dare la colpa prima alle TV commerciali, poi a internet, poi ai social networks, poi ai videogiochi. Se qualcosa è sfuggita di mano alle élite culturali, sono loro a doversene fare una colpa, perché avevano gli strumenti per capire, per prevedere gli scenari futuri. Se ad un certo momento del ventesimo secolo il contatto con le masse si è spezzato, evidentemente la desiderata crescita culturale è rimasta incompiuta, o necessitava di una rivoluzione (pacifica) permanente. Nel frattempo si è tolta linfa vitale alle scuole, agli istituti culturali, agli enti teatrali e lirici, alle orchestre.

La situazione sembra senza speranza, non per niente siamo su un crinale storico.

Nulla vieta però di difendere ciò che è rimasto e diffondere semi dal basso, è un lavoro faticoso e il terreno è incolto da anni, ma non ci resta altro da fare.

rabbiaCi si affaccia ai social network timidamente, non si sa bene come comportarsi, si osserva cosa fanno gli altri, si inizia a postare maldestramente foto private e ad accettare l’amicizia di chiunque te la chieda, cosa rischiosa; si riprendono i contatti con persone che avevi perso di vista, cosa bellissima. Poi si inizia ad osservare la vita altrui, la si paragona alla propria: ma davvero fuori da casa mia c’è un popolo di gaudenti che si sposta da un vernissage, un evento culturale e un party? Ogni tanto vai anche tu, che bello vedere gente! A questo punto potresti restare in questo bilanciamento fra vita virtuale e vita reale, godere i contatti con chi altrimenti non avresti potuto seguire e utilizzare il social come aggiornamento sulla vita reale in cui tuffarti quando vuoi. Puoi diventare molto bravo, scrivendo cose interessanti e promuovendo eventi di spessore, magari ogni tanto elargendo gocce del tuo privato. La vita sui social dipende molto da come stai e non credo che sia il social in se stesso a generare dipendenza. In tutta onestà non possiamo sapere se sia nato prima l’uovo o la gallina, mi spiego: sono i social che ci hanno reso peggiori, o la globale crisi di sistema è giunta proprio nel momento in cui si sperimentava un mezzo per esternare le proprie frustrazioni? I rabbiosi da social, gli odiatori, sono persone che senza i social avrebbero vissuto il proprio disagio in maniera diversa, o sarebbero state persone serene senza detti strumenti? Non mi riferisco ovviamento ai profili falsi generati da menti criminali, ma ai frustrati da tastiera che prendono per buona qualsiasi bufala, nutrono una rabbia repressa e la vomitano in insulti dalla sintassi sconclusionata. Questa è una nuova materia all’esame degli studiosi della mente umana, possiamo però cercare di capire cosa ci sia alla base di tanta rabbia, soprattutto capire perché uno degli aspetti del comportamento umano stia uscendo fuori controllo. Prima ancora dei social ci sono stati i reality TV, in cui erano gli stessi registi a richiedere ai partecipanti lacrime, zuffe, crisi di escandescenza, perché avevano scoperto che la fragilità umana faceva audience. Insomma tutto il contrario degli insegnamenti che la mia generazione aveva ricevuto da  famiglia e scuola. Io, classe 1957, sono cresciuta controllando le emozioni, forse troppo, ma mi sarei vergognata come una ladra nel perdere il controllo in pubblico per gelosia, rabbia o invidia. Mi avevano insegnato che questi sentimenti sono umani ma che la saggeza sta nel gestirli, anche riempiendo la propria vita di emozioni belle, creatività, affetti e vita sociale. Il rischio nel reprimere troppo le emozioni sta nel fare del male a se stessi (ad esempio infliggendosi una malattia autoimmune) ma al contrario, esternare eccessivamente le emozioni negative può portarti alla violenza, verbale o addirittura fisica (un esempio lampante è il femminicidio quando non si riesce a gestire la gelosia). In conclusione io ritengo che i social network siano solo uno gli ultimi strumenti di propagazione di un male sociale nato da tempo, già con l’avvento delle TV commerciali, che si chiama narcisismo. Come diceva Andy Warhol nel 1968: “Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti”, la profezia si è avverata e la conseguenza è, a mio avviso, il diffondersi di una rabbia collettiva che sta uscendo fuori controllo.

Nave Diciotti, Catania, 26 agosto 2018.jpgCi troviamo quì, distanti e vicini, col desiderio di congiungerci mentre le correnti del freddo ci trasportano lontani, come zolle di pack alla deriva di mari ghiacciati. Molo di levante del porto storico di Catania, loro sulla nave dei dannati chiamata Diciotti, noi nella banchina parallela, immobili a guardarli mentre la manifestazione ufficiale si è già dispersa insieme alle tante bandiere, simboli residuali di sigle che un tempo ho amato e che adesso mi sembrano responsabili delle nostre divisioni. Le gabbie sono due, la loro visibile quanto l’ingiusta detenzione in quella nave, noi invece la gabbia ce la siamo costruita da soli, arrivando al disastro di una umanità perbene incapace di costutuire un fronte politico unitario. La giornata è stata confortante, perché finalmente sono stati in tanti a manifestare, costituendo almeno per una volta un blocco contro il governo razzista. Ma nelle facce dei manifestanti vedo anche la consapevolezza della disgregazione di fatto. Noi due abbiamo deciso di metterci in viaggio all’ultimo momento, con l’ansia di raggiungere una piccola parte della nostra anima che già da qualche giorno si trova in questo molo, e arriviamo quando i più si avviano all’uscita e restano quelli che non se ne vogliono andare. Poi ne arrivano ancora e l’empatia fra le due banchine viene accarezata da una bella luna. Nel frattempo iniziano a sbarcare i malati, e riprendiamo la strada per Palermo assordati dalle sirene. Tornati a casa, ci giunge la notizia che Salvini è indagato dalla procura di Agrigento, fra i capi di imputazione anche il sequestro di persona. Si apprende infine che stanno sbarcando tutti. Per il momento loro, forse, sono salvi; l’Italia invece è gravemente malata.

 

Risultati immagini per Pina Bausch Gebirge a palermoLavoravo come attrezzista al Teatro Biondo Stabile di Palermo, era la primavera del 1988, il teatro era desertificato da una tournee della compagnia stabile (credo fosse la Pazza di Chaillot per la regia di Pietro Carriglio) che si era portata appresso la quasi totalità di tecnici e attrezzature. Io avevo evitato la partenza, sia perché avevo una bambina piccola, sia perché c’era in cartellone “Auf dem Gebirge hat man ein Geschrei gehört” di Pina Bausch, voluto fortemente dal Sindaco Leoluca Orlando, accettato ob torto collo dal direttore artistico e regista Pietro Carriglio. La mancata partenza mi aveva retrocessa a segretaria del direttore di sala, ma mi stava bene. Una settimana prima dell’arrivo della compagnia Tanztheater de Wuppertal, io e il direttore di sala decidemmo di aprire il fascicolo giacente nella scrivania di Carriglio, in cui Andres Neumann ricordava le specifiche del contratto sottoscritte dalla direzione artistica e mai comunicate al resto del teatro, ricordo ad esempio…n.7 docce con acqua calda nei camerini…n. 2 camion di torba fresca…

Ricordo anche attrezzature di base per un teatro, quali fari, camere nere e siparietti, che però erano partite in tournee insieme alle scene.

Se non avessimo deciso di sbirciare il contenuto di quel fascicolo lo spettacolo sarebbe saltato, ma anche avendone presa visione, la situazione era disperata e surreale: non avevamo accesso alle finanze del teatro, non avevamo neanche i tempi tecnici per organizzare tutte quelle cose.

Nonostante ciò decidemmo di fare il miracolo.

Il direttore di sala era spinto da ragioni pratiche quali la difesa del teatro e del proprio posto di lavoro, io semplicemente dal desiderio incontenibile di assistere per la prima volta nella vita ad uno spettacolo di Pina Baush.

Così ci attaccammo al telefono supplicando tutte le compagnie locali di prestarci il materiale di base, e non fu facile, perché il Teatro Stabile in città giocava il ruolo di asso piglia tutto dei finanziamenti culturali e non era affatto amato dalle piccole compagnie. Riuscimmo ad avere ciò che ci serviva. Fu difficile riuscire a trovare un idraulico che ci installasse le docce in una settimana e solo con un “pagherò”, ma la cosa più difficile da trovare furono i due camion di torba.

Non so come, il giorno dell’arrivo della compagnia tutto quanto richiesto nel contratto era stato preparato.

E si passò alla fase successiva: accogliere una compagnia di fama internazionale in due, senza direttore artistico né addetto stampa.

La compagnia era stata preceduta dai suoi addetti stampa e da personalità autorevoli vicine a Pina Baush, ma per gli inviti locali alla conferenza stampa feci affidamento alla mia rubrica personale, e poi ricordo di aver invitato alla prima dello spettacolo tutte le persone che ritenevo prestigiose nel panorama culturale della città.

Poi finalmente il giorno della conferenza stampa vidi approssimarsi al tavolo una figura minuscola, eterea e magica, ricordo che l’avere incrociato il suo sguardo sia stata una delle emozioni più profonde della mia vita, era finalmente lei, Pina Baush.

Tutto procedette senza che né il pubblico, ne la compagnia, ne Pina Baush, si accorgessero dei numerosi intoppi che incontrammo, noi pochi residuali di un teatro stabile possente.

Per quanto riguarda lo spettacolo, posso dire che due sono stati gli eventi cittadini capaci di elevarmi ad una dimensione onirica, magica e globale: la prima di Gebirge e la riapertura del Teatro Massimo.

Risultati immagini per libriIl dibattito sul ruolo della cultura, sul suo rapporto con la politica e il denaro, ha solitamente il punto di vista di chi la produce. Ma una volta tanto vorrei provare ad affrontare la questione dal punto di vista dell’utente, che spesso è un mancato fruitore poiché è colui che la cultura non è riuscita a raggiungere.

Il fatto è che quando si toglie sussistenza economica alla cultura, non si mortifica solo la categoria degli addetti ai lavori, ma si priva la società di un alimento basilare di cui magari non si sente un bisogno immediato. Il paradosso è che maggiormente si è lontani dalla cultura, minormente la si desidera.

Viviamo in un presente che brucia le esperienze e vuole fatti concreti, incapace di costruire il futuro, nostro o delle generazioni a venire. Mentre la cultura richiede tempo, costanza e pazienza; contribuendo a costruire la personalità, la coscienza civile, la capacità di mettersi nei panni altrui.

E’ anche vero che “cultura” è un contenitore difficile da definire, raccogliendo materia impalpabile ed effimera, i cui atomi sono emozioni, piaceri, empatie, bellezze. Ma chi è capace di decidere cosa sta dentro e cosa sta fuori questo contenitore? Ci sarà sempre qualcuno capace di produrre cultura, perché essa è tenace, prodotta in qualsiasi situazione o contesto, il nodo della questione è la sua propagazione e le scelte che vi stanno a monte.

In passato i sistemi di veicolazione della cultura erano semplici: la scuola, l’università, l’editoria, le istituzioni culturali, a cui poi si sono aggiunti nuovi mass media come il cinema e la televisione. C’era un controllo determinato dai mezzi, c’erano selezioni severissime, ad esempio produrre un film costava una fortuna e la televisione era di stato. Pensate cosa significava negli anni sessanta controllare la programmazione dell’unico canale televisivo in Italia. L’intera nazione vedeva ogni sera lo stesso programma, il martedì c’era il teatro di prosa e l’indomani ciabattini e portieri commentavano “Morte di un commesso viaggiatore”, gli sceneggiati televisivi (antenati delle serie TV) attingevano dai classici della letteratura, così seguendo le puntate dei fratelli Karamazov in cerca dell’assassino, un po’ di Dostoevskij attraversava gli animi della nazione tutta.

La propagazione seguiva un progetto, che era quello di creare una cittadinanza funzionale al potere politico. La fortuna stava semmai nella bontà (o meno) del potere politico.

Succede poi che un nuovo mezzo di comunicazione di massa irrompa sul pianeta ad aprire frontiere ed informatizzare la cultura. Una rete che attraverso sei gradi di separazione potrebbe mettere in comunicazione fra loro tutti gli abitanti del globo, offrendo a chiunque la possibilità di caricare e scaricare immagini, testi, musica, video e file di diversi formati digitali. All’inizio sembrava che il classismo della rete fosse costituito dal suo accesso: sembrava che poveri, anziani e semianalfabeti ne sarebbero rimasti fuori. Invece non si erano fatti i conti col narcisismo della gente, che si priva di tutto ma non di uno smartphone, mentre il funzionamento di quest’ultimo viene imparato dai bambini prima ancora della scrittura. Nel 1968 Andy Warhol disse “Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per quindici minuti”. La profezia si è talmente avverata che 15 minuti adesso sembrano pochi, siamo in una corsa alla visibilità che spinge le persone a mettere in rete qualsiasi cosa possa diventare virale, cioè cliccata da migliaia di utenti.

Così nell’era in cui la cultura è gratuitamente accessibile in rete, tanta, tutta quella che vuoi, essa è difficile da scovare in mezzo ad un mare di spazzatura. C’è la più ricca enciclopedia della storia, puoi accedere a dati storici e scientifici, informarti sull’intero scibile umano, insieme però a notizie false e fuorvianti, venditori, messaggi violenti, incitamento all’odio, santoni, fattucchiere e predicatori. Una rete talmente fitta di contenuti da celare l’eccellenza come un ago in un pagliaio, solo gli ostinati trovano il proprio alimento culturale, perché sanno in partenza cosa cercare e hanno gli strumenti per non cadere nei tranelli. Agli altri viene fornito ciò che piace, che non è il meglio. Le scelte sono operate da una logica commerciale che pubblicizza prodotti tramite ciò che riceve più visibilità, un algoritmo al ribasso che privilegia volgarità e violenza. Quindi la rete, che inizialmente era democratica, è diventata più classista della peggiore cultura nazional-popolare e pian piano tende a riportare il genere umano ai suoi istinti primordiali.

Eravamo arrivati ad un punto in cui la cultura, nel senso di istruzione, era un progetto familiare ed equivaleva a denaro, potere e prestigio. Studiare era l’unico mezzo per riscattarsi da una vita costrittiva e comportava l’acquisizione di regole comportamentali, mentre il docente era una figura incontestabile e di grande autorevolezza. Adesso il denaro lo si può raggiungere senza la cultura ed esso è più direttamente legato al prestigio in società rispetto al passato, quindi perché istruirsi? – “Perché conseguire una laurea, fare concorsi, per poi guadagnare quanto quel morto di fame del nostro docente? Appunto, chi è costui perché noi dobbiamo prestargli attenzione?” – questo purtroppo pensano oggigiorno molti studenti, senza bisogno di distinguere fra i discenti dei vari corsi di studio; e se irridere il proprio docente comporta maggiore visibilità in rete – “perché non provarci?” –

La privazione delle emozioni, dell’empatia e della bellezza può involvere gli individui fino a queste azioni? Io direi di sì. Il problema non è come sei nato ma chi hai incontrato nella tua strada. Se la preoccupazione della scuola che frequenti è quella di intrattenerti ad ogni costo, abbassando l’offerta formativa al tuo livello, non si fa altro che sposare la filosofia della rete.

Il mondo però ha un enorme bisogno della cultura, che ci rende individui liberi e cittadini attivi, che ci fornisce l’empatia necessaria per capire il prossimo e l’emozione per riflettere.

Il fatto è che sono i malati più gravi a non conoscere la cura, perché non sanno di cosa siano stati privati, quindi il compito di inoculare goccia a goccia la medicina resta come sempre a coloro che sanno.

Abbiamo bisogno di buoni maestri.

Alba De Cespedes.JPGGrazie a un programma di Rai Storia mi sono recentemente appassionata alla figura di Alba De Cespedes e al suo romanzo ormai introvabile: ”Nessuno torna indietro”, scritto nel 1938 quando l’autrice aveva soli 27 anni. Mi sono ricordata di aver visto uno sceneggiato televisivo RAI tratto da questo romanzo negli anni 80, in cui dietro quella che sembrava una storia di amicizie giovanili emergevano contenuti molto più profondi mortificati dalla regia. Così ho cercato il romanzo sul catalogo Feltrinelli, poi su IBS, poi su Amazon e, a parte una costosissima raccolta di tutte le opere dell’autrice, non ho trovato né la versione cartacea né quella in formato e-reader. Alla fine ho dovuto scaricare dal web una copia taroccata in PDF e trasferirla sul Kindle indignandomi del fatto che “Nessuno torna indietro” sia caduto nel dimenticatoio come il resto delle opere della sua autrice. Il romanzo è molto ben scritto, con personaggi femminili forti, indipendenti e inusuali per l’epoca.

“Nessuno torna indietro”’ è un romanzo di formazione, ma formazione alla libertà, a non tornare indietro dopo gli anni dell’università. Si narrano le vicende di un gruppo di studentesse fuorisede in un pensionato gestito da suore, che nonostante l’epoca e la situazione si trovano in un inaspettato momento di autonomia, prima di ritornare alla vita che è stata disegnata per loro, che sarebbe il matrimonio per le belle e l’insegnamento in provincia per chi resta zitella. Invece loro vorrebbero andare oltre, non tornare indietro e tentare strade impensabili per l’epoca: la scrittura, l’insegnamento universitario, i viaggi intorno al mondo. Ovviamente si tratta di conquiste pagate con la censura sociale, la derisione, lo stigma morale. Mi sono tanto appassionata al romanzo che ho acquistato il DVD della sua riduzione cinematografica in tempo di guerra, per la regia di Alessandro Blasetti, in cui si nota il massacro delle intenzioni dell’autrice e il ridicolo tentativo di un lieto fine sull’altare di una delle protagoniste. Il romanzo ebbe un successo strepitoso, fu tradotto in molte lingue e, ovviamente, preso di mira dalla censura fascista. Autrice ed editore resistettero alle pressioni senza cambiare una virgola del romanzo e per questo Alba de Cespedes subì una breve detenzione.

Alba de Cespedes fu antifascista, partigiana, comunista, amica di Fidel Castro, femminista (o meglio, scrittrice di donne). I suoi personaggi femminili sono assolutamente controcorrente, pensanti e autodeterminanti e nei suoi romanzi non è il matrimonio che detta il lieto fine così come si sarebbe aspettato dalla letteratura rosa, eppure è questo lo stigma che lei ricevette da sinistra, quando sul lato opposto furoreggiavano i tentativi di censura prima fascista e poi democristiana. Un’autrice da rivalutare, ripubblicare, diffondere, leggere e divulgare. Un caso letterario di itala ottusità che tanto ricorda quello più recente di Elena Ferrante.