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rabbiaCi si affaccia ai social network timidamente, non si sa bene come comportarsi, si osserva cosa fanno gli altri, si inizia a postare maldestramente foto private e ad accettare l’amicizia di chiunque te la chieda, cosa rischiosa; si riprendono i contatti con persone che avevi perso di vista, cosa bellissima. Poi si inizia ad osservare la vita altrui, la si paragona alla propria: ma davvero fuori da casa mia c’è un popolo di gaudenti che si sposta da un vernissage, un evento culturale e un party? Ogni tanto vai anche tu, che bello vedere gente! A questo punto potresti restare in questo bilanciamento fra vita virtuale e vita reale, godere i contatti con chi altrimenti non avresti potuto seguire e utilizzare il social come aggiornamento sulla vita reale in cui tuffarti quando vuoi. Puoi diventare molto bravo, scrivendo cose interessanti e promuovendo eventi di spessore, magari ogni tanto elargendo gocce del tuo privato. La vita sui social dipende molto da come stai e non credo che sia il social in se stesso a generare dipendenza. In tutta onestà non possiamo sapere se sia nato prima l’uovo o la gallina, mi spiego: sono i social che ci hanno reso peggiori, o la globale crisi di sistema è giunta proprio nel momento in cui si sperimentava un mezzo per esternare le proprie frustrazioni? I rabbiosi da social, gli odiatori, sono persone che senza i social avrebbero vissuto il proprio disagio in maniera diversa, o sarebbero state persone serene senza detti strumenti? Non mi riferisco ovviamento ai profili falsi generati da menti criminali, ma ai frustrati da tastiera che prendono per buona qualsiasi bufala, nutrono una rabbia repressa e la vomitano in insulti dalla sintassi sconclusionata. Questa è una nuova materia all’esame degli studiosi della mente umana, possiamo però cercare di capire cosa ci sia alla base di tanta rabbia, soprattutto capire perché uno degli aspetti del comportamento umano stia uscendo fuori controllo. Prima ancora dei social ci sono stati i reality TV, in cui erano gli stessi registi a richiedere ai partecipanti lacrime, zuffe, crisi di escandescenza, perché avevano scoperto che la fragilità umana faceva audience. Insomma tutto il contrario degli insegnamenti che la mia generazione aveva ricevuto da  famiglia e scuola. Io, classe 1957, sono cresciuta controllando le emozioni, forse troppo, ma mi sarei vergognata come una ladra nel perdere il controllo in pubblico per gelosia, rabbia o invidia. Mi avevano insegnato che questi sentimenti sono umani ma che la saggeza sta nel gestirli, anche riempiendo la propria vita di emozioni belle, creatività, affetti e vita sociale. Il rischio nel reprimere troppo le emozioni sta nel fare del male a se stessi (ad esempio infliggendosi una malattia autoimmune) ma al contrario, esternare eccessivamente le emozioni negative può portarti alla violenza, verbale o addirittura fisica (un esempio lampante è il femminicidio quando non si riesce a gestire la gelosia). In conclusione io ritengo che i social network siano solo uno gli ultimi strumenti di propagazione di un male sociale nato da tempo, già con l’avvento delle TV commerciali, che si chiama narcisismo. Come diceva Andy Warhol nel 1968: “Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per 15 minuti”, la profezia si è avverata e la conseguenza è, a mio avviso, il diffondersi di una rabbia collettiva che sta uscendo fuori controllo.

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Nave Diciotti, Catania, 26 agosto 2018.jpgCi troviamo quì, distanti e vicini, col desiderio di congiungerci mentre le correnti del freddo ci trasportano lontani, come zolle di pack alla deriva di mari ghiacciati. Molo di levante del porto storico di Catania, loro sulla nave dei dannati chiamata Diciotti, noi nella banchina parallela, immobili a guardarli mentre la manifestazione ufficiale si è già dispersa insieme alle tante bandiere, simboli residuali di sigle che un tempo ho amato e che adesso mi sembrano responsabili delle nostre divisioni. Le gabbie sono due, la loro visibile quanto l’ingiusta detenzione in quella nave, noi invece la gabbia ce la siamo costruita da soli, arrivando al disastro di una umanità perbene incapace di costutuire un fronte politico unitario. La giornata è stata confortante, perché finalmente sono stati in tanti a manifestare, costituendo almeno per una volta un blocco contro il governo razzista. Ma nelle facce dei manifestanti vedo anche la consapevolezza della disgregazione di fatto. Noi due abbiamo deciso di metterci in viaggio all’ultimo momento, con l’ansia di raggiungere una piccola parte della nostra anima che già da qualche giorno si trova in questo molo, e arriviamo quando i più si avviano all’uscita e restano quelli che non se ne vogliono andare. Poi ne arrivano ancora e l’empatia fra le due banchine viene accarezata da una bella luna. Nel frattempo iniziano a sbarcare i malati, e riprendiamo la strada per Palermo assordati dalle sirene. Tornati a casa, ci giunge la notizia che Salvini è indagato dalla procura di Agrigento, fra i capi di imputazione anche il sequestro di persona. Si apprende infine che stanno sbarcando tutti. Per il momento loro, forse, sono salvi; l’Italia invece è gravemente malata.

 

Risultati immagini per Pina Bausch Gebirge a palermoLavoravo come attrezzista al Teatro Biondo Stabile di Palermo, era la primavera del 1988, il teatro era desertificato da una tournee della compagnia stabile (credo fosse la Pazza di Chaillot per la regia di Pietro Carriglio) che si era portata appresso la quasi totalità di tecnici e attrezzature. Io avevo evitato la partenza, sia perché avevo una bambina piccola, sia perché c’era in cartellone “Auf dem Gebirge hat man ein Geschrei gehört” di Pina Bausch, voluto fortemente dal Sindaco Leoluca Orlando, accettato ob torto collo dal direttore artistico e regista Pietro Carriglio. La mancata partenza mi aveva retrocessa a segretaria del direttore di sala, ma mi stava bene. Una settimana prima dell’arrivo della compagnia Tanztheater de Wuppertal, io e il direttore di sala decidemmo di aprire il fascicolo giacente nella scrivania di Carriglio, in cui Andres Neumann ricordava le specifiche del contratto sottoscritte dalla direzione artistica e mai comunicate al resto del teatro, ricordo ad esempio…n.7 docce con acqua calda nei camerini…n. 2 camion di torba fresca…

Ricordo anche attrezzature di base per un teatro, quali fari, camere nere e siparietti, che però erano partite in tournee insieme alle scene.

Se non avessimo deciso di sbirciare il contenuto di quel fascicolo lo spettacolo sarebbe saltato, ma anche avendone presa visione, la situazione era disperata e surreale: non avevamo accesso alle finanze del teatro, non avevamo neanche i tempi tecnici per organizzare tutte quelle cose.

Nonostante ciò decidemmo di fare il miracolo.

Il direttore di sala era spinto da ragioni pratiche quali la difesa del teatro e del proprio posto di lavoro, io semplicemente dal desiderio incontenibile di assistere per la prima volta nella vita ad uno spettacolo di Pina Baush.

Così ci attaccammo al telefono supplicando tutte le compagnie locali di prestarci il materiale di base, e non fu facile, perché il Teatro Stabile in città giocava il ruolo di asso piglia tutto dei finanziamenti culturali e non era affatto amato dalle piccole compagnie. Riuscimmo ad avere ciò che ci serviva. Fu difficile riuscire a trovare un idraulico che ci installasse le docce in una settimana e solo con un “pagherò”, ma la cosa più difficile da trovare furono i due camion di torba.

Non so come, il giorno dell’arrivo della compagnia tutto quanto richiesto nel contratto era stato preparato.

E si passò alla fase successiva: accogliere una compagnia di fama internazionale in due, senza direttore artistico né addetto stampa.

La compagnia era stata preceduta dai suoi addetti stampa e da personalità autorevoli vicine a Pina Baush, ma per gli inviti locali alla conferenza stampa feci affidamento alla mia rubrica personale, e poi ricordo di aver invitato alla prima dello spettacolo tutte le persone che ritenevo prestigiose nel panorama culturale della città.

Poi finalmente il giorno della conferenza stampa vidi approssimarsi al tavolo una figura minuscola, eterea e magica, ricordo che l’avere incrociato il suo sguardo sia stata una delle emozioni più profonde della mia vita, era finalmente lei, Pina Baush.

Tutto procedette senza che né il pubblico, ne la compagnia, ne Pina Baush, si accorgessero dei numerosi intoppi che incontrammo, noi pochi residuali di un teatro stabile possente.

Per quanto riguarda lo spettacolo, posso dire che due sono stati gli eventi cittadini capaci di elevarmi ad una dimensione onirica, magica e globale: la prima di Gebirge e la riapertura del Teatro Massimo.

Risultati immagini per libriIl dibattito sul ruolo della cultura, sul suo rapporto con la politica e il denaro, ha solitamente il punto di vista di chi la produce. Ma una volta tanto vorrei provare ad affrontare la questione dal punto di vista dell’utente, che spesso è un mancato fruitore poiché è colui che la cultura non è riuscita a raggiungere.

Il fatto è che quando si toglie sussistenza economica alla cultura, non si mortifica solo la categoria degli addetti ai lavori, ma si priva la società di un alimento basilare di cui magari non si sente un bisogno immediato. Il paradosso è che maggiormente si è lontani dalla cultura, minormente la si desidera.

Viviamo in un presente che brucia le esperienze e vuole fatti concreti, incapace di costruire il futuro, nostro o delle generazioni a venire. Mentre la cultura richiede tempo, costanza e pazienza; contribuendo a costruire la personalità, la coscienza civile, la capacità di mettersi nei panni altrui.

E’ anche vero che “cultura” è un contenitore difficile da definire, raccogliendo materia impalpabile ed effimera, i cui atomi sono emozioni, piaceri, empatie, bellezze. Ma chi è capace di decidere cosa sta dentro e cosa sta fuori questo contenitore? Ci sarà sempre qualcuno capace di produrre cultura, perché essa è tenace, prodotta in qualsiasi situazione o contesto, il nodo della questione è la sua propagazione e le scelte che vi stanno a monte.

In passato i sistemi di veicolazione della cultura erano semplici: la scuola, l’università, l’editoria, le istituzioni culturali, a cui poi si sono aggiunti nuovi mass media come il cinema e la televisione. C’era un controllo determinato dai mezzi, c’erano selezioni severissime, ad esempio produrre un film costava una fortuna e la televisione era di stato. Pensate cosa significava negli anni sessanta controllare la programmazione dell’unico canale televisivo in Italia. L’intera nazione vedeva ogni sera lo stesso programma, il martedì c’era il teatro di prosa e l’indomani ciabattini e portieri commentavano “Morte di un commesso viaggiatore”, gli sceneggiati televisivi (antenati delle serie TV) attingevano dai classici della letteratura, così seguendo le puntate dei fratelli Karamazov in cerca dell’assassino, un po’ di Dostoevskij attraversava gli animi della nazione tutta.

La propagazione seguiva un progetto, che era quello di creare una cittadinanza funzionale al potere politico. La fortuna stava semmai nella bontà (o meno) del potere politico.

Succede poi che un nuovo mezzo di comunicazione di massa irrompa sul pianeta ad aprire frontiere ed informatizzare la cultura. Una rete che attraverso sei gradi di separazione potrebbe mettere in comunicazione fra loro tutti gli abitanti del globo, offrendo a chiunque la possibilità di caricare e scaricare immagini, testi, musica, video e file di diversi formati digitali. All’inizio sembrava che il classismo della rete fosse costituito dal suo accesso: sembrava che poveri, anziani e semianalfabeti ne sarebbero rimasti fuori. Invece non si erano fatti i conti col narcisismo della gente, che si priva di tutto ma non di uno smartphone, mentre il funzionamento di quest’ultimo viene imparato dai bambini prima ancora della scrittura. Nel 1968 Andy Warhol disse “Nel futuro ognuno sarà famoso al mondo per quindici minuti”. La profezia si è talmente avverata che 15 minuti adesso sembrano pochi, siamo in una corsa alla visibilità che spinge le persone a mettere in rete qualsiasi cosa possa diventare virale, cioè cliccata da migliaia di utenti.

Così nell’era in cui la cultura è gratuitamente accessibile in rete, tanta, tutta quella che vuoi, essa è difficile da scovare in mezzo ad un mare di spazzatura. C’è la più ricca enciclopedia della storia, puoi accedere a dati storici e scientifici, informarti sull’intero scibile umano, insieme però a notizie false e fuorvianti, venditori, messaggi violenti, incitamento all’odio, santoni, fattucchiere e predicatori. Una rete talmente fitta di contenuti da celare l’eccellenza come un ago in un pagliaio, solo gli ostinati trovano il proprio alimento culturale, perché sanno in partenza cosa cercare e hanno gli strumenti per non cadere nei tranelli. Agli altri viene fornito ciò che piace, che non è il meglio. Le scelte sono operate da una logica commerciale che pubblicizza prodotti tramite ciò che riceve più visibilità, un algoritmo al ribasso che privilegia volgarità e violenza. Quindi la rete, che inizialmente era democratica, è diventata più classista della peggiore cultura nazional-popolare e pian piano tende a riportare il genere umano ai suoi istinti primordiali.

Eravamo arrivati ad un punto in cui la cultura, nel senso di istruzione, era un progetto familiare ed equivaleva a denaro, potere e prestigio. Studiare era l’unico mezzo per riscattarsi da una vita costrittiva e comportava l’acquisizione di regole comportamentali, mentre il docente era una figura incontestabile e di grande autorevolezza. Adesso il denaro lo si può raggiungere senza la cultura ed esso è più direttamente legato al prestigio in società rispetto al passato, quindi perché istruirsi? – “Perché conseguire una laurea, fare concorsi, per poi guadagnare quanto quel morto di fame del nostro docente? Appunto, chi è costui perché noi dobbiamo prestargli attenzione?” – questo purtroppo pensano oggigiorno molti studenti, senza bisogno di distinguere fra i discenti dei vari corsi di studio; e se irridere il proprio docente comporta maggiore visibilità in rete – “perché non provarci?” –

La privazione delle emozioni, dell’empatia e della bellezza può involvere gli individui fino a queste azioni? Io direi di sì. Il problema non è come sei nato ma chi hai incontrato nella tua strada. Se la preoccupazione della scuola che frequenti è quella di intrattenerti ad ogni costo, abbassando l’offerta formativa al tuo livello, non si fa altro che sposare la filosofia della rete.

Il mondo però ha un enorme bisogno della cultura, che ci rende individui liberi e cittadini attivi, che ci fornisce l’empatia necessaria per capire il prossimo e l’emozione per riflettere.

Il fatto è che sono i malati più gravi a non conoscere la cura, perché non sanno di cosa siano stati privati, quindi il compito di inoculare goccia a goccia la medicina resta come sempre a coloro che sanno.

Abbiamo bisogno di buoni maestri.

Alba De Cespedes.JPGGrazie a un programma di Rai Storia mi sono recentemente appassionata alla figura di Alba De Cespedes e al suo romanzo ormai introvabile: ”Nessuno torna indietro”, scritto nel 1938 quando l’autrice aveva soli 27 anni. Mi sono ricordata di aver visto uno sceneggiato televisivo RAI tratto da questo romanzo negli anni 80, in cui dietro quella che sembrava una storia di amicizie giovanili emergevano contenuti molto più profondi mortificati dalla regia. Così ho cercato il romanzo sul catalogo Feltrinelli, poi su IBS, poi su Amazon e, a parte una costosissima raccolta di tutte le opere dell’autrice, non ho trovato né la versione cartacea né quella in formato e-reader. Alla fine ho dovuto scaricare dal web una copia taroccata in PDF e trasferirla sul Kindle indignandomi del fatto che “Nessuno torna indietro” sia caduto nel dimenticatoio come il resto delle opere della sua autrice. Il romanzo è molto ben scritto, con personaggi femminili forti, indipendenti e inusuali per l’epoca.

“Nessuno torna indietro”’ è un romanzo di formazione, ma formazione alla libertà, a non tornare indietro dopo gli anni dell’università. Si narrano le vicende di un gruppo di studentesse fuorisede in un pensionato gestito da suore, che nonostante l’epoca e la situazione si trovano in un inaspettato momento di autonomia, prima di ritornare alla vita che è stata disegnata per loro, che sarebbe il matrimonio per le belle e l’insegnamento in provincia per chi resta zitella. Invece loro vorrebbero andare oltre, non tornare indietro e tentare strade impensabili per l’epoca: la scrittura, l’insegnamento universitario, i viaggi intorno al mondo. Ovviamente si tratta di conquiste pagate con la censura sociale, la derisione, lo stigma morale. Mi sono tanto appassionata al romanzo che ho acquistato il DVD della sua riduzione cinematografica in tempo di guerra, per la regia di Alessandro Blasetti, in cui si nota il massacro delle intenzioni dell’autrice e il ridicolo tentativo di un lieto fine sull’altare di una delle protagoniste. Il romanzo ebbe un successo strepitoso, fu tradotto in molte lingue e, ovviamente, preso di mira dalla censura fascista. Autrice ed editore resistettero alle pressioni senza cambiare una virgola del romanzo e per questo Alba de Cespedes subì una breve detenzione.

Alba de Cespedes fu antifascista, partigiana, comunista, amica di Fidel Castro, femminista (o meglio, scrittrice di donne). I suoi personaggi femminili sono assolutamente controcorrente, pensanti e autodeterminanti e nei suoi romanzi non è il matrimonio che detta il lieto fine così come si sarebbe aspettato dalla letteratura rosa, eppure è questo lo stigma che lei ricevette da sinistra, quando sul lato opposto furoreggiavano i tentativi di censura prima fascista e poi democristiana. Un’autrice da rivalutare, ripubblicare, diffondere, leggere e divulgare. Un caso letterario di itala ottusità che tanto ricorda quello più recente di Elena Ferrante.

Risultati immagini per femminicidiQuando ero ragazza, negli anni settanta, fui colpita da due femminicidi commessi in città. Furono efferati e senza un apparente perché, se ne parò per mesi, il giornale L’Ora dedicò loro intere pagine e mandò una inviata a seguire le fasi dei processi, erano fatti rari. Da un solo decennio le donne erano entrate in magistratura mentre ancora erano in vigore leggi come quelle sul delitto d’onore e il matrimonio riparatore, il diritto di famiglia assegnava la moglie al marito come sua proprietà e se questa scappava di casa rischiava il carcere.

La domanda che mi pongo oggi, considerando la cronaca quotidiana, con in mezzo quarant’anni di lotte e conquiste considerevoli, è la seguente: è stata dichiarata guerra al genere femminile senza che io me ne accorgessi?

Adesso i femminicidi sono talmente tanti da non meritare molto spazio su giornali o TV, semmai si contano, 130 dall’inizio dell’anno, i dettagli sono truculenti, le motivazioni incomprensibili, spesso vengono coinvolti familiari e testimoni occasionali mentre la prole viene privata d’un colpo di entrambe i genitori. Una tale emergenza sociale trattata come numero, accumulo, tipologia della dinamica. E poi si aggiungono le mutilazioni con l’acido (di importazione asiatica), gli stupri, il bullismo digitale, lo stalking, le molestie sul posto di lavoro. Probabilmente l’emulazione dei fatti di cronaca gioca la sua parte, di sicuro la rete facilita l’approvvigionamento delle armi e fornisce istruzioni, ma il fatto è che c’è un plotone di uomini sparso nel pianeta, trasversale a ceti sociali, religioni, etnie e livelli culturali, che ha deciso di prendere di mira il genere femminile in un abbraccio mortale che distruggerà vittime e carnefici. Una organizzazione del terrore che meriterebbe corpi speciali di polizia. Un impazzimento del genere maschile che mi spinge a ricercare, da profana, una matrice comune, un qualsiasi indizio che possa aiutarmi a capire cosa sia successo.

La violenza degli uomini sulle donne è sempre stata un’orrenda abitudine tollerata dalla società, considerata un modo per mettere ordine in famiglia o ristabilire il buon costume, se ci scappava il decesso era un fatto incidentale e la percentuale era maggiore lì dove c’era arretratezza culturale. Quello che succede oggi mi sembra diverso, come un’evoluzione di quella stortura: intanto pare che sia più diffusa nei paesi nordici ad alta evoluzione sociale, poi il carnefice è conscio di una generale censura, spesso è lo stesso che poi si consegna alle forze dell’ordine, infine non considera il futuro di eventuali figli e sa che non conquisterà così l’oggetto del desiderio, se di questo si tratta. Sembra il gesto estremo di chi non ha più nulla da perdere, di chi desidera trascinare il mondo intero nel proprio inferno.

Mi vengono in mente tutte le nostre conquiste degli ultimi decenni, per poi vederle travolte da questo bollettino di guerra, come fosse un colpo di coda che nessuno aveva previsto.

Non si piò infatti negare che più o meno dalla metà del secolo scorso è in corso una mutazione di specie, una lenta trasformazione dell’intero genere femminile che magari procede random, con pochi modelli di riferimento, ma è inarrestabile e possiede ormai una sua inerzia.

Il voto alle donne ha portato ad una rappresentanza parlamentare femminile, se pur minima, che poi lentamente ha lottato per l’uguaglianza in famiglia, nei posti di lavoro e in politica. Il cammino è tortuoso e ancora in corso ma ci sono campi in cui è bastato modificare una regola per assistere ad un processo in motu proprio. Pigliamo l’esempio italiano dell’ingresso delle donne in magistratura nel 1963, che gli oppositori ritenevano inopportuna a causa di presunti difetti fisiologici.

Quell’anno solo otto donne su 200 vinsero il concorso mentre oggi la percentuale di donne vincitrici è del 50,7% con una stabilizzazione alla crescita. Altri campi hanno raggiunto l’uguaglianza legale trovando poi degli ostacoli alla sua attuazione, ma non in questo caso, perché il concorso per la magistratura è anonimo (con un complicato sistema di buste che rende assai difficile arrivare all’identità del candidato) quindi vince il merito, la determinazione, la costanza, la concretezza; doti che le donne mostrano di avere. Nel 1963 né le donne che avevano lottato per quella conquista, né gli uomini che le consideravano inadatte, immaginavano che dopo soli 55 anni, un uomo che delinque rischia al 50% di essere giudicato e condannato da una donna, e poi in carcere ha molte probabilità di essere sorvegliato, analizzato psicologicamente, curato e gestito da donne. Inizia a profilarsi quel potere paritario per cui tanto si è lottato. E’ questo che arma gli uomini contro le donne? Se la risposta fosse così ovvia qualcuno ci avrebbe già pensato.

Però è un fatto che pochi decenni di una storia umana millenaria stiano drasticamente riequilibrando una discriminazione le cui origini risiedono probabilmente nella preistoria, in un tempo in cui era la forza fisica a determinare il valore di un individuo, e di conseguenza il genere femminile accettò di adattarsi ad un ruolo subalterno, reprimendo istinti e velleità. Da allora, e si tratta di millenni, gli uomini hanno gestito i luoghi di potere come qualsiasi altro spazio sociale. Nel frattempo la capacità intellettiva è diventata più importante della forza fisica e le donne hanno iniziato a dimostrare di averla quanto gli uomini, lottando per la parità.

Questo ha determinato l’ingresso femminile, non solo nei luoghi di lavoro, ma anche in quelli considerati ricreativi: le piazze dei paesi, le università, i bar, le caserme, gli uffici, le fabbriche; spazi in cui si erano sviluppati linguaggi e comportamenti che miravano a tener lontane le donne, hanno visto un ingresso massiccio di queste ultime. Alcuni potrebbero averlo percepito come un accerchiamento, una privazione dell’aria che respiravano. Poi è successo che alcune donne hanno avuto accesso al potere, comandando anche sugli uomini, magari prendendo a prestito modelli maschili, sbagliando quanto loro. Sono cambiamenti epocali a cui si sono opposti rabbia, sarcasmo, vendette, muri di gomma, ma che col tempo sono riusciti ad essere accettati. Invece a me sembra che negli ultimi anni ci sia stata una accelerazione, una sorta di impazzimento del genere maschile che ha costituito il terreno di coltura di nuove forme di violenza contro le donne.

In effetti alzando lo sguardo non si può non percepire una generale crisi di sistema, che si è dapprima imposta come crisi economica per poi smembrarsi in una varietà di istanze che diventano emergenze prima ancora di manifestarsi. Almeno nella mia percezione sta finendo un mondo e, se ne saremo capaci, ne sopravvivrà un altro: precario, fragile, sperimentale.

Il mondo che sta finendo vede uomini che gestiscono il potere economico e irridono le istanze ambientaliste, che portano il reddito in famiglia, almeno quello più cospicuo. Su questo modello adesso emerge un mondo in cui il posto di lavoro è in via di estinzione, in cui il potere economico è gestito da entità invisibili a occhio nudo, in cui le tematiche ambientali si impongono con eventi drammatici. In parole povere un mondo in cui è necessario organizzarsi da soli, essere flessibili e intuitivi, privilegiare lo stile di vita piuttosto che la competizione, occuparsi dell’ambiente. Tutte vocazioni che vedono le donne a proprio agio.

Non è che io consideri le donne migliori degli uomini, ma vedo un problema che riguarda l’assegnazione dei ruoli.

Se torniamo a quel punto della storia in cui le donne dovettero comprimere istinti e velleità, è facile immaginare come gli uomini si siano trovati a comprimere la propria sensibilità, nascondere le lacrime, mostrarsi forti, assumere ruoli di capotribù e capofamiglia, competere, abituarsi a non chiedere aiuto. Un radicamento di abitudini e pregiudizi con cui, a volte inconsapevolmente, devono fare conti tutti gli uomini. Su certuni il peso di queste aspettative si è scontrato con un panorama contemporaneo in cui la sola sparizione del luogo fisico del lavoro determina un trauma identitario.

Non è che le donne non vivano questo dramma, ma la mancanza di aspettative che si è radicata su di loro le scarica dal peso del mantenimento di un ruolo. Così spesso sono le donne che si ritrovano a combattere piccole battaglie per la sopravvivenza o l’affermazione di stili di vita alternativi, manifestando quella resilienza che alcuni uomini faticano a scovare in sé stessi. La violenza di pochi uomini potrebbe quindi nascondere un quadro di sofferenza più generalizzata, di fronte ad emergenze che ingigantiscono giorno per giorno.

E’ salutare che a porre queste istanze abbiano cominciato proprio gli uomini, quella parte del genere maschile capace di lavorare su se stessa, porsi delle domande, andare al nocciolo della questione. Quella parte curabile, perché temo che chi si è macchiato di femminicidio non lo sia più.

Bisogna anche considerare che il lungo percorso per la cessione di pezzi di potere è più difficile e frustrante della battaglia per la sua conquista. Poi c’è da dire che le donne conducono le loro battaglie da un secolo e mezzo mentre gli uomini stanno iniziando adesso.

Ci sono dei timidi segnali di cambiamento e mentre scrivo ci sono masse di uomini che sfilano nelle principali città americane, insieme alle donne, contro la violenza sulle donne.

Voglio concludere con questo segno di speranza.

 

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Sewing cafè in Romania

La rivoluzione nella moda del terzo millennio si chiama fast fashion, che vuol dire moda svelta, economica, pratica, creativa, alla portata di tutti. Non la roba dei cinesi, ma abiti pubblicizzati in tutte le riviste di moda e nei giganteschi manifesti per strada, indossati da principesse inglesi e first ladies americane, forniti da griffe i cui show-rooms abitano le vie più eleganti di ogni città.

E’ svelta perché rifiuta il dogma delle collezioni autunno-inverno/primavera-estate: gli stilisti creano in continuazione basandosi su ciò che si vende maggiormente, assecondando quindi i gusti della massa. E’ una moda economica che abolisce le discriminazioni sociali, perché chiunque può concedersi una giornata di shopping a 50 euro portandosi a casa mezzo armadio. E’ pratica perché puoi ordinare on-line quello che vuoi, restituendo in seguito quello che non ti piace, senza costi di spedizione (per te). E’ creativa perché permette di vestirsi a strati e personalizzare la propria immagine con gli abbinamenti più congeniali. E se si ha a cuore la sorte del pianeta alcuni di questi marchi rottamano gli abiti vecchi per riciclarli.

Il segreto del fast fashion è che la maggioranza la considera una grande risorsa in tempi di crisi economica mentre una fetta di mercato crede sinceramente che gli abiti vengano estrusi o stampati in catena di montaggio, come fossero biscottini.

Ma nella realtà del mercato globale nessuno regala niente, e se state pagando un prezzo stracciato per un prodotto, qualcun altro sta pagando la differenza di prezzo; nel caso dei nostri abiti sono le operaie asiatiche, che lavorano come schiave per stipendi da fame in edifici insicuri.

E non è neanche vero che con il fast fashion si risparmia, perché annualmente il consumatore occidentale acquista il triplo dei capi che acquistava 30 anni fa. Se dobbiamo essere sinceri anche il contrabbandato livellamento sociale è probabilmente un’operazione di marketing, e il vestito low cost indossato da una principessa non è uguale a quello venduto a tutti ma è un prototipo cucito su misura per lei. Il marketing si fa anche con un paventato riciclo, ma solo una piccolissima parte dei nostri vecchi abiti vengono effettivamente riciclati, e se la materia prima non è naturale il riciclo costa più del tessuto originale. Inoltre la gratuità delle spedizioni per seguire i capricci dell’acquirente è un’illusione, anche in questo caso qualcuno sta pagando la differenza, ed è l’ambiente che soffre per l’eccesso delle emissioni del trasporto aereo.

Infine si disegna e si cuce per un’unica tipologia fisica e un’unica fascia di età, gli altri devono adeguarsi, sentirsi imperfetti, sottoporsi a diete drastiche cercando di assomigliare ai propri figli.

Si comprano quindi troppi indumenti di poco costo, ma quel che è peggio è che il 10% di ciò che si produce viene gettato nelle discariche prima ancora di entrare nei negozi, mentre ogni rassetto dei nostri armadi vede gettar via indumenti indossati mai o pochissime volte.

Recenti studi ci dicono che l’industria dell’abbigliamento è il secondo inquinante mondiale dopo il petrolio, fra pesticidi, coloranti, sostanze chimiche per il finissaggio, consumo idrico e ingombro delle discariche. E per rendere ancora più scoraggiante questo scenario mi corre il dovere di aggiungere che il costo più elevato di pret a porter e haute couture non è sempre garanzia di sostenibilità etica e ambientale, a meno che non ci sia una certificazione dell’intera filiera di produzione.

 

Noi donne celebriamo l’8 Marzo in ricordo di 146 operaie che morirono nel rogo della fabbrica di abbigliamento Triangle Shirtwaist (NY) nel 1911. Non molte di noi però sanno che 1.129 sono le operaie morte nel crollo dell’edificio Rana Plaza in Bangladesh il 24 Aprile del 2013, un agglomerato di fabbriche di abbigliamento per conto di noti marchi di abbigliamento europei.

C’è solo da aggiungere che il crollo del Rana Plaza ha segnato un punto di non ritorno nella storia della moda. L’inizio di una rivoluzione, questa volta una rivoluzione vera.

Da quella data si sono imposti movimenti di sensibilizzazione come Fashion Revolution, produzioni come il film The true cost (il vero costo), progetti europei come TCBL (Texile and Clothing Business Models), pubblicazioni, trattati, conferenze e manifestazioni di vario genere.

Soprattutto si insinua fra i consumatori più consapevoli un cambio di atteggiamento: improvvisamente viene voglia di cucire e lavorare a maglia, magari in gruppo; si cerca non tanto di riciclare quanto di restituire una seconda e terza vita ai propri capi. In buona sostanza si torna a fare quello che si faceva fino agli anni sessanta: cucire in casa, andare dal sarto o dalla sarta, condividere i vestiti dei bimbi con fratellini e cuginetti, rimodernare il contenuto degli armadi ogni stagione, con piccole modifiche che si adeguino al gusto del momento e alle variazioni del fisico.

Al contempo nasce o rivive un’imprenditoria giovanile confortante: designers e sarti che operano in rete per fornire capi on-demand e/o su misura (abbassando quindi il rischio d’impresa e il danno dell’invenduto); startup che aiutano a condividere l’abbigliamento di lavoro e scambiare i vestiti dei bambini, che visitano i tuoi armadi per suggerirti come sfruttare i capi che non metti, che certificano in modo partecipato l’intera filiera di produzione; pastori, agricoltori e industriali che fanno rivivere le filiere ecologiche di lana, seta e cotone; chimici che studiano metodi naturali per tingere, per ottenere filamento da materie naturali e scorie, produrre materiali naturali alternativi alla pelle e alla pelliccia.

Sono fragili iniziative che però pian piano si impongono. Ci vorrà tempo perché riescano a determinare un cambiamento significativo nel mercato globale, ma nel frattempo ci regalano il gusto dell’esperienza.

Vestirsi è certamente un’esperienza, consolatoria e gratificante, ma può esserlo in modi diversi.

Lo shopping è l’attività consolatoria e gratificante più diffusa, ma dura solo il tempo dell’acquisto, poi l’adrenalina svanisce e vien voglia di comprare ancora.

Invece far da sé, progettare un abito con un sarto, scegliere tessuti e accessori, sono cose che allungano l’esperienza del vestirsi, così che il costo di un abito ben fatto, in termini di durata dell’esperienza, equivalga a dieci pomeriggi di shopping. E’ che dire dell’esperienza di guardare il tuo armadio con qualcuno che sa consigliarti, come in passato si faceva con la zia o l’amica che aveva gusto? Oppure cucire in gruppo, non solo per produrre da sé, ma per capire il lavoro che si cela dietro i vestiti, per sentirsi utili, per stare insieme?

E’ un tornare indietro? Si e no: perché ognuna di queste esperienze non potrebbe essere sostenibile, al giorno d’oggi, senza l’aiuto della rete e dell’innovazione tecnologica.

Si tratta quindi di una giusta misura fra passato e moderno.

Si tratta di rivoluzione e controrivoluzione insieme.