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Posts Tagged ‘cucito’

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Sewing cafè in Romania

La rivoluzione nella moda del terzo millennio si chiama fast fashion, che vuol dire moda svelta, economica, pratica, creativa, alla portata di tutti. Non la roba dei cinesi, ma abiti pubblicizzati in tutte le riviste di moda e nei giganteschi manifesti per strada, indossati da principesse inglesi e first ladies americane, forniti da griffe i cui show-rooms abitano le vie più eleganti di ogni città.

E’ svelta perché rifiuta il dogma delle collezioni autunno-inverno/primavera-estate: gli stilisti creano in continuazione basandosi su ciò che si vende maggiormente, assecondando quindi i gusti della massa. E’ una moda economica che abolisce le discriminazioni sociali, perché chiunque può concedersi una giornata di shopping a 50 euro portandosi a casa mezzo armadio. E’ pratica perché puoi ordinare on-line quello che vuoi, restituendo in seguito quello che non ti piace, senza costi di spedizione (per te). E’ creativa perché permette di vestirsi a strati e personalizzare la propria immagine con gli abbinamenti più congeniali. E se si ha a cuore la sorte del pianeta alcuni di questi marchi rottamano gli abiti vecchi per riciclarli.

Il segreto del fast fashion è che la maggioranza la considera una grande risorsa in tempi di crisi economica mentre una fetta di mercato crede sinceramente che gli abiti vengano estrusi o stampati in catena di montaggio, come fossero biscottini.

Ma nella realtà del mercato globale nessuno regala niente, e se state pagando un prezzo stracciato per un prodotto, qualcun altro sta pagando la differenza di prezzo; nel caso dei nostri abiti sono le operaie asiatiche, che lavorano come schiave per stipendi da fame in edifici insicuri.

E non è neanche vero che con il fast fashion si risparmia, perché annualmente il consumatore occidentale acquista il triplo dei capi che acquistava 30 anni fa. Se dobbiamo essere sinceri anche il contrabbandato livellamento sociale è probabilmente un’operazione di marketing, e il vestito low cost indossato da una principessa non è uguale a quello venduto a tutti ma è un prototipo cucito su misura per lei. Il marketing si fa anche con un paventato riciclo, ma solo una piccolissima parte dei nostri vecchi abiti vengono effettivamente riciclati, e se la materia prima non è naturale il riciclo costa più del tessuto originale. Inoltre la gratuità delle spedizioni per seguire i capricci dell’acquirente è un’illusione, anche in questo caso qualcuno sta pagando la differenza, ed è l’ambiente che soffre per l’eccesso delle emissioni del trasporto aereo.

Infine si disegna e si cuce per un’unica tipologia fisica e un’unica fascia di età, gli altri devono adeguarsi, sentirsi imperfetti, sottoporsi a diete drastiche cercando di assomigliare ai propri figli.

Si comprano quindi troppi indumenti di poco costo, ma quel che è peggio è che il 10% di ciò che si produce viene gettato nelle discariche prima ancora di entrare nei negozi, mentre ogni rassetto dei nostri armadi vede gettar via indumenti indossati mai o pochissime volte.

Recenti studi ci dicono che l’industria dell’abbigliamento è il secondo inquinante mondiale dopo il petrolio, fra pesticidi, coloranti, sostanze chimiche per il finissaggio, consumo idrico e ingombro delle discariche. E per rendere ancora più scoraggiante questo scenario mi corre il dovere di aggiungere che il costo più elevato di pret a porter e haute couture non è sempre garanzia di sostenibilità etica e ambientale, a meno che non ci sia una certificazione dell’intera filiera di produzione.

 

Noi donne celebriamo l’8 Marzo in ricordo di 146 operaie che morirono nel rogo della fabbrica di abbigliamento Triangle Shirtwaist (NY) nel 1911. Non molte di noi però sanno che 1.129 sono le operaie morte nel crollo dell’edificio Rana Plaza in Bangladesh il 24 Aprile del 2013, un agglomerato di fabbriche di abbigliamento per conto di noti marchi di abbigliamento europei.

C’è solo da aggiungere che il crollo del Rana Plaza ha segnato un punto di non ritorno nella storia della moda. L’inizio di una rivoluzione, questa volta una rivoluzione vera.

Da quella data si sono imposti movimenti di sensibilizzazione come Fashion Revolution, produzioni come il film The true cost (il vero costo), progetti europei come TCBL (Texile and Clothing Business Models), pubblicazioni, trattati, conferenze e manifestazioni di vario genere.

Soprattutto si insinua fra i consumatori più consapevoli un cambio di atteggiamento: improvvisamente viene voglia di cucire e lavorare a maglia, magari in gruppo; si cerca non tanto di riciclare quanto di restituire una seconda e terza vita ai propri capi. In buona sostanza si torna a fare quello che si faceva fino agli anni sessanta: cucire in casa, andare dal sarto o dalla sarta, condividere i vestiti dei bimbi con fratellini e cuginetti, rimodernare il contenuto degli armadi ogni stagione, con piccole modifiche che si adeguino al gusto del momento e alle variazioni del fisico.

Al contempo nasce o rivive un’imprenditoria giovanile confortante: designers e sarti che operano in rete per fornire capi on-demand e/o su misura (abbassando quindi il rischio d’impresa e il danno dell’invenduto); startup che aiutano a condividere l’abbigliamento di lavoro e scambiare i vestiti dei bambini, che visitano i tuoi armadi per suggerirti come sfruttare i capi che non metti, che certificano in modo partecipato l’intera filiera di produzione; pastori, agricoltori e industriali che fanno rivivere le filiere ecologiche di lana, seta e cotone; chimici che studiano metodi naturali per tingere, per ottenere filamento da materie naturali e scorie, produrre materiali naturali alternativi alla pelle e alla pelliccia.

Sono fragili iniziative che però pian piano si impongono. Ci vorrà tempo perché riescano a determinare un cambiamento significativo nel mercato globale, ma nel frattempo ci regalano il gusto dell’esperienza.

Vestirsi è certamente un’esperienza, consolatoria e gratificante, ma può esserlo in modi diversi.

Lo shopping è l’attività consolatoria e gratificante più diffusa, ma dura solo il tempo dell’acquisto, poi l’adrenalina svanisce e vien voglia di comprare ancora.

Invece far da sé, progettare un abito con un sarto, scegliere tessuti e accessori, sono cose che allungano l’esperienza del vestirsi, così che il costo di un abito ben fatto, in termini di durata dell’esperienza, equivalga a dieci pomeriggi di shopping. E’ che dire dell’esperienza di guardare il tuo armadio con qualcuno che sa consigliarti, come in passato si faceva con la zia o l’amica che aveva gusto? Oppure cucire in gruppo, non solo per produrre da sé, ma per capire il lavoro che si cela dietro i vestiti, per sentirsi utili, per stare insieme?

E’ un tornare indietro? Si e no: perché ognuna di queste esperienze non potrebbe essere sostenibile, al giorno d’oggi, senza l’aiuto della rete e dell’innovazione tecnologica.

Si tratta quindi di una giusta misura fra passato e moderno.

Si tratta di rivoluzione e controrivoluzione insieme.

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Immagine correlataIn una gelida mattina di gennaio a Washington, abbandonando per sbaglio la Pennsylvania Avenue in favore della New York Ave, mi sono imbattuta nel palazzo angolare del “National Museum of Women in the arts” di cui, confesso, sconoscevo l’esistenza, che proponeva  l’esposizione “Workt by Hand”: Hidden Labor and Historical Quilts. Qualcosa stava chiamandomi a se e in quel palazzo (che ho poi saputo fosse nato come tempio massonico) ho trascorso una giornata indimenticabile insieme a gruppi di donne che come me assorbivano avidamente con lo sguardo le molteplici variazioni di antiche “quilt makers”. Ho imparato molto sulla storia del quilt, anche attraverso un video davvero interessante proposto dai curatori della mostra, scoprendo che una delle tante tecniche di cucito di cui da tempo volevo impadronirmi, portava con se una vera e propria filosofia. Appartenendo ormai ad una famiglia italo-anglo-americana ero destinata a subire la fascinazione di ciò che sin dagli anni settanta in Italia veniva sbrigativamente chiamato patchwork, ma che riassume regole, tecniche e interpretazioni varie e complesse. Patchwork, quilting, appliqué, crazy quilt, blocks, sashing, bordi sono tutte terminologie di un mondo del tutto femminile che geograficamente si è sviluppato dall’area angloamericana (con importanti contributi delle comunità afro e amish) al resto d’Europa (in primis l’Inghilterra), portando con se significati e tipologie relazionali molto profondi. La prima cosa da dire è che si tratta di un insieme di tecniche che richiedono tempi lunghi e pazienza, ragion per cui le vere “quilt makers” ormai preferiscono tenere per se i prodotti di tanto lavoro, donarli, esporli nelle fiere dedicate e soprattutto formare gruppi in cui scambiarsi vicendevolmente esperienze con té e biscottini. Forse il creare occasioni di socializzazione fra donne è il motivo per cui questa pratica iniziata nell’America del 19° secolo è diventata sempre più una vera passione, tanto che negli States si parla scherzosamente di donne “quilt alcoholic”. Ma c’è di più: Carolyn Mazloomi, fondatrice del “Women of color quilter network” sostiene che il quilting è “il respiro sommesso delle donne”, non un grido appunto ma un respiro di denuncia sulla scarsa considerazione economica assegnata al lavoro manuale femminile e alla negazione del suo valore artistico. Qualcosa che è stato dato per scontato, dato che le donne hanno sempre svolto lavori manuali all’ombra della vita familiare (si pensi anche al ricamo e alla cesteria), intervallandoli alle cure per la casa, per gli anziani e per i bambini. In ogni comunità le donne hanno difeso i pochi momenti di pausa delle loro estenuanti giornate per attività manuali gratificanti che potessero arrotondare l’economia familiare, per questa ragione questi manufatti sono sempre stati commercializzati per un decimo del loro valore. Nel mondo del quilting si è di converso esercitata una sottile ribellione attraverso un assunto: il materiale è riciclato, quindi non stiamo sottraendo nulla al bilancio familiare (non è del tutto vero vero pensando a quanto costa il filo e il materiale per imbottire) quindi possiamo decidere di fare ciò che vogliamo dei nostri prodotti. Non se ne conosce precisamente l’origine (alcuni dicono che sia stata una pratica importata dai pionieri che arrivavano in America dal nord Europa) ma sembra che il quilting inizialmente si basase sullo sfruttamento domestico della manodopera femminile, specie  delle schiave afroamericane. Il lavoro prevede una prima parte in cui si prepara lo strato esterno cucendo pezzetti  di stoffa diversi secondo disegni geometrici o di fantasia, questo strato va assemblato a sandwich con uno opposto di un unico tessuto e con una imbottitura al centro, per poi passare alla fase dell’assemblaggio a mano o a macchina. Anticamente il sandwich veniva fissato in degli enormi telai di legno e trapuntato ad ago. In questa fase serviva il lavoro di tante mani, cioè tante donne sedute in circolo a cucire assieme, raccontandosi storie e memorie, scambiandosi aneddoti e consigli. Questa atmosfera di collaborazione scambievole oltre che di amicizia, in una attività in cui non era prevista la presenza maschile, ha fatto si che le donne nel tempo difendessero a ogni costo i loro momenti di quilting senza volere poi separarsi dai loro manufatti: ecco che allora le donne utilizzarono il loro “respiro di protesta” per sottrarre progressivamente i quilts alla commercializzazione ordinaria a favore di una moneta virtuale di cui solo esse conoscessero il significato, quello della “propiziazione”. Le donne americane a poco a poco preferirono produrre quilt per se stesse, quilt da mostrare nelle fiere, ma soprattutto da donare alle giovani della comunità che si sposavano o andavano al college, in modo che nella nuova vita queste ragazze portassero con loro la carezza gentile di mamme, nonne, zie, amiche che vi avevano lavorato. Questo ha creato nel tempo una tradizione muta e affettiva, il passaggio di esperienze da una generazione all’altra e forse, col sopraggiungere di una crisi profonda che oltre all’economia travolge valori e dignità umane, un suggerimento su come sfuggire alle leggi di mercato dando valore a noi stesse e alle cose che facciamo.

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