Una prorompente anzianità

Perché questo titolo

Una “prorompente anzianità” è proprio quella che mio padre non ha avuto, affetto da demenza senile ha però conservato la sua incredibile capacità di sfornare battute, tanto che l’ultima volta che sono andata a visitarlo ho potuto ridere a crepapelle. Ha vissuto gli ultimi otto mesi della sua vita in una casa di riposo, la decisione più difficile della mia vita, però si è trovato benissimo, a suo modo socializzando con il personale e gli altri ospiti. In particolare era attratto da una vitalissima signora novantenne che si muoveva agile in girello, brandendo un bastone col quale acchiappava ogni cosa. Un giorno mio padre guardandola mi disse “mi sembra che questa donna stia vivendo più del previsto”. Un’altra volta invece affermò “questa signora ha una prorompente anzianità“.

Perché questa pagina

Questa è una pagina lunga e difficile da scrivere, non si dovrebbe mettere in piazza la vita personale dei propri cari, a meno che non possa servire a qualcuno. Ciononostante, a me sarebbe servito leggere una storia come questa, quando da sola dovevo prendere delle decisioni terribili. Ed è soltanto per questo che scrivo, rivolgendomi alle sole persone che avranno bisogno di questo lungo racconto, trovandomi in rete in un modo o nell’altro, probabilmente in un momento di sconforto e solitudine. Pubblicherò in tempo reale, correggendo di tanto in tanto le varie parti della storia. Inizio il 28 settembre del 2011, il giorno del suo primo non compleanno.

Quando tutto è iniziato

Spesso si va da un neurologo troppo tardi, non perché ci sarebbe stato qualcosa da fare se si fosse agito in tempo, ma perché essere preparati aiuta, soprattutto aiuta essere capiti, compianti mai. La prima domanda che ci si sente chiedere è la più difficile: quando avete avvertito i primi segnali?

Vorrei però iniziare da prima, descrivere il mio vero padre, quello che cerco di ricordare dal giorno della sua morte. Tutti dicevano “vedrai che questi brutti ricordi si cancelleranno e ti resterà la memoria di tuo padre com’era un tempo”. Ancora questo non è successo del tutto, il dolore è troppo grande. Mi sforzo però di descriverlo: bello come il sole, con un sorriso che illumina il mondo, occhi turchesi, spiritossissimo, sempre indaffarato fra mille hobbies: la vela, la pittura, la fotografia, l’ebanisteria, il modellismo, l’antiquariato, la musica, apparentemente stufo della sua professione di avvocato, che però svolgeva con grande passione.

“Gino sa fare tante cose, non si annoia mai, lui sì che saprà invecchiare…” dicevano i suoi amici…

Papà si arrabbiava di rado, e se lo faceva riusciva a trovare una battuta tagliente, spiritosissima, di quelle a cui ognuno di noi pensa quando è troppo tardi, lui invece te la sfornava al momento, come una freddura di stampo British. Il massimo che poteva fare per non esagerare era mordersi una mano. Di fatto non ha mai alzato un dito su alcuno, mai uno schiaffo a noi bambini. Era la mamma che faceva il lavoro sporco, lui era un papà affettuoso e dolcissimo ma schivo alla vita familiare, alle noie, alla fatica dell’educazione, sapeva però divertirsi. In realtà era irrimediabilmente maschilista. La sua vita è stata prorompente, la sua anzianità invece piatta.

Io credo che tutto sia iniziato durante la circolazione extracorporea a seguito di una operazione di triplo by-pass coronarico nel 2001, quando aveva 72 anni, è morto poi lo scorso marzo a 86 anni: un lunghissimo calvario strisciante. Mi ricordo papà che entrava in sala operatoria riempiendoci di baci e raccomandazioni, preoccupato per lo spoglio elettorale delle elezioni politiche del 2001 (in cui purtroppo vinse Berlusconi), quando aveva fatto in tempo a votare all’ospedale “Cervello” di Palermo. La persona che è uscita dalla sala di rianimazione non aveva alcuna preoccupazione di sapere come erano andate le elezioni, non aveva molta voglia di stare con noi e sosteneva di vedere un affresco del quattrocento nella parete di fronte al letto in cui le immagini si muovevano. Ci dissero che era normale e che si sarebbe presto ripreso. Gli affreschi furono subito dimenticati e in realtà si riprese, anche se con lentezza, riprese a lavorare, a viaggiare, ma non vidi più sul suo volto il suo vero sorriso né fu capace di interessarsi veramente a qualcosa, sembrava che ce l’avesse sempre con qualcuno, era eccessivamente ansioso, i suoi pochi difetti a volte coprivano i tanti pregi di un tempo.

Questo probabilmente non è stato il vero inizio della malattia, o forse si, quello che ricordo è che quando mi sposai, nel 2004, dissi a Jesse che uno dei più belli regali del matrimonio era vedere papà sorridente e presente come un tempo, di fatto fu una parentesi. Per noi il sintomo più allarmante fu constatare che papà si annoiava, non era mai successo nella sua vita, non sapeva che fare e solo le gite con la mamma e alcuni zii che prima frequentava malvolentieri riuscivano a tirarlo su, e poi il lavoro vissuto per la prima volta con ansia ed eccesso di senso del dovere. Se stava a casa invece si buttava su una poltrona col disappunto stampato in faccia. Non so quanti soldi abbiamo speso io e mio fratello in tele, colori e modellini di navi da costruire, nel vano tentativo di risvegliare i suoi vecchi hobbies, scatole trovate intatte alla sua morte.

La forza del matrimonio dei miei genitori, se così si può chiamare, era la capacità di astrazione di papà dalla vita di coppia, gli hobbies erano la via di fuga. Dato che non abbiamo mai avuto notizia di fughe sentimentali, possiamo dire che in fondo era riuscito a mantenere salda la famiglia. Dopo l’operazione però papà si consegnò anima e corpo all’organizzazione di mamma, per la terapia, la dieta, i programmi, le persone da frequentare e tutte le decisioni da prendere. Era quello che mamma aveva sempre sognato, invece iniziò a lamentarsi, a sentirsi sopraffatta dalla sua indolenza. Per me e mio fratello tutto in fondo andava bene e forse papà era un soltanto depresso per via delle limitazioni imposte ad un cardiopatico, dieta compresa. Papà era seguito da un noto cardiologo, cugino di mamma, prevedibilmente focalizzato nella sua branca medica tanto da non cogliere i segnali che mia madre cercava di comunicargli durante le visite in cui papà era presente e diceva solo di essere tanto stanco. Forse in questa fase si sarebbe già potuta formulare una diagnosi di Alzheimer, o demenza senile, comunque nessuna terapia disponibile in qual momento (o adesso) sarebbe stata capace di arginare la progressione della malattia.

Papà aveva sempre avuto il vezzo di farsi raccontare una seconda volta un fatto che lo interessava, come se non avesse ben capito, gli piaceva sentire la stessa storia più volte se gli era piaciuta, così il sentirsi fare sempre le stesse domande sembrava solo un po più esagerato del solito. Papà era sempre stato eccessivamente ansioso, non si andava a coricare se non chiedeva almeno quattro volte se il rubinetto del gas fosse chiuso, così che il suo crescendo di ansia fu sopportato più del necessario. Altro vezzo era fingere di non ricordarsi le date e i nomi delle persone, gli era sempre piaciuto chiederlo alla mamma, un giorno in tempi non sospetti aveva telefonato mentre era dal notaio per firmare un atto chiedendo la propria data di nascita. Tutte cose che facevano parte del lessico familiare e che ci hanno fornito alibi per alcuni anni. Fino al giorno in cui papà chiese a bruciapelo davanti alla zia Pina se mio cugino Vincenzo avesse dei figli, non poteva non saperlo e restammo di ghiaccio. Quell’estate io e mia madre ci confessammo che papà stava perdendo la memoria. Non so quale fosse il nostro desiderio inconfessato, probabilmente che la malattia andasse avanti tanto lentamente da consentire alla morte di evitare a lui e a noi le fasi più penose.

Ammetterlo a se stessi

Ho deciso di avventurarmi in quest’opera dopo aver visto il bellissimo documentario sulla malattia di Pasqual Maragall che invito tutti a guardare con attenzione. Mi ha colpito quando la moglie diceva che le villeggiature nel loro buen retiro erano bellissime per lui ma purtroppo una cartina di tornasole sulla fase della malattia, è stata esattamente la stessa cosa per noi:  Papà, cui altro vezzo era sempre stato quello di desiderare ardentemente per tutto l’anno il momento della villeggiatura, arrivava ad Aspra felice, faceva il suo giro di ricognizione e io e mamma constatavano quante differenze ci fossero dall’anno precedente, stessa cosa succedeva poi al rientro nella casa di Palermo, con la conferma di fette di via quotidiana scivolavate via in due mesi.

continua… quando avrò tempo di scrivere

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