Alberto

Palermo, Mercoledì 6 Febbraio 2002

Alberto avanzava dinoccolatamente nel cortile della scuola cercando di difendere la sua figura allungata dalle sferzate del vento, i capelli, grigi quanto la barba, svolazzavano disordinatamente, svelando ad intermittenza un viso gentile, sebbene appesantito dagli occhi cerchiati. Al di sotto di una sciarpa a quadri stava, appeso alle spalle larghe ed ossute, un giaccone di tela cerata. Le gambe lunghe, incedendo, provocavano un’ondeggiante danza delle estremità dei pantaloni di velluto beige a coste larghe che, scorciati da ripetuti lavaggi, avevano anche da tempo perso la riga di stiratura:

– “Allora Rosa, tu ti porti Lo Verso, Cracolici, Balistreri, Gulotta e Mantione, io mi porto Alajmo, Carraffa, Barrafato e Chiovaro, gli altri vengono in macchina col vicepreside; Lo Greco e Sillitti vanno invece in motorino perché sono maggiorenni.” –

Disquisendo come sempre accaloratamene, Alberto e Rosa venivano di continuo distolti dalle intemperanze del gregge che si era raggruppato alle loro spalle. Attraversarono il portone della scuola assicurando al bidello che il drappello al loro seguito fosse autorizzato ad uscire dall’edificio, e continuarono il loro fitto scambio di opinioni circa l’unità didattica che stavano insieme conducendo.

– “Professò chii? scanciò a bicicrietta cu sta machina?” – chiese Barrafato osservando una vecchia station-wagon posteggiata in prossimità del cortile.

– “No – disse Alberto – questa la usa mia moglie, oggi l’ho presa soltanto per potervi accompagnare.” – Alberto aprì le portiere della macchina e i ragazzi vi si fiondarono in modo aggressivo e movimentato, consentendogli di pensare che lasciare a casa la bicicletta fosse uno dei maggiori sacrifici a beneficio dei propri allievi.

– “Se voleva – disse Barrafato alla partenza asmatica dell’automobile – non ci andavamo a sta cunfirienza.

– “No, invece è importante! – disse Alberto nella sua guida impacciata – comunque è una conferenza, Barrafato! La lingua Italiana, quando vuoi, la sai adoperare! E’ una conferenza sull’occupazione delle terre in Sicilia, e come dovresti ricordare, ne abbiamo discusso abbondantemente in classe.” –

Chiovaro recitò:

– “Quando nel dopoguerra i contadini cercarono di far rispettare le nuove leggi della riforma agraria, cosa che costò parecchie lotte e caduti sul campo… ” –

– “Mii! – tuonò Barrafato – Ma una volta che uscivamo da scuola non ci poteva portare a giocare a pallone?” – ad Alberto doleva dover guidare un’automobile, e sembrava che Barrafato, avendolo compreso, si divertisse a fargli saltare i nervi, così che il primo dovette aumentare il tono della voce:

– “Basta per favore, sei capacissimo di condurre una discussione seria.” –

Ovviamente, per tutto il tempo del tragitto, questi riuscì a provocare grandi risate e poi pacche sulle spalle che diventavano spintoni mentre la vecchia station-wagon continuava a ballonzolare. Carraffa invece in un angolo non smetteva di far trillare il suo cellulare nel tempo in cui Alajmo, per via degli auricolari del lettore CD infilati nelle orecchie, muoveva ritmicamente la testa con lo sguardo da lobotomizzato –

– “Ragazzi per favore state un po’ buoni.” – continuò a supplicare Alberto –

– “Mi professò – replicò insolente Barrafato – manco ci possiamo dare legnate?” – dando una pacca sulla nuca di Alajmo che ritornando in sé rispondeva con un calcio, così che Alberto cercò inutilmente di interromperli:

– “Ma così non posso neanche guidare, per favore ragazzi almeno lì non ci facciamo conoscere.” –

La conferenza si doveva tenere presso “L’Istituto Gramsci Siciliano”, che era ospitato, dall’ultimo anno in cui Palermo aveva goduto di una amministrazione di sinistra, in uno dei padiglioni dei “Cantieri Culturali della Zisa”. Arrivati lì, Alberto vide la macchina della professoressa espellere quattro ragazze in fase trucco, con specchietti e labbra viola:

– “Professorè io e Mantione dobbiamo andare in bagno.”

– “Non lo so dov’è qui il bagno – rispose la professoressa Rosa Lombardo, provata dal tragitto – ah, ecco! Là dietro ci sono quelli chimici.” –

– “Che schifo!” –

– “Ragazze ma non ci potevate pensare a scuola?” –

– “Ma se gli sono venute in macchina a Mantione, che ci può fare?” –

– “Va bene vi accompagno al bar, però è fuori da tutta l’area e ci metteremo un sacco di tempo. Alberto voi entrate, buona fortuna… io dico sempre ma chi ce lo fa fare.” –

La scelta dei posti fu un irrinunciabile occasione per palesare la propria presenza, alcuni si piazzarono in prima fila in alcuni posti probabilmente riservati, sedendosi con tale furia da far stridere i piedi delle sedie contro il pavimento, ma i più furbi si misero il più vicino possibile all’uscita pronti a defilarsi per fumare.

La sala, non molto grande, era gremita da professori e studenti di varie scuole superiori. Come gli accadeva sovente in queste occasioni, Alberto ebbe l’istinto di cingere in una ideale e totale abbraccio protettivo i suoi allievi, perdonando Barrafato di tutte le sue intemperanze e considerando nemici gli studenti del classico e dello scientifico. Anche se questi ultimi non avevano alcuna intenzione di far del male ai suoi allievi era la differenza che bruciava.

In che cosa poi, erano tanto diversi, dal momento che vestivano allo stesso modo, avevano le stesse marche di zaini e cellulari? Non riusciva neanche a dirlo a se stesso, ma era la stessa cosa che anno per anno lo induceva a posticipare la sua domanda di trasferimento da quella scuola di frontiera.

Nella sala vi erano degli enormi scaffali che raccoglievano gli annali storici dei due antagonisti quotidiani locali: il giornale del mattino e il giornale del pomeriggio. Alberto si commosse notando i grossi volumi rilegati che aveva visto per anni nell’archivio al secondo piano, che temeva fossero andati perduti dopo la chiusura di quel quotidiano. Lo storico giornale di opposizione aveva chiuso i battenti giusto l’estate delle stragi del ’92 e ritrovarsi in quel pantano senza neanche quell’avamposto in terra straniera, era stato un ulteriore segnale della tragedia che era piombata in Sicilia. Lui era praticamente nato dentro quel giornale: vi avevano lavorato sia Elda che sua madre (anche se saltuariamente come critico d’arte), suo zio Pietro ne era stato per anni il direttore amministrativo e in quelle stanze vi avevano transitato tutti gli esponenti del Partito Comunista Siciliano tra cui suo padre…

… Il primo impatto col giornale era per tutti una minuscola portineria piena di pacchi di edizioni da spedire con la ferrovia nelle varie province. In fondo a sinistra, la prima rampa di scale tortuosamente a chiocciola, perché in un edificio dove si erano dimenticati di progettare le scale, s’erano in extremis dovuti arrangiare così. Si arrivava così malamente al primo piano: per entrare in redazione si passava da uno stretto pianerottolo dove a sinistra c’era un piccolo sgabuzzino per le telescriventi. Da lì Alberto e Mara, nell’anno del primo voto di quest’ultima, avevano letto insieme ad una massa concitata di cronisti e giovani cacciatori di scrutini, la storica frase di Enrico Berlinguer: – “Questa è la vittoria della ragione.” – Era a proposito del referendum sul divorzio, quella era stata una bella vittoria elettorale della sinistra.

Lasciate le telescriventi si entrava, da una porta a vetri, in una prima grande sala dalla quale si accedeva ad un corridoio. Nella prima camera sulla sinistra di questo corridoio, stava lo storico direttore: geniale testa e motore di quel simpatico gruppo di tipi umani capaci di produrre, alle due di pomeriggio di ogni giorno, uno dei giornali più coraggiosi di tutta la nazione. Nella stanza successiva, la segreteria di redazione, e di fronte, la sala della redazione, era abbastanza grande e i giornalisti stavano tutti li, tranne gli inviati e i capiredattori stanziati in un altro vano più piccolo in fondo. Nella redazione c’erano una decina di scrivanie metalliche, ognuna con una macchina da scrivere e dei telefoni: anche due o tre per tavolo, in un viluppo lacoontico di fili. In un angolo stava un attaccapanni, che contenne per anni la stessa giacca e la stessa cravatta: serviva per il cronista giudiziario di turno, che altrimenti non sarebbe potuto entrare in tribunale. Chiaramente negli anni la disposizione della stanze subì diverse variazioni, questo era il primo ricordo relativo agli anni ’60.

Al piano superiore stavano gli uffici dell’amministrazione che costituivano il regno di Pietro. Alberto ricordava che con lui la visita era più noiosa, perché vi andava il pomeriggio appena finito di lavorare al suo studio, cosicché la redazione era vuota (era per l’appunto un giornale del pomeriggio). Ma per Pietro ed il ragioniere capo era preferibile, perché potevano lavorare più tranquillamente. Far quadrare quell’amministrazione sempre in bilico, fra finanziamenti del partito, poca pubblicità, pochi annunci economici e nessun necrologio, discreti ricavi dalle vendite e voragini di spese (anche se nelle tasche dei giornalisti e altri dipendenti arrivava il minimo sindacale), non era affatto facile. Occorreva anche molto coraggio per mantenere in vita, a Palermo, negli anni in cui nessun altro giornale nominava mai la parola mafia, una testata che ogni giorno titolasse contro di questa e contenesse inchieste e servizi da far venire il mal di pancia ad ogni politico democristiano regnante in Sicilia. Il partito aiutava economicamente il gruppo editoriale da cui dipendevano, oltre le note testate di partito, anche dei quotidiani cittadini come questo palermitano o quello più noto romano, senza mai pretendere o desiderare che questi ultimi diventassero suoi organi di stampa. Il quotidiano romano mandava i flani già pronti (matrici per la stampa tipografica) per le pagine nazionali ed estere ed in cambio il giornale palermitano fungeva da corrispondente in Sicilia. Nonostante ciò la sopravvivenza del piccolo quotidiano palermitano era spesso in bilico e Pietro, come altri dirigenti del giornale, andava spesso a Roma per una questua continua rivolta ai vari dirigenti di partito.

Ma per vivere veramente “dentro” il giornale, bisognava scendere in miniera, ai sotterranei: un vero inferno dantesco. Le rotative facevano un rumore assordante e vi si aggiravano folletti ghignanti, gli unici a non avvertire quell’inquinamento acustico e ambientale, almeno apparentemente (le malattie professionali erano un flagello). Tutto quello che avveniva al piano di sopra era una “probabilità di giornale”, i folletti in realtà erano capaci di rivoluzionare ogni cosa. Ogni articolo veniva scritto a macchina in redazione, ma poi ricopiato giù dai linotipisti: scrivani che battevano sulla tastiera di un organo che produceva stampini di piombo divisi per rigo. Tutti i righi venivano ricomposti in modo da formare delle colonne, dentro delle cornici di legno che limitavano le pagine. Le matrici delle foto (originali o riprodotte dal quotidiano romano) la facevano da padrone, per far posto ad una di esse arrivata all’ultimo momento, uno dei folletti poteva rimettere in discussione un intero articolo: levava una, due, tre righe, un’intera colonna; riuscendo ugualmente a mantenere il senso del discorso. Certe volte non se ne accorgeva neanche il cronista. Ma i più bravi lì dentro erano i correttori di bozze che leggevano, accalcati in una guardiola da infima portineria, la prova della stampa fatta praticamente a mano, e con occhio selettivo rendevano giustizia a ciò che era sfuggito all’attenzione e ad anni di liceo. Le varie matrici di pagine, ancora collages di piombo dentro le cornici, servivano da controstampo per produrre i flani: quei fogli azzurrini di cartone pressato che appunto per le pagine nazionali ed estere, arrivavano da Roma con l’aereo della mattina, concorrendo ad ogni mutamento di vento sull’aeroporto di Punta Raisi, alla gastrite del direttore.

– “Ma così, obiettava ogni bambino in visita (ci cascò anche Alberto la prima volta), non si ottiene uno stampo! L’impronta è alla rovescia!”

Tutta quella fatica doveva ancora portare ad un’altra colata di piombo, questa volta curvata per agganciarsi al rullo della rotativa, e finalmente si andava in macchina: scandendo la miniera con l’inconfondibile rototon – rototon – rototon che faceva da sottofondo da mezzogiorno in poi (quando il giornale veniva chiuso puntualmente). Il frutto di ogni prima visita era comunque, per tutti i bambini, un rigo di linotype con scritto il proprio nome e cognome. Rigo da ognuno tormentato poi a casa, nella speranza che il normale inchiostro da tampone lo potesse riprodurre sul diario di scuola. Cosa che non poteva succedere, perché era necessario servirsi dell’inchiostro al piombo: quella materia nera che oscurava tutte le superfici dei tre piani di quel palazzetto, che impregnava le mani dei redattori e i polmoni dei tipografi…

…Alberto intravide suo padre che svettava nella sala, asciutto e imponente, con la barba e i capelli bianchi da cui brillavano scintillanti due occhi turchesi dal taglio arabo e l’aria divagata che assumeva quando l’apparecchio acustico restava disattivato. Era proprio difficile raggiungerlo senza perdere d’occhio i ragazzi e pensò che magari l’avrebbe fatto quando sarebbe tornata Rosa con le altre. La conferenza era già iniziata con la lettura dei brani di un libro sulle memorie delle battaglie da parte delle donne che vi avevano partecipato, rielaborate dagli allievi di un corso di scrittura. A varie voci ne avevano ricostruito un’unica storia.

Era una storia avvincente, soprattutto perché inquadrata dal punto di vista delle donne e Alberto notava che non aveva mai visto la vicenda da quest’angolazione, in quanto i fatti in famiglia erano sempre stati narrati dal punto di vista di suo padre. Da quei racconti i contadini apparivano come una massa indistinta; ma adesso che Alberto aveva studiato tutta la faccenda con i suoi allievi, era riuscito finalmente a capire tanti passaggi complicati di quella lunga battaglia che era stata epica: condotta in un ambiente feudale caratterizzato da una povertà disarmante e un’arretratezza che rendeva utopica qualsiasi presa di coscienza da parte dei contadini. La storia non era poi finita bene e questo faceva pensare ad Alberto che non ci si era buttati dentro abbastanza, ma dal dibattito che seguì a quelle letture, veniva fuori una storia di eroismo fuori dal comune. Parlarono anche delle giovani donne, nipoti di quelle che avevano combattuto allora, citarono suo padre e si sparse un brusio in cui si percepiva: – “C’è Emanuele Santelia!” – fra chi nelle prime file si era accorto di quella presenza, cosicché lui fu invitato ad intervenire.

Alberto fu preso da una certa inquietudine perché in genere i racconti di suo padre erano conditi di enunciazioni di leggi e articoli della riforma agraria, battaglie parlamentari, dovizie di particolari su date e cifre delle votazioni e quantità di franchi tiratori, sgambetti dei compagni socialisti e alla fine un crescendo di pathos che terminava con imprecazioni all’indirizzo della defunta DC. Quando dopo il ’68 Alberto faceva parte del movimento studentesco, padre e figlio non facevano altro che pizzicarsi sul ruolo del PCI, perché qualsiasi critica Alberto muovesse al partito, Emanuele iniziava con un ricordo dell’occupazione delle terre. Alberto infatti non sopportava che si dovessero ogni volta tirare fuori come alibi, tutte le difficoltà che il partito aveva dovuto affrontare in quella Sicilia arretrata che non aveva neanche visto la lotta partigiana. Quando poi il discorso si faceva acceso, usciva fuori che Emanuele aveva fatto un anno e mezzo di carcere e a quel punto diventava difficile andare avanti.

L’apprensione di Alberto quella mattina era dovuta anche a motivi strettamente pratici: che cosa doveva avere sentito suo padre, che a casa si mostrava sordo, di quella conversazione? Emanuele si avviò al microfono col suo incedere autorevole ed elegante che lo faceva somigliare ad un santone indiano, e iniziò così:

– “Mi ritengo una persona informata sui fatti.” – la platea accettò quell’asciuttezza e quella capacità auto-ironica con benevolenza. Mostrando di avere ascoltato con attenzione ogni parola – Allora, quando voleva, ci sentiva bene? Pensò Alberto – Emanuele continuò:

– “La parte fondamentale della mia militanza è stata impegnata nell’organizzazione e nella lotta nelle campagne praticamente dal ’43 alla ’74… in Sicilia vi era una situazione simile a quella rurale sudamericana – i giovani no global drizzarono le antenne – … subito dopo la caduta del fascismo, in Sicilia per coltivare un ettaro di grano erano necessarie da 32 a 35 giornate di lavoro duro e ingrato con attrezzature arretrate, praticamente immutate dalla rivoluzione tecnologica del neolitico e dall’aggiustamento della prima età del ferro: falci, zappe ed aratro a chiodo – la platea sorrise – oggi per produrre sullo stesso ettaro di terreno da 35 a 60 quintali di grano, bastano due giornate di lavoro con: aratri meccanici, mietitrebbia, seminatrici, sementi selezionate, velenosissimi pesticidi e diserbanti… – i giovani ambientalisti scossero la testa -… si riuscì a dare vita ad un movimento organizzato di coltivatori che assunse nelle campagne un ruolo fondamentale, un collegamento con il movimento nazionale degli operai e degli altri lavoratori, una frattura del blocco agrario conservatore…la popolazione agricola attiva, alla fine della seconda guerra mondiale era il gruppo sociale più numeroso, adesso si è ridotto a contare quanto il due a briscola sulle grandi scelte nazionali – gli allievi di Alberto, in gran parte figli di disoccupati, fecero una smorfia di stizza – … come ho detto una forma di queste lotte furono le occupazioni della terra… ”

Espose la sua vera versione dei fatti: le difficoltà di quelle battaglie, i tranelli, i tradimenti, le cariche delle forze dell’ordine, la repressione, il suo carcere, la strage di Portella delle Ginestre, l’uccisione di vari sindacalisti fra cui Placido Rizzotto. Mostrando la sua vena di vecchio combattente, mai smentendo quello che era stato detto prima, soffermandosi sui particolari, descrivendo meglio il carattere di alcune di quelle donne, rivelando una realtà umana di quella gente finora nascosta, ma anche ricordando ad Alberto una propria identità personale che questi non aveva studiato a fondo. Emanuele condusse una lezione di un pezzo della storia della Sicilia affascinando tutti, mentre Alberto provando a guardare in direzione dei suoi allievi, si accorgeva che anche Barrafato stava attento. Pensava a quell’unità didattica sull’occupazione delle terre per la quale si era impegnato con una dedizione stoica, ogni volta scoprendo che i ragazzi non ricordavano niente della lezione precedente. Adesso Emanuele raccontava la stessa storia in modo chiarissimo, affascinandoli! – D’altro canto – pensava – chi meglio di lui che ne era stato protagonista poteva farlo? – Alberto avrebbe voluto piangere, e neanche capiva per quale motivo. Era un discorso troppo complicato da affrontare e l’unica cosa che avvertiva era un profondo senso di colpa. Adesso che doveva fare? Andare lì, salutarlo, fargli dei complimenti? In realtà voleva sparire, scappare da quel posto, che vigliaccheria!

E non si poteva neanche più perché nel frattempo si era aperto un dibattito molto dinamico al quale tutti volevano intervenire, ponendo domande al vecchio guerriero: le giovani donne del suo storico collegio elettorale, i ragazzi dei licei, il suo allievo Chiovaro, gli organizzatori della conferenza, i suoi colleghi. Rosa guardava in direzione di Alberto con tono di approvazione svelando agli altri la parentela fra lui ed Emanuele, un’altra cosa alla quale non aveva pensato, adesso gli avrebbero chiesto spiegazioni sul perché non avesse invitato suo padre come docente esterno per l’unità didattica. Perché saltò fuori che Emanuele, vecchio combattente che dopo la svolta della Bolognina era diventato un esponente di Rifondazione Comunista, per conto del centro studi da lui diretto girava per le scuole conducendo dei seminari sulla storia delle lotte contadine in Sicilia, e si capiva che aveva un discreto seguito fra i giovani. Alberto quest’ultimo dettaglio lo apprendeva adesso e in realtà non l’avrebbe mai pensato.

Dovette anche andare a salutarlo districandosi fra una marea di insegnanti e studenti che cercavano di chiedergli qualcosa, guardato a vista da tutti quelli della sua scuola:

– “Ciao papà” –

– “Ehi Liberto, tu eri qui? Lo vedi, queste cose i ragazzi non le conoscono, perché nessuno vuol perdere tempo a raccontare le battaglie che abbiamo fatto noi in Sicilia! Ci sono anche i tuoi, sei con la tua scuola?” –

Non riuscì a rispondere che si inserirono Rosa e il giovane Chiovaro, l’elemento migliore della V°G, ad invitarlo ad una conferenza a scuola. Questo non fece che sottolineare la sua inadeguatezza, ma Alberto riuscì a far capire a Rosa che se non l’aveva proposto lui prima, era stato per modestia, così l’imbarazzo fu momentaneamente superato. Suo padre accettò calorosamente e poi con tono affettuosissimo chiese a Alberto, alludendo ai lavori di ristrutturazione della casa di Mara:

– “Ci stai pensando tu a Marietta? Mi raccomando!” –

Emanuele infine fu risucchiato dalla folla e lui rimase a concordare con gli altri come gestire il nuovo prosieguo dell’unità didattica.

Uscendo dalla sala dell’istituto Gramsci, fu investito dall’abbaiare di Prospero, che legato col guinzaglio ad un palo gli si avventò contro in un tripudio di feste e quesiti ansiosi. Si avvicinò quindi un “lavoratore socialmente utile” che gli chiese:

– “Ma che è suo stu cane? Ave ra un’ura c’abbaia come un disgraziatu!” – Alberto rispose imbarazzato:

– “No è di mio padre che in questo momento è li dentro, comunque fra poco uscirà a prenderlo perché ha quasi finito.”

In macchina i ragazzi volevano saperne di più di tutta la storia, mentre Barrafato aveva la sua interpretazione della vicenda:

– “Mi professò, so patri pure stetti rintra? (mimando con le dita della mano allargate sulla faccia, le sbarre della cella) Me frati ott’anni pi rapina a mano armata, picchì quarchi ‘sbirro nfamune e trarituri parrò” (traduzione: “professore veramente suo padre è stato in carcere? anche mio fratello c’è stato, ha avuto otto anni per “rapina a mano armata” perché un traditore lo ha denunciato.”)

Ma poi – pensava Alberto mentre percorreva il tragitto di ritorno col solito sottofondo di schiamazzi – che furbi quelli di Rifondazione! Da quando si sono appiccicati l’etichetta No-Global, stanno tirandosi dietro tutti gli studenti. – E continuando a viaggiare rimuginava dentro se stesso come la sua generazione, quella di mezzo, contestava loro e non riusciva adesso ad avere seguito fra i ragazzini – Ma che ne sapevano questi adolescenti che bevevano dalle labbra di suo padre, dello stalinismo che aveva rovinato il PCI? – e continuando a rimestare la propria rabbia si appellava mentalmente a loro: – Lo sapevano che questi teneri vecchietti erano stati degli burocrati di partito? La burocrazia di cui parlava Nanni Moretti! La verità era che avevano soltanto cercato di cambiare pelle andando al G8! Comunque – continuò a bocca chiusa in una sosta al semaforo di via Perpignano – anche i DS e tutta la coalizione dell’Ulivo non fa che sbagliare! Troppi errori!

Alberto valutava ancora le pesantissime accuse ai dirigenti dell’Ulivo mosse da Nanni Moretti a Piazza Navona il sabato precedente. Pensava che il disagio di Moretti non poteva essere liquidato come “il disagio degli intellettuali”, era il disagio di tutti quelli che avrebbero, comunque, votato sempre a sinistra… anche a costo di ricevere in cambio pugni allo stomaco…

La verità – pensava – é che il ruolo degli intellettuali è stata sempre una spina nel fianco del PCI… incoraggiando le numerose ondate di esodi degli speculatori del pensiero, soprattutto in concomitanza coi fatti d’Ungheria… e in seguito con l’invasione di Praga. Un partito che negli intellettuali aveva avuto la sua linfa vitale e che dopo tante defezioni restò un partito di burocrati.

– E ancora – pensava Alberto svoltando verso la circonvallazione – questi burocrati rivendicano il diritto ad essere lasciati in pace a lavorare! Ma – continuava immettendosi nella corsia laterale – ma dico se qualcuno provasse ad immaginare che cosa sarebbe stato il PCI se al posto di Vittorini e Calvino fossero andati via quelli si divertivano a mortificare qualsiasi pulsione vitale. Quali scenari ci sarebbero adesso se una, almeno una volta il PCI avesse ascoltato l’intellettuale di turno alla polemica del giorno? – Si continuava a parlare di Ulivo, di coalizione di sinistra, ma se Alberto avesse potuto descriverla “la sua sinistra” il sentire comune… l’umore… il sapore, non sarebbe stato certo quello del gruppo di testa dei partiti della sinistra, ma piuttosto la somma del pensiero di persone come Umberto Eco, Paolo Flores D’Arcais, Eugenio Scalfari, Nanni Moretti, Furio Colombo, Dario Fo, persone che non entravano in una sede di partito da decenni, o che non c’erano mai entrate. Infatti era questa adesso “la sinistra” temuta come potere ideologico e perciò colpita alle gambe, decapitata. Ecco perché si smantellavano le Università, i Licei, i Teatri, le Istituzioni Culturali, le sedi RAI. E Nanni Moretti avrebbe dovuto stare zitto?

E poi tutta la base della sinistra avrebbe voluto dedicarsi alle proprie attività private e lavorative; avendo demandato attraverso il voto, il controllo sulle attività di governo a persone che per stare in parlamento percepivano degli appannaggi. Invece gente come lui, intellettuali e non, si vedevano costretti a difendere da soli le proprie posizioni e pagare il proprio non allineamento in maniera più o meno pesante.

S’era fatto tardi e con Rosa concordarono di lasciare i ragazzi direttamente a casa: abitavano tutti nel quartiere “Villaggio Nord”, proprio dietro la scuola. Camminavano insieme, una macchina dietro l’altra perché Rosa temeva di perdersi in quel dedalo di viuzze tutte uguali, fatte di anonime palazzine. Si andava avanti con i ragazzi che dicevano: – “Ecco adesso giri di qua, all’altro angolo a destra e fra due incroci a sinistra.” – Come facevano a districarsi in quei labirinti? Pensavano lui e Rosa mentre ad uno ad uno vedevano scenderli e avviarsi verso quelle scatolette prodotte a ripetizione, senza un’insegna, un negozio, un filo d’erba, una pianta alle finestre. Soltanto panni stesi, antenne televisive, qualche vecchio affacciato al balcone a guardare chissà che cosa, ragazzini che giocavano in piazzole polverose piene di detriti. Alberto cercava di immaginare come sarebbe proseguito il pomeriggio di quei ragazzi per i quali la scuola rappresentava l’unica forma di contatto con il mondo, di confronto con l’esterno. Per il resto del giorno, un motorino scassato montato in tre avrebbe costituito una possibilità (meno peggiore di altre) per passare il tempo, girando tormentosamente fra quelle stradine alla ricerca di una ragazza da abbordare. E loro, le ragazze? Probabilmente le aspettava una nonna invalida e dei fratellini da accudire, dei letti da rifare e dei piatti da lavare, perché le mamme stavano facendo la stessa cosa nelle case dei ricchi, case come la sua. Facevano bene lui e Rosa a portare i ragazzi in giro per il resto della città? Fargli vedere che cosa ci fosse lì che a loro era negato: monumenti, palazzi eleganti, vetrine luminose; non c’era il pericolo che così facendo aumentassero la loro frustrazione?

Tornando a casa Alberto trovò le sue ragazze sprofondate nel divano mentre trangugiavano patatine fritte guardando (su una rete Mediaset) un programma becero che illudeva i giovani sulla possibilità di “diventare famosi”. – Ecco – pensò – da questo poi si passa direttamente a Rifondazione, o il disimpegno totale o l’intransigenza. – Poi passò senza un apparente collegamento, alle sue allieve che nello stesso momento sfaccendavano nelle loro tristi dimore, mentre queste stavano a bivaccare, probabilmente con lo stesso programma di sottofondo: unico vero nesso fra le diverse realtà sociali. Tutti questi pensieri però li fece a bocca aperta, urlando un complicatissimo processo mentale del quale le ragazze non capirono una sola parola, temendo soltanto che fosse improvvisamente impazzito. Nel frattempo rientrò Maddalena, che cercò di prendere le difese di queste ultime: per Alberto fu il colmo e in un crescendo di’isteria si richiuse dietro, sbattendola, la porta del suo studio, dichiarando di non voler pranzare.

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