Incipit del romanzo

A mani nude, Romanzo di Maria Adele Cipolla


Palermo, Settembre 2008

1. Un giorno a Palermo, ore 7,30

Venerdì 14 maggio 2004, un appartamento al terzo piano di un palazzo degli anni trenta in via XX Settembre.

Tanti anni di letture femministe non erano riusciti a consegnare a Elda una stanza tutta per sé. Ora sedeva alla scrivania dello studio di Pietro, stanza in cui lui non stava mai. Da quando aveva smesso di lavorare al giornale del pomeriggio, Elda si compiaceva di quella commistione di antichi codici civili e timidissimi tocchi di delicatezza femminile di cui era stata capace soltanto in tarda età. I nipotini tanto fotografati e i loro colorati disegni, guadagnavano posto nelle pesanti librerie stile quattrocento fiorentino, ricche degli antichi prodotti di raffinate botteghe di legatoria e stridevano con i pesanti intagli del legno, ricordando a Elda che non è mai troppo tardi per lasciarsi andare ai sentimenti. La stanza era essenzialmente un’enorme biblioteca ma lo stesso non riusciva a contenere tutti i volumi presenti in casa. Poggiato su di un anonimo tavolino stava un computer, che da qualche anno aveva imparato ad usare con l’aiuto del figlio Dario. C’era poi, orfana della sua vecchia Olivetti, una grande scrivania molto utile per stendere per intero i quotidiani e leggerli in tutta comodità, come era stata sua abitudine quando lavorava al giornale.

Quella mattina Pietro aveva letto i quotidiani molto presto mentre prendeva il the, nel tempo in cui lei stava tagliando i pomidoro da mettere sul fuoco. Avrebbero continuato la loro cottura lentamente, consentendo a lei di leggere i giornali, ordinare il pesce per telefono e controllare le bozze della locandina del convegno. Nonostante i numerosi impegni della giornata non avrebbe mai rinunziato alla lettura dei quotidiani, in casa se ne compravano almeno quattro e la loro consultazione impiegava un tempo considerevole: ancora gli orrori del carcere di Abu Ghraib!

Elda non condivideva l’ostinazione di Pietro nell’inserire nel gruppo un certo giornale locale, nemico storico di quello in cui loro avevano lavorato tanti anni, ma trovandoselo ogni mattina fra le mani finiva col dargli una rapida scorsa. Ora poi aveva l’impressione che quella testata del mattino stesse tornando a diventare l’organo ufficiale di una provinciale Italietta, insopportabile e tremendamente simile a com’era stato prima dell’ultima guerra. Le pagine politiche sembravano riportate da giornali nazionali filo-governativi. La cronaca nera narrava di banali misfatti, dando per scontato che con la mafia si dovesse convivere, per il resto il giornale dipingeva una felice società di gaudenti, con rubriche sulla scuola o sulla sanità che vedevano protagonisti provveditori e direttori sanitari prodighi di buoni sentimenti. La pagina dei lettori poi parlava soltanto di cassonetti spostati e lampioni fuori uso, alla fine ci si scatenava nella cronaca mondana dove campeggiava una rubrica di largo gradimento. Elda scorreva tutti i fogli leggendo appena i titoli e arrivava rapidamente all’unica pagina che offriva un servizio alla comunità: quella dei necrologi. Come sempre in alcuni casi, “la città che conta” stava stringendosi attorno alla famiglia di un suo illustre rappresentante, un aristocratico, o un massone, o un’aristocratico massone. Lo si capiva dal gruppetto centrale di nomenclatura in grassetto, all’interno di ogni necrologio, che si ripeteva uguale per due intere pagine. Gli occhi di Elda scivolarono sui caratteri solenni con la consueta dose di indifferenza, quando mettendo a fuoco lo sguardo comparve un nome che le ferì il cuore: era morto Augusto.

Provò vergogna per il distacco con cui un momento prima aveva accolto tanto cordoglio, considerando che quei titoli nobiliari avrebbero potuto seguire il suo esotico nome di battesimo. Quella morte la tirava indietro di sessant’anni, supplicandola almeno di prenderla in considerazione, questo lei lo doveva, dopo tutto quello che era successo, dopo avere imposto a quella persona delle scelte per lui incomprensibili. Adesso non c’era più nessuno al mondo che le avrebbe potuto ricordare quel soggiorno sulle Madonie, la vita pigra e pavida di allora e l’assurdo fidanzamento. Aveva l’occasione di porre un macigno su una vicenda della sua vita che non le piaceva, che l’aveva insidiata ogni volta che un piccolo indizio era saltato fuori all’improvviso, invece ebbe desiderio di ricordare, finalmente.

Gli avvenimenti erano incalzati nel travagliato 1943, l’anno che aveva cambiato la sua vita come quella di un’intera regione. Adesso che era anziana Elda poteva affermare senza sospetto d’immodestia che nel ‘43 lei era una graziosa ragazza di diciotto anni.

Di quel periodo non aveva nessuna fotografia, non se ne facevano volentieri in tempo di guerra, ce ne era invece una di quattro anni prima e da quella era facile intuire perché il giovane rampollo di una famiglia aristocratica si fosse innamorato di lei. Elda aveva avuto una nonna veneta che aveva introdotto in famiglia colori inusuali in Sicilia. In una regione dove predomina il ceppo arabo ispanico, una ragazza bionda e con gli occhi azzurri è considerata in ogni caso una rarità esotica.

Elda si girò verso lo scaffale e prese in mano quella fotografia, ingrandendo con lo sguardo la sua grana grigia e liberando il sorriso della ragazza dalla sua cornice. Che bel visetto intelligente e rassicurante! Che occhi dolci e limpidi! Ebbe voglia di perdersi in quel sorriso, fermare il tempo tornando ad essere lei. Quel giorno compiva quindici anni ed era sulla spiaggia di Mondello, si ricordava del verde della sua gonna anche se la fotografia non la mostrava, si ricordava della camicetta bianca con le maniche a palloncino, si ricordava dei suoi capelli biondi e dei piccoli pettini che li trattenevano dietro le orecchie per far ricadere i riccioli sulle spalle. C’era voluta una guerra e tante sferzate di vento sulla sua coscienza, perché la ragazza mettesse a frutto la propria intelligenza, iniziando a capire il mondo intorno a sé.

Elda si era trovata molte volte a riflettere sullo stile di vita anteguerra dei suoi genitori, e aveva dovuto concludere che essi potevano riassumere letteralmente la parola snob: sine nobiltate, medio borghesi che col proprio aplomb cercavano di confondersi in ambienti aristocratici cui non appartenevano, usando bellezza ed eleganza e suggerendo tacitamente a Elda di fare lo stesso. Nell’uno e nell’altro caso, invece, la bellezza era stata la condanna che aveva creato stupidi equivoci, mettendo in ombra qualità migliori in ognuno di loro.

Alle soglie dei suoi ottant’anni era invece giunto il momento di capire le fasi alterne della sua vita, i suoi cambiamenti improvvisi e le sue prese di posizione estreme, senza pudori e con la giusta dose di autocritica. Poteva riabilitare la ragazza di quella fotografia così come la guerra era riuscita a riabilitare i suoi genitori ed un’intera nazione, creando uno spartiacque fra un prima e un dopo in cui ognuno si era trovato diverso e non sempre in peggio.

2. La famiglia Lorenzi

Da quando Elda era nata, la famiglia Lorenzi aveva sempre abitato a Palermo, in un appartamento d’affitto al terzo piano di un palazzo in via Principe di Villafranca, quasi ad angolo con la via Dante. A lei quella casa era sempre piaciuta e non capiva i rimpianti dei suoi genitori nei confronti di una vita precedente:

– “Quando stavamo nella villa ai Colli… avevo la mia cameriera personale ed il conto in una sartoria di Roma… ” – raccontava sua madre.

– “Papà aveva l’automobile con lo chauffeur… ti ricordi quel tour in Europa?” – incalzava suo padre.

Elda e suo fratello ascoltavano quei racconti trasognati e se anche fossero iniziati con c’era una volta un re, ci avrebbero creduto in eguale misura.

Poi con grandi sospiri arrivavano i rimpianti della mamma:

– “Non ho avuto tempo di abituarmi a quel lusso che è subito finito… ” –

E con poca convinzione i propositi di riscatto del papà:

– “Prima o poi ci rifaremo… ” –

Il bisnonno era arrivato a Palermo dal centro Italia alla fine del secolo, ad impiantare una fabbrica di letti di ferro, nel 1918 il figlio, cioè il nonno di Elda, si era incaponito ad investire in un piccolo cantiere nautico all’Addaura ed era stato un disastro, perciò quel nonno veniva rimpianto soltanto per il benessere che si era portato appresso, il cantiere non era riuscito a produrre altro che due velieri.

L’unica eredità di quel periodo era l’affiliazione ad un Circolo esclusivo che i suoi genitori continuavano a frequentare; restare soci del Circolo serviva a ribadire al resto della città che la famiglia non era del tutto decaduta e i genitori di Elda si sarebbero tagliati un braccio pur di poter continuare a pagare le salate quote associative. Palermo era famosa per i suoi “Circoli“ sin dal diciottesimo secolo, una sorta di club inglesi ospitati in bellissime Ville con giardino, dove si riunivano i nobili della città. Venivano chiamati circoli della conversazione, vi erano anche i tavolini da gioco e spesso vi si tenevano sontuosi pranzi ed eleganti feste da ballo.

Ogni famiglia aristocratica pagava annualmente quote associative in ognuno dei Circoli nobiliari presenti in città, più in quelli dei paesi ove avevano feudi. Ogni tanto, dietro presentazione di una famiglia socia fondatrice, poteva essere ammesso al Circolo un illustre professionista o un esponente dell’imprenditoria e del commercio, come nel caso del bisnonno di Elda. In genere con quote d’ingresso che ammontavano alla cifra che serviva agli amministratori per ripianare le perdite del bilancio.

La sua mamma, Wanda, era bellissima, ma soprattutto aveva buon gusto nel vestire e riusciva ad essere all’altezza di quell’ambiente.

– “Wanda riesce ad essere elegante qualsiasi pezza si metta.” – erano solite commentare le sue amiche.

La signora Messineo era la sartina cui veniva affidato il compito di far somigliare le pezze ai figurini mostrati da Wanda. Più che una premier era una mastra e impartiva strilli a due adolescenti svogliate, occupate a sfilare punti lenti e spazzare per terra.

Anche il suo papà, Guglielmo, era un uomo elegante e dal bel portamento, sebbene vestire un uomo presupponeva la maestria di un vero sarto, tanto che i conti della sartoria La Parola tormentavano il magro bilancio insieme alle quote associative del circolo, a cui non si poteva rinunciare.

In casa vivevano anche la nonna paterna, una vedova in gramaglie composta e dimessa, e i due fratelli minori di Guglielmo: lo zio Luca era un giovanotto ardito dagli stivali lucenti che combatteva le guerre d’Africa, a Elda non faceva simpatia, era vanaglorioso e quando era a casa in licenza non si potevano raccontare le barzellette sul Duce; poi c’era la zia Teresa, sorella brutta. Questo era l’incontrovertibile verdetto prodotto in famiglia e la piccola Elda si trovava spesso a scrutare quel volto sempre accalorato, suddividendolo nelle sue componenti per riuscire a capovolgere quel giudizio: il naso non era in fondo così grosso, gli occhi a palla erano dolci, la pelle che si sfogliava poteva essere coperta da un velo di cipria… ma poi riuniva le parti insieme e non c’era niente da fare, il viso risultava disarmonico e pure mortificato da un corpo ossuto e sgraziato. La bruttezza aveva fatto di Teresa una diversa, più che un difetto era considerata un’inabilità: chi mai se la sarebbe sposata? Invece Elda e suo fratello maggiore Giulio la adoravano, era l’unica persona che in famiglia si occupasse di loro partecipando direttamente ai loro stati d’animo e alla loro voglia di svago.

Ancora adesso, pensava Elda a tanti anni di distanza, il ricordo della zia Teresa si sovrapponeva a quello della bianca spiaggia di Mondello, perché proprio in quel luogo straordinario lei aveva regalato ai due bambini un’infanzia felice.

Il lido di Mondello, a dieci chilometri dalla città, era diventato la spiaggia più alla moda dei palermitani dagli anni venti, quando una faticosissima opera di bonifica aveva colmato una grande palude. Vagoni di terra e detriti avevano riempito un malsano acquitrino, quando nel frattempo si era pensato di trasportare un’immensa quantità di sabbia finissima sul chilometro e mezzo di baia confinante, dall’antica tonnara di Valdesi alla punta Celisi. Era stata così creata una spiaggia bianca ed estesa a declivio su di un mare dai colori tropicali, su cui era stato costruito un elegante stabilimento balneare su palafitte, con un corpo centrale formato da saloni e terrazze. In quegli anni erano state inaugurate le prime vetture tranviarie per collegare i pochi chilometri che separavano la spiaggia alla città.

Al tempo dell’infanzia di Elda, fra gli anni venti e trenta, il tram elettrico aveva corse dalle 5,30 alle 23 e la spiaggia aveva uno spazioso arenile costeggiato da un elegante viale di palme e giardini sul quale si affacciavano dei deliziosi villini. Sulla spiaggia, in un’unica fila al centro della lingua di sabbia, vi erano le capanne di legno ben distanziate l’una dall’altra, che si aprivano sul davanti con una struttura di pali di legno sulla quale veniva disposta una tenda. Ogni capanna era data in affitto per la stagione ad una sola famiglia, ma la famiglia di Elda non aveva una capanna. Teresa e i bambini andavano ospiti in quella di alcuni lontani cugini, un ramo della famiglia frequentato solo dalla zia.

L’infanzia di Elda e suo fratello era stata ricca di ben quattro mesi estivi in cui ogni mattina la zia li aveva portati alla spiaggia per trascorrervi l’intera giornata. Lei si svegliava all’alba preparando frittate o uova sode, chiudendo nei tegamini ermetici la pasta, lavando la frutta da portare avvolta nei tovaglioli. Poi tutta indaffarata e col viso rosso svegliava i bimbi, li portava in bagno a lavargli la faccia e levar il moccio dal naso, versava il latte nelle tazze mentre allacciava i loro sandali, pettinava Elda stringendo un fiocco sulla testa e abbottonava la casacca di Giulio. Poi si doveva correre alla fermata del tram a prendere la corsa delle 9,30 e Elda doveva stare attenta a non lasciare la mano della zia perché una volta si era persa per strada:

– “Zia perché non prendiamo l’autobus che passa dal parco della Favorita? Con quello si arriva prima!” – chiedeva il piccolo Giulio, di due anni più grande di Elda.

– “Il tram è più economico!” – diceva sbrigativa la zia sorreggendosi alla maniglia del tram, mentre i piccoli stavano seduti nelle panche di legno.

Bisognava prima percorrere la strada di campagna fra le ville ai colli:

– “Zia è qui che avevamo la villetta?” – chiedeva Giulio.

– “Si, si.” – rispondeva evasiva la zia, mentre il tram oltrepassava la Casina Cinese avviandosi verso il borgo di Pallavicino.

Era una noia passare da quella contrada soltanto per risparmiare denaro! Il tram si infilava a fatica in mezzo a bimbi lerci e popolane sguaiate, poi girava a destra e si arrampicava in quella salita tutta sterrata che faceva ondeggiare la zia in piedi appesa alla maniglia. Finalmente si confluiva nel bel viale Regina Margherita, dove passava anche l’autobus dei ricchi e sembrava di essere già arrivati, perché a quel punto si svoltava a sinistra e si scendeva di corsa il viale alberato verso quella spiaggia bianca che si versava in un mare verde chiaro.

La zia Teresa arrivava alla capanna rossa e sudata, si chiudeva dentro a cambiare se stessa e la piccola Elda mentre Giulio pretendeva di fare tutto da solo già dalla tenera età. Finalmente erano pronti in costume per gettarsi in acqua mentre la zia si abbandonava su di una sedia a sdraio a conversare con i cugini. Il bagno durava sempre troppo poco e la cura del sole troppo a lungo, che bisogno aveva la zia di frizionare tutto il corpo con l’asciugamano, appena usciti dall’acqua, per poi stare tutto quel tempo a sudare asciutti sotto il sole? Per giunta con uno strato spesso di crema Nivea che attirava i raggi come il miele le mosche.

– “Zia siamo già asciutti, ci possiamo fare un secondo bagno?” –

Non era regola fare secondi bagni, ma la zia era formidabile nell’infrangere le regole e spesso prima di pranzo ci si poteva buttare una seconda volta. Di costume ce n’era uno a testa, confezionato in una pesantissima maglia di lana che assorbiva l’acqua come una spugna e che veniva messo ad asciugare sul tetto della capanna, il prezzo del secondo bagno era quindi il supplizio di indossare quel costume ancora bagnato. La giornata in spiaggia era lunga ed il bagno non era l’unico passatempo; in quella capanna c’erano dei cugini e tanti altri bambini popolavano la spiaggia, che era una sorta di comunità primordiale dove si condividevano le vite private di ognuno. Finalmente all’una si aprivano le ceste di vimini e si pranzava. La pasta aveva subito un’altra cottura dentro il tegamino al sole e se erano spaghetti questi si spezzavano ogni volta che la forchetta voleva tirarli su, anche la frutta era cotta dal sole e anche l’acqua, ma Elda ricordava il tiepido cibo ricotto della spiaggia come una delle tante componenti di un mondo affettuoso. Dopo pranzo, mentre gli adulti riposavano all’ombra della tenda di tela olona, i bambini stavano a giocare nello spazio nel retro della capanna che a quell’ora si trovava in ombra.

Si faceva il gioco delle biglie sulle piste di sabbia oppure si preparavano pasticci di sabbia bagnata, foglie ed alghe.

Quando poi il riposino degli adulti terminava e questi iniziavano a giocare a carte o a conversare, il gioco si poteva spostare nella parte più ampia di spiaggia davanti le cabine: si giocava ai “cerchietti”, a pallone o con i tamburelli, il cui rumore scandiva il ritmo del pomeriggio. Vicino alla loro capanna c’era poi il “Circolo dei Canottieri”, frequentato da giovani molto distinti con larghe braghe di lino bianco, scarpe di tela e maglie a righe, i bambini guardavano dalla rete di separazione l’armatura delle barche ed era un avvenimento se qualcuno di quei dandies occasionalmente rivolgeva loro la parola. Altra opportunità di divertimento, che però succedeva molto di rado, era la gita in barca a vela sino alla stupenda “Grotta dell’olio”, con i marinai locali che si chiamavano tutti Corrao.

Quella comunità che accoglieva calorosamente la zia era composta da cugini ed amici che amavano lo sport e la vita semplice e con i quali in inverno Teresa e i bambini andavano alle gite del CAI[1]. Era però un mondo altro dai suoi genitori tanto che i riferimenti a questi ultimi si facevano in francese, la mimica che accompagnava quella lingua mal masticata era invece molto eloquente e non sfuggiva ai bambini. Quello che Elda ricordava della sua infanzia era il desiderio struggente di far combaciare il mondo della zia con quello dei genitori, non dava giudizi, voleva soltanto che cessasse d’un colpo quella palpabile insofferenza.

Anche quando di tanto in tanto i genitori arrivavano a dare un salutino nel pomeriggio, il divario più che colmarsi si allargava. Wanda si presentava con un cappello a larghe falde che sottolineava l’estremo sacrificio dell’esposizione al sole, baci affettuosi ai bimbi e si adagiava sulla sdraio di migliore qualità stando attenta che la sabbia non le entrasse nelle scarpe:

– “A Teresa piacciono i bagni, a me invece fanno venire debolezza.” – diceva sventagliandosi. Era vero, osservava adesso Elda, la zia Teresa si divertiva alla spiaggia e amava lei e Giulio come fossero figli suoi, ma perché mai un segno di affetto e gratitudine?

Nel frattempo Guglielmo si levava la giacca bianca di lino irlandese mostrando le bretelle ed una camicia con collo inamidato, quindi si adattava con magnanimità ai giochi di carte da spiaggia, briscola o scopone, molto più plebei del poker e del bridge usi al Circolo, poi con la stessa aria di sufficienza mamma e papà andavano via con qualche automobile presa a prestito.

I bambini sarebbero invece tornati insieme alla zia Teresa con la corsa delle 8 di sera e a casa, ancora ubriachi di sole e sazi di giochi, di aria e di iodio, avrebbero consumato una veloce minestrina prima di andare dritti filati a letto. Non avrebbero rivisto i genitori neanche il mattino seguente, perché si sarebbero dovuti preparare in silenzio stando attenti a non svegliare mamma e papà che “ieri sera hanno fatto tardi al Circolo”.

Hanno fatto tardi al Circolo veniva sempre sottolineato con la deferenza che dovrebbe darsi al minatore appena fuoriuscito dal ventre della terra, un lavoratore a cui si deve tutto il rispetto.

In un certo senso era un lavoro.

3. La zia Teresa

Nella famiglia Lorenzi l’unico infaticabile lavoratore era stato il bisnonno di Elda, che aveva fatto parte di quella vitale linfa imprenditoriale che era giunta a Palermo alla metà dell’ottocento, suo figlio Giulio e i suoi nipoti Guglielmo e Luca s’erano invece trovati a gestire un patrimonio in cui gli utili sembravano arrivare come in un processo automatico. Alla morte del bisnonno, il nonno Giulio aveva nel bene e nel male gestito gli affari dando ai suoi figli, ragazzi viziati dagli agi ed inclini alla pigrizia, delle cariche rappresentative ma poco determinanti. Dopo la morte del padre Giulio, Guglielmo e suo fratello Luca avevano scoperto di essere assaliti dai creditori e per evitare il fallimento avevano dovuto vendere tutto.

Luca si era così gettato nella carriera militare mentre Guglielmo, già laureato in giurisprudenza ed appena maritato, aveva dovuto aprire un piccolo studio legale nello stesso palazzo in cui aveva preso casa la famiglia dopo la vendita della villa ai Colli. Non che Guglielmo non fosse brillante, ma non era abituato a faticose ore di lavoro, non amava andare al mattino in tribunale e, dopo l’obbligatoria siesta siciliana, riceveva svogliatamente i suoi clienti fino alle cinque. A quel punto iniziava a smaniare per proseguire al Circolo la sua giornata.

Era sedotto da quell’ambiente dove ogni membro conduceva una vita comoda: svegliandosi tardi al mattino e oziando poi per casa in attesa dell’unico impegno della giornata, che era il gioco delle carte al Circolo. Se qualcuno volesse trovare l’origine della scarsa imprenditorialità del popolo siciliano, rifletteva ora Elda, dovrebbe studiare con attenzione la peculiarità di quella che per secoli è stata la classe dirigente dell’Isola: anche dopo la meteora imprenditoriale della Belle Epoque, rappresentata soprattutto dalla famiglia Florio, la Sicilia continuò a reggersi su di un’economia di stampo feudale dove, grazie al basso costo della manodopera, i ricavi arrivavano senza fatica e comunque, chi doveva logorarsi nel difficile rapporto con i contadini erano degli intermediari sparsi nei feudi. I feudatari restavano in città a godersi i proventi, andando nelle campagne di tanto in tanto, giusto per un doveroso atto di presenza.

Ebbene, rifletteva Elda, non vi era una censura sociale per l’ozio, anzi era considerato una furberia, probabilmente questa mentalità avrebbe in seguito agevolato il ricambio della classe dirigente in una altrettanto oziosa, sebbene abbarbicata alla pubblica amministrazione anziché al feudo.

Ma tornando a noi, Elda adesso era propensa a giustificare il padre, ritenendolo vittima di siffatto contesto. Guglielmo considerava il gioco di carte al Circolo la sua reale attività professionale, del resto quelle frequentazioni gli consentivano di allargare la sua cerchia di clienti e in ultima analisi lui e sua moglie riuscivano ad arrotondare il bilancio familiare con delle discrete vincite. Erano infatti molto bravi, dando a volte all’avversario il piacere della vittoria, in modo che non fossero esclusi dai futuri tavolini.

Qualcosa d’altro doveva succedere in quelle stanze se ogni tanto in mezzo ai singhiozzi di Wanda, Elda poteva udire distintamente:

– “Lo capisci Teresa, lo capisci cosa ha fatto tuo fratello? Anch’io se volessi, che ti pare! E’ che io sono una madre, non potrei mai!” –

Neanche nel tradimento c’era una reale censura da parte di quella società, a patto che fosse soltanto l’uomo a compierlo. Quando Guglielmo superava il limite l’intera famiglia era costretta a prenderne notizia: settimane in cui si urlava, si piangeva e si sbattevano le porte, in cui lui supplicava lei di perdonarlo, fino a quando la pace veniva suggellata da un prezioso gioiello mostrato a tutti con orgoglio.

– “Maman[2], guardi che bell’anello mi ha regalato Guglielmo!” – diceva trionfante Wanda alla suocera, allungandole la mano sotto gli occhi.

Maman in genere non era molto compiaciuta, sapeva che suo figlio non se lo poteva permettere e che presto quel gioiello sarebbe finito al Monte di Pietà per un decimo del proprio valore.

Quindi, pensava la piccola Elda, essere una madre non voleva dire comportarsi come la zia Teresa, portarli al mare o al cinematografo e confezionare cappottini? Essere una madre significava soltanto la dolorosa rinunzia alla cosa che faceva il papà, peraltro sempre perdonata?

Nello stabilire regole di amore materno restava in ombra il ruolo della zia Teresa: era infatti pacifico che se Wanda non fosse corsa ogni sera al Circolo dietro suo marito le cose sarebbero andate ben peggio, e anche che questo era consentito dal fatto che Teresa si occupava dei bimbi. Ma Teresa era zitella e le regole stabilivano che tutto questo le spettasse di dovere, poi in famiglia non mancavano le occasioni per mortificarla con frasi irriguardose che sottolineavano la sua condizione.

– “Che hai, zia Teresa?” –

– “Niente, niente, cose da grandi.” –

In quel caso Elda sapeva che buttarle le braccia al collo e darle un bacio, era per la zia la consolazione necessaria.

– “Lo sai quanto bene voglio a te e tuo fratello.” – rispondeva zia Teresa accarezzandola.

Poi ci fu quel pomeriggio in cui lei e la zia erano nella stanza del cucito, mentre il papà e lo zio Luca erano nella stanza accanto a riguardare i conti di famiglia; ad un certo punto, nella pausa fra una pedalata e l’altra della pesante macchina Singer, attraverso la porta a vetri, si sentì lo zio Luca:

– “Papà ci ha lasciato come unica eredità nostra sorella, bell’affare!” –

Elda aveva tredici anni e stava accomodando la bretella di una sua sottoveste, mentre la zia Teresa era seduta alla macchina da cucire intenta a rivoltar lenzuola. La ragazzina aveva alzato gli occhi dal suo lavoro, per capire se la zia avesse ascoltato e controllare se qualche lacrima stesse rigando le sue guance. La zia Teresa invece aveva continuato a tormentare energicamente quell’enorme lenzuolo matrimoniale costringendolo a passare all’interno del piccolo braccio di ghisa; cadenzava il lavoro con brusche partenze del pedale mentre la pedalina dell’ago veniva alzata e ribattuta in giù con gesti nervosi, non aveva detto neanche una parola. Ma sul suo collo c’era adesso un’enorme chiazza rossa che dallo sterno avanzava verso le orecchie per raggiungere il naso, si sarebbe potuto vedere uscire del fumo da quelle narici. Lei aveva sentito.

La cattiveria di quella frase gelò anche Elda che non fu capace di dire nulla.

Nei giorni successivi la zia Teresa ebbe un gran daffare, entrava ed usciva da casa senza dare spiegazioni, finché comparve un pomeriggio ad annunziare che si era arruolata nel corpo delle volontarie della Croce Rossa, stava per partire alla volta dell’ospedale militare di Milano, dove, dopo un duro apprendistato fra padelle di ferro smaltato da strofinare e bende purulente da sterilizzare, sarebbe diventata infermiera, poi probabilmente sarebbe stata impiegata in ospedali militari nelle colonie.

La nonna ritenne la figlia ormai perduta e per giorni seguitarono frasi urlate all’indirizzo della figlia:

– “Dovrai girare fra corsie piene di soldati lerci e sfigurati, uomini! Stare nei dormitori con donne di ceto basso, fare la serva!” –

Poi si aggiustava la veste e lo scialle, apriva il ventaglio tossendo e quasi sottovoce infilava il suo solito rimbrotto:

– “Se ci fosse ancora la fabbrica non saremmo a questo punto!” –

Guglielmo, Wanda e lo zio Luca rimasero basiti, se ne andava l’oggetto del loro scherno e contemporaneamente l’organizzazione della famiglia avrebbe perso un suo prezioso cardine. Elda e Giulio capirono invece in un istante cosa sarebbe stato il vuoto di quell’assenza.

Se la memoria della partenza della zia rimase confusa, invece Elda ricordava distintamente la volta in cui lei era tornata per qualche giorno alla prima licenza. Quando la vide scendere la scaletta del postale di Napoli, pensò che mai donna era stata più bella di quella donna brutta di trent’otto anni, con la croce rossa stampata nel petto, la fascia bianca in testa, la mantellina blu ed il candido grembiale stretto in vita. Anche Elda era stata influenzata dal fascino che in Italia suscitavano a quel tempo le divise, perfino l’odioso zio Luca indossandone una aveva aumentato la propria reputazione in società. Quella della zia Teresa però aveva un significato speciale, Elda aveva letto la storia di Florence Nightingale ed era ammirata dal coraggio della zia nel seguitare la strada di quell’eroina del secolo precedente, riuscì così a comprendere i motivi dell’abbandono della zia e da allora in poi lesse con attenzione, sui giornali, tutte le cronache che riguardavano l’attività della Croce Rossa.

La zia Teresa non smise mai di essere nelle loro esistenze: mandava lettere ai nipoti in cui raccontava la sua vita in quegli ospedali, fornendo resoconti del duro apprendistato e dell’amicizia fraterna con le altre sorelle, condivideva con loro la soddisfazione di aver ridato fiducia a qualche milite invalido, di averlo aiutato a camminare senza una gamba e aver convinto la fidanzata ad incontrarlo ancora. Quando iniziò ad avere uno stipendio mandò anche golfini e camicette ricamate per Elda e pantaloni e bluse per Giulio,

La vita senza la zia concise con l’adolescenza dei due fratelli che adesso passavano lunghi pomeriggi in casa ad annoiarsi con tristi presenze: la serva Catena era l’unico residuo di quello stuolo di famigli che aveva popolato il precedente e agiato ménage, il cui numero variava nei racconti secondo l’umore dei padroni di casa.

La nonna invece si trascinava da una stanza all’altra con un rimbrotto di sottofondo, un unico lungo lamento misto di rancori passati e altri più recenti. Lei non aveva perdonato al marito la brusca variazione di stato sociale, aveva da ridire sulla nuora frivola e sul figlio vanesio, seguiva poi la preoccupazione per l’altro figlio che combatteva in prima linea, mentre l’unica figlia femmina dava le stesse preoccupazioni senza neanche un orgoglio fascista. Infine sembrava considerare i nipoti come un impaccio. Con una nonna tanto ombrosa non era facile entrare in confidenza ma Elda e Giulio si accorgevano che lei avvertiva quanto loro l’assenza della zia. Ogni tanto Elda, che da lei aveva preso il nome, la scorgeva ricamare tutta sola alla finestra nella stanza del cucito, allora le sedeva accanto per farsi insegnare il punto a croce e tenerle compagnia.

I pomeriggi dei due fratelli venivano spesi a fare i compiti, Giulio finiva subito mentre Elda si stancava per ore sui suoi libri con gli stessi risultati del fratello, poi quando faceva buio iniziavano a raccontarsi le spassose avventure con la zia, sempre le stesse e con nuovi particolari. C’era il racconto del suo imperioso ammonimento a non far cascare l’uovo sodo fra la sabbia di Mondello, specialmente se già morsicato fino al tuorlo, seguivano le risate a perdifiato quando riecheggiava il riso soffocato di lei, che sostituiva il rimprovero quando l’uovo puntualmente cadeva; poi le risate dei ragazzi si sovrapponevano al ricordo di quelle della zia al cinematografo, per le comiche e le avventure di Topolino; ancora si divertivano a rammentare l’equipaggiamento per le passeggiate in montagna del club alpino: i pantaloni alla zuava, i pesanti scarponi e i calzettoni che la zia rivoltava all’ingiù. Ma il pezzo forte dei loro racconti era la scoperta della figurina del Feroce Saladino[3] in una scatola di cioccolatini Perugina. Ogni domenica all’una, l’intera famiglia seguiva alla radio le puntate dei Quattro Moschettieri, una parodia umoristica del famoso romanzo di Dumas I Tre Moschettieri, il programma iniziava con la voce di Nunzio Filogamo che cantava avevo un cagnolino pechinese, lui faceva anche la voce di Aramis mentre le voci di Athos, d’Artagnan e Porthos erano quelle di Mario Ponte, Umberto Mozzato e Arrigo Amerio.

La Perugina aveva anche inventato un album con le figurine degli eroi del programma: con un album completo si aveva in regalo il libro ed una macchina fotografica, completando molti album si avevano premi sempre più belli sino ad arrivare al mitico traguardo di 150 album completi che dava diritto ad una Topolino[4]. Loro erano riusciti a completare un album ma, come al resto d’Italia, mancava la figurina del Feroce Saladino. Tutta l’Italia era impazzita alla ricerca di quella figurina e anche loro, ogni volta che passavano da un bar o da una pasticceria, si fermavano a guardare le confezioni di cioccolatini:

– “Secondo me sta in quella più grande di tutti” – disse un pomeriggio Giulio indicando una fila di scatole di cioccolatini che stava nello scaffale più alto, sopra il bancone della pasticceria Caflish.

– “Così è troppo facile, secondo me l’hanno messa in quella piccola piccola lì sotto.” – rispose la zia Teresa.

– “Lo dici perché vuoi risparmiare!” – fece Giulio.

– “E tu l’hai detto perché sei un gran goloso!” – disse la zia dandogli un pizzicotto. Giulio si stava offendendo.

– “Allora decido io – disse Elda – prendiamo quella da ventiquattro.” –

– “Anche quella è cara…” – disse Giulio col broncio.

– “E invece vi faccio vedere che entro e la compro!” – disse la zia con tono di sfida.

– “E poi la nonna si secca!” – disse Giulio ancora di traverso.

– “E noi non le diciamo niente!” – fece Elda.

La zia entrò a comprare la scatola da ventiquattro che fu aperta avidamente appena fuori dalla pasticceria, e c’erano due figurine fra cui quella del Feroce Saladino!

Elda aveva scelto la scatola giusta e la zia e Giulio fecero pace, erano tutti felici! Poi furono costretti a mangiare otto cioccolatini a testa prima di tornare a casa, per non farsi scoprire dalla nonna.

Giulio compilò il modulo per l’ottenimento del premio, preparò il pacco con l’album completato che fu spedito dall’ufficio postale, e poi si attese a lungo.

Il giorno in cui arrivò il pacco fu memorabile, c’era una macchina fotografica ed il libro illustrato dei Quattro Moschettieri! Non era il vero romanzo di Dumas, quello l’aveva la zia e loro l’avevano già letto: Elda e Giulio erano degli avidi consumatori di libri e avevano iniziato molto presto, la loro letteratura per l’infanzia era spesso truculenta, come nel caso di Pierino Porcospino e delle novelle di Hoffmann, anche fra le favole di Andersen ce n’era qualcuna che faceva paura. C’erano poi i libri della Scala d’Oro, una collana per bambini che rielaborava i classici della letteratura per l’infanzia, da Peter Pan a David Copperfield, oltre a ridurre e narrare in prosa quelli per adulti di epoche e culture diverse, dalla Gerusalemme Liberata a L’ Eneide. Loro però amavano soprattutto i libri di Vamba, Ciondolino e Il giornalino di Gian Burrasca, preferendo quest’ultimo perché era allegro mentre la storia di Ciondolino era triste anche se la descrizione della comunità di formiche era interessante; ma il pezzo forte per Elda e Giulio era Il viaggio incantato di Annie Vivanti[5], sembrava proprio la loro storia, due bambini che si annoiavano in un pomeriggio di pioggia e sognavano di entrare in un quadro dove poi vivevano esperienze fantastiche.

Nei pomeriggi senza la zia la lettura era quindi una grande consolazione, Giulio era già passato ai romanzi di Emilio Salgari e di Giulio Verne mentre Elda aveva scoperto, fra le cose che la zia aveva lasciato, i romanzi di Luciano Zuccoli[6]: aveva iniziato con L’occhio del fanciullo, pensando che fosse una storia per bambini ed in effetti la prima parte era divertente, lui e la sorella che sputavano nel caffè di una insopportabile ospite che voleva la schiumetta, poi la storia si complicava in vicende di adulti che Elda intuiva non fossero adatte a lei, però fu avvinta da quella trama, finì il libro e continuò con gli altri che erano ancora più scandalosi, La freccia nel fianco e L’amore di Loredana. Sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo ed in mancanza d’altro, Elda si era dovuta piegare a Salgari e Verne come Giulio a Zuccoli, così i ragazzi pensarono di aggredire i volumi dello scaffale del soggiorno, c’era il noiosissimo ottocento italiano e molto D’annunzio che doveva piacere alla mamma, anche se non era una gran lettrice.


[1]Club Alpino Italiano

[2] Maman è un francesismo aristocratico usato in Sicilia per chiamare la suocera, tradotto nel siciliano Mamà dalle altre classi sociali.

[3] Nel 1934 l’EIAR mandò in onda un programma radiofonico a puntate, I Tre Moschettieri di Nizza e Morbelli, presentato da Nunzio Filogamo e abbinato ad una campagna pubblicitaria della Perugina. In ogni prodotto della Perugina si trovavano delle figurine con le quali si doveva riempire un album al cui completamento seguiva un premio. La figurina del feroce Saladino fu stampata in numero minore rispetto alle altre, costringendo i concorrenti ad una caccia sfrenata dei prodotti Perugina.

[4] l’utilitaria della Fiat uscita proprio in quegli anni e che era un sogno per moltissime famiglie di italiani.

[5] Anna Emilia (Annie) Vivanti, (Norwood (Londra) 7 aprile 1866 – Torino 20 febbraio 1942) scrittrice eccentrica, personaggio dagli interessi multiformi, protagonista della vita intellettuale e mondana di molti paesi.

[6] Luciano Zuccoli (Calprino, 1868 – Parigi, 26 novembre 1929) è stato uno scrittore, giornalista e romanziere svizzero naturalizzato italiano.

Questo romanzo ha smesso di attendere un editore, rivolgendosi alle nuove friontiere dell’editoria on demand e digitale.

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