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Donne midterm electionAncora con lo spoglio in corso, quello che si può serenamente affermare circa le elezioni Americane di Mid-term, è che hanno segnato una solida vittoria Democratica contro la granitica macchina Repubblicana.

La cosa più bella è che questa vittoria è per gran parte da attribuire ad una schiera di donne che, candidandosi o sostenendo altre, hanno determinato una considerevole differenza di voti. Sembra che fra i votanti la percentuale delle donne sia del 52% e fra esse la maggioranza – 60% – ha votato per i Democratici. Tutti i commentatori sottolineano che il numero di candidate donne in queste elezioni era il più alto della storia Americana.

Sono le donne che Trump aveva sfidato pesantemente in questi anni di mandato e che adesso gli presentano il conto.

Il vento soffia in favore dei democratici anche se non è stata l’onda blu che si sognava, nel senso che questi hanno conquistato la Camera dei deputati (dopo otto anni) ma non il Senato, anche se quello che è successo è già un buon risultato. Con le elezioni di mid-terma la Camera si rinnova tutta e per conquistare la sua maggioranza i democratici avevano bisogno di riprendersi 23 seggi dai Repubblicani, al momento in cui scrivo ne hanno già conquistato 30. Il Senato invece si rinnova solo in parte e a prima vista il risultato sembra una sconfitta, perché i Repubblicani, che avevano una maggioranza di un solo seggio, adesso l’hanno allargata di due.  Vista nel dettaglio però la sfida dei Democratici era più ardua di quella dei Repubblicani: i primi dovevano difendere 26 seggi (vincendo 28 su 35 corse per ottenere la maggioranza) mentre i Repubblicani stavano difendendo solo 9 seggi.

E’ da tener presente che il Senato è quello che approva le nomine per il governo e la corte suprema, ad esempio la nomina di quel giudice accusato di stupro che ha sollevato la protesta di migliaia di donne; ma la Camera è quella che ha il controllo sulle commissioni investigative. Non ci saranno quindi i numeri per chiedere un impeachment del Presidente, ma una commissione investigativa della Camera dei Deputati potrebbe richiedere a Donald Trump documenti relativi alle sue dichiarazioni dei redditi e alle transazioni finanziarie con i Russi, senza che lui abbia la facoltà di rifiutarsi come aveva fatto in precedenza. A questo punto il Presidente in carica potrebbe risultare tanto indifendifile da spingere molti dei suoi sostenitori Repubblicani ad abbandonare la nave. Potrebbe anche succedere che l’uomo d’affari Trump, che ha sempre anteposto il suo tornaconto economico alla fede idologica (in passato era addirittura democratico) arrivasse a scaricare i Repubblicani e cercare appoggi fra i Democratici. Trump sarebbe infatti capace di tentare accordi con i democratici ma in prevalenza troverà le categorie di donne che ha umiliato in questi due anni e che non accetteranno compromessi con lui: ispaniche, native americane, musulmane, lesbiche, transgender. Una nuova generazione che costituisce il futuro del paese, un plotone che in maggioranza è accorso ai seggi in massa per la prima volta.

In America le aree urbane sono solitamente democratiche e quelle rurali repubblicane, ma i sobborghi (in America non sono i nostri Zen e Scampia ma gli agglomerati di villette signorili e golf clubs) che due anni fa avevano eletto Trump adesso l’hanno tradito. A Trump resta quindi un elettorato maschile, anziano, bianco e rurale, un genere in estinzione. Infine va detto che le forze messe in campo in questa elezione contro l’elettorato democratico erano capillari e bene organizzate. Non si riuscirà mai a dimostrare ufficialmente ma le denunce di depistaggi burocratici per impedire il voto delle minoranze sono numerosissime. La strada è tutta in salita ma apprezziamo la vitalità di queste elezioni che danno un alito di speranza in un panorama globale deprimente.

 

 

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Salvare gli uomini per salvare le donne

Risultati immagini per femminicidiQuando ero ragazza, negli anni settanta, fui colpita da due femminicidi commessi in città. Furono efferati e senza un apparente perché, se ne parò per mesi, il giornale L’Ora dedicò loro intere pagine e mandò una inviata a seguire le fasi dei processi, erano fatti rari. Da un solo decennio le donne erano entrate in magistratura mentre ancora erano in vigore leggi come quelle sul delitto d’onore e il matrimonio riparatore, il diritto di famiglia assegnava la moglie al marito come sua proprietà e se questa scappava di casa rischiava il carcere.

La domanda che mi pongo oggi, considerando la cronaca quotidiana, con in mezzo quarant’anni di lotte e conquiste considerevoli, è la seguente: è stata dichiarata guerra al genere femminile senza che io me ne accorgessi?

Adesso i femminicidi sono talmente tanti da non meritare molto spazio su giornali o TV, semmai si contano, 130 dall’inizio dell’anno, i dettagli sono truculenti, le motivazioni incomprensibili, spesso vengono coinvolti familiari e testimoni occasionali mentre la prole viene privata d’un colpo di entrambe i genitori. Una tale emergenza sociale trattata come numero, accumulo, tipologia della dinamica. E poi si aggiungono le mutilazioni con l’acido (di importazione asiatica), gli stupri, il bullismo digitale, lo stalking, le molestie sul posto di lavoro. Probabilmente l’emulazione dei fatti di cronaca gioca la sua parte, di sicuro la rete facilita l’approvvigionamento delle armi e fornisce istruzioni, ma il fatto è che c’è un plotone di uomini sparso nel pianeta, trasversale a ceti sociali, religioni, etnie e livelli culturali, che ha deciso di prendere di mira il genere femminile in un abbraccio mortale che distruggerà vittime e carnefici. Una organizzazione del terrore che meriterebbe corpi speciali di polizia. Un impazzimento del genere maschile che mi spinge a ricercare, da profana, una matrice comune, un qualsiasi indizio che possa aiutarmi a capire cosa sia successo.

La violenza degli uomini sulle donne è sempre stata un’orrenda abitudine tollerata dalla società, considerata un modo per mettere ordine in famiglia o ristabilire il buon costume, se ci scappava il decesso era un fatto incidentale e la percentuale era maggiore lì dove c’era arretratezza culturale. Quello che succede oggi mi sembra diverso, come un’evoluzione di quella stortura: intanto pare che sia più diffusa nei paesi nordici ad alta evoluzione sociale, poi il carnefice è conscio di una generale censura, spesso è lo stesso che poi si consegna alle forze dell’ordine, infine non considera il futuro di eventuali figli e sa che non conquisterà così l’oggetto del desiderio, se di questo si tratta. Sembra il gesto estremo di chi non ha più nulla da perdere, di chi desidera trascinare il mondo intero nel proprio inferno.

Mi vengono in mente tutte le nostre conquiste degli ultimi decenni, per poi vederle travolte da questo bollettino di guerra, come fosse un colpo di coda che nessuno aveva previsto.

Non si piò infatti negare che più o meno dalla metà del secolo scorso è in corso una mutazione di specie, una lenta trasformazione dell’intero genere femminile che magari procede random, con pochi modelli di riferimento, ma è inarrestabile e possiede ormai una sua inerzia.

Il voto alle donne ha portato ad una rappresentanza parlamentare femminile, se pur minima, che poi lentamente ha lottato per l’uguaglianza in famiglia, nei posti di lavoro e in politica. Il cammino è tortuoso e ancora in corso ma ci sono campi in cui è bastato modificare una regola per assistere ad un processo in motu proprio. Pigliamo l’esempio italiano dell’ingresso delle donne in magistratura nel 1963, che gli oppositori ritenevano inopportuna a causa di presunti difetti fisiologici.

Quell’anno solo otto donne su 200 vinsero il concorso mentre oggi la percentuale di donne vincitrici è del 50,7% con una stabilizzazione alla crescita. Altri campi hanno raggiunto l’uguaglianza legale trovando poi degli ostacoli alla sua attuazione, ma non in questo caso, perché il concorso per la magistratura è anonimo (con un complicato sistema di buste che rende assai difficile arrivare all’identità del candidato) quindi vince il merito, la determinazione, la costanza, la concretezza; doti che le donne mostrano di avere. Nel 1963 né le donne che avevano lottato per quella conquista, né gli uomini che le consideravano inadatte, immaginavano che dopo soli 55 anni, un uomo che delinque rischia al 50% di essere giudicato e condannato da una donna, e poi in carcere ha molte probabilità di essere sorvegliato, analizzato psicologicamente, curato e gestito da donne. Inizia a profilarsi quel potere paritario per cui tanto si è lottato. E’ questo che arma gli uomini contro le donne? Se la risposta fosse così ovvia qualcuno ci avrebbe già pensato.

Però è un fatto che pochi decenni di una storia umana millenaria stiano drasticamente riequilibrando una discriminazione le cui origini risiedono probabilmente nella preistoria, in un tempo in cui era la forza fisica a determinare il valore di un individuo, e di conseguenza il genere femminile accettò di adattarsi ad un ruolo subalterno, reprimendo istinti e velleità. Da allora, e si tratta di millenni, gli uomini hanno gestito i luoghi di potere come qualsiasi altro spazio sociale. Nel frattempo la capacità intellettiva è diventata più importante della forza fisica e le donne hanno iniziato a dimostrare di averla quanto gli uomini, lottando per la parità.

Questo ha determinato l’ingresso femminile, non solo nei luoghi di lavoro, ma anche in quelli considerati ricreativi: le piazze dei paesi, le università, i bar, le caserme, gli uffici, le fabbriche; spazi in cui si erano sviluppati linguaggi e comportamenti che miravano a tener lontane le donne, hanno visto un ingresso massiccio di queste ultime. Alcuni potrebbero averlo percepito come un accerchiamento, una privazione dell’aria che respiravano. Poi è successo che alcune donne hanno avuto accesso al potere, comandando anche sugli uomini, magari prendendo a prestito modelli maschili, sbagliando quanto loro. Sono cambiamenti epocali a cui si sono opposti rabbia, sarcasmo, vendette, muri di gomma, ma che col tempo sono riusciti ad essere accettati. Invece a me sembra che negli ultimi anni ci sia stata una accelerazione, una sorta di impazzimento del genere maschile che ha costituito il terreno di coltura di nuove forme di violenza contro le donne.

In effetti alzando lo sguardo non si può non percepire una generale crisi di sistema, che si è dapprima imposta come crisi economica per poi smembrarsi in una varietà di istanze che diventano emergenze prima ancora di manifestarsi. Almeno nella mia percezione sta finendo un mondo e, se ne saremo capaci, ne sopravvivrà un altro: precario, fragile, sperimentale.

Il mondo che sta finendo vede uomini che gestiscono il potere economico e irridono le istanze ambientaliste, che portano il reddito in famiglia, almeno quello più cospicuo. Su questo modello adesso emerge un mondo in cui il posto di lavoro è in via di estinzione, in cui il potere economico è gestito da entità invisibili a occhio nudo, in cui le tematiche ambientali si impongono con eventi drammatici. In parole povere un mondo in cui è necessario organizzarsi da soli, essere flessibili e intuitivi, privilegiare lo stile di vita piuttosto che la competizione, occuparsi dell’ambiente. Tutte vocazioni che vedono le donne a proprio agio.

Non è che io consideri le donne migliori degli uomini, ma vedo un problema che riguarda l’assegnazione dei ruoli.

Se torniamo a quel punto della storia in cui le donne dovettero comprimere istinti e velleità, è facile immaginare come gli uomini si siano trovati a comprimere la propria sensibilità, nascondere le lacrime, mostrarsi forti, assumere ruoli di capotribù e capofamiglia, competere, abituarsi a non chiedere aiuto. Un radicamento di abitudini e pregiudizi con cui, a volte inconsapevolmente, devono fare conti tutti gli uomini. Su certuni il peso di queste aspettative si è scontrato con un panorama contemporaneo in cui la sola sparizione del luogo fisico del lavoro determina un trauma identitario.

Non è che le donne non vivano questo dramma, ma la mancanza di aspettative che si è radicata su di loro le scarica dal peso del mantenimento di un ruolo. Così spesso sono le donne che si ritrovano a combattere piccole battaglie per la sopravvivenza o l’affermazione di stili di vita alternativi, manifestando quella resilienza che alcuni uomini faticano a scovare in sé stessi. La violenza di pochi uomini potrebbe quindi nascondere un quadro di sofferenza più generalizzata, di fronte ad emergenze che ingigantiscono giorno per giorno.

E’ salutare che a porre queste istanze abbiano cominciato proprio gli uomini, quella parte del genere maschile capace di lavorare su se stessa, porsi delle domande, andare al nocciolo della questione. Quella parte curabile, perché temo che chi si è macchiato di femminicidio non lo sia più.

Bisogna anche considerare che il lungo percorso per la cessione di pezzi di potere è più difficile e frustrante della battaglia per la sua conquista. Poi c’è da dire che le donne conducono le loro battaglie da un secolo e mezzo mentre gli uomini stanno iniziando adesso.

Ci sono dei timidi segnali di cambiamento e mentre scrivo ci sono masse di uomini che sfilano nelle principali città americane, insieme alle donne, contro la violenza sulle donne.

Voglio concludere con questo segno di speranza.

 

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Immagine correlataIn una gelida mattina di gennaio a Washington, abbandonando per sbaglio la Pennsylvania Avenue in favore della New York Ave, mi sono imbattuta nel palazzo angolare del “National Museum of Women in the arts” di cui, confesso, sconoscevo l’esistenza, che proponeva  l’esposizione “Workt by Hand”: Hidden Labor and Historical Quilts. Qualcosa stava chiamandomi a se e in quel palazzo (che ho poi saputo fosse nato come tempio massonico) ho trascorso una giornata indimenticabile insieme a gruppi di donne che come me assorbivano avidamente con lo sguardo le molteplici variazioni di antiche “quilt makers”. Ho imparato molto sulla storia del quilt, anche attraverso un video davvero interessante proposto dai curatori della mostra, scoprendo che una delle tante tecniche di cucito di cui da tempo volevo impadronirmi, portava con se una vera e propria filosofia. Appartenendo ormai ad una famiglia italo-anglo-americana ero destinata a subire la fascinazione di ciò che sin dagli anni settanta in Italia veniva sbrigativamente chiamato patchwork, ma che riassume regole, tecniche e interpretazioni varie e complesse. Patchwork, quilting, appliqué, crazy quilt, blocks, sashing, bordi sono tutte terminologie di un mondo del tutto femminile che geograficamente si è sviluppato dall’area angloamericana (con importanti contributi delle comunità afro e amish) al resto d’Europa (in primis l’Inghilterra), portando con se significati e tipologie relazionali molto profondi. La prima cosa da dire è che si tratta di un insieme di tecniche che richiedono tempi lunghi e pazienza, ragion per cui le vere “quilt makers” ormai preferiscono tenere per se i prodotti di tanto lavoro, donarli, esporli nelle fiere dedicate e soprattutto formare gruppi in cui scambiarsi vicendevolmente esperienze con té e biscottini. Forse il creare occasioni di socializzazione fra donne è il motivo per cui questa pratica iniziata nell’America del 19° secolo è diventata sempre più una vera passione, tanto che negli States si parla scherzosamente di donne “quilt alcoholic”. Ma c’è di più: Carolyn Mazloomi, fondatrice del “Women of color quilter network” sostiene che il quilting è “il respiro sommesso delle donne”, non un grido appunto ma un respiro di denuncia sulla scarsa considerazione economica assegnata al lavoro manuale femminile e alla negazione del suo valore artistico. Qualcosa che è stato dato per scontato, dato che le donne hanno sempre svolto lavori manuali all’ombra della vita familiare (si pensi anche al ricamo e alla cesteria), intervallandoli alle cure per la casa, per gli anziani e per i bambini. In ogni comunità le donne hanno difeso i pochi momenti di pausa delle loro estenuanti giornate per attività manuali gratificanti che potessero arrotondare l’economia familiare, per questa ragione questi manufatti sono sempre stati commercializzati per un decimo del loro valore. Nel mondo del quilting si è di converso esercitata una sottile ribellione attraverso un assunto: il materiale è riciclato, quindi non stiamo sottraendo nulla al bilancio familiare (non è del tutto vero vero pensando a quanto costa il filo e il materiale per imbottire) quindi possiamo decidere di fare ciò che vogliamo dei nostri prodotti. Non se ne conosce precisamente l’origine (alcuni dicono che sia stata una pratica importata dai pionieri che arrivavano in America dal nord Europa) ma sembra che il quilting inizialmente si basase sullo sfruttamento domestico della manodopera femminile, specie  delle schiave afroamericane. Il lavoro prevede una prima parte in cui si prepara lo strato esterno cucendo pezzetti  di stoffa diversi secondo disegni geometrici o di fantasia, questo strato va assemblato a sandwich con uno opposto di un unico tessuto e con una imbottitura al centro, per poi passare alla fase dell’assemblaggio a mano o a macchina. Anticamente il sandwich veniva fissato in degli enormi telai di legno e trapuntato ad ago. In questa fase serviva il lavoro di tante mani, cioè tante donne sedute in circolo a cucire assieme, raccontandosi storie e memorie, scambiandosi aneddoti e consigli. Questa atmosfera di collaborazione scambievole oltre che di amicizia, in una attività in cui non era prevista la presenza maschile, ha fatto si che le donne nel tempo difendessero a ogni costo i loro momenti di quilting senza volere poi separarsi dai loro manufatti: ecco che allora le donne utilizzarono il loro “respiro di protesta” per sottrarre progressivamente i quilts alla commercializzazione ordinaria a favore di una moneta virtuale di cui solo esse conoscessero il significato, quello della “propiziazione”. Le donne americane a poco a poco preferirono produrre quilt per se stesse, quilt da mostrare nelle fiere, ma soprattutto da donare alle giovani della comunità che si sposavano o andavano al college, in modo che nella nuova vita queste ragazze portassero con loro la carezza gentile di mamme, nonne, zie, amiche che vi avevano lavorato. Questo ha creato nel tempo una tradizione muta e affettiva, il passaggio di esperienze da una generazione all’altra e forse, col sopraggiungere di una crisi profonda che oltre all’economia travolge valori e dignità umane, un suggerimento su come sfuggire alle leggi di mercato dando valore a noi stesse e alle cose che facciamo.

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Il penny delle suffragette

La BBC ha lanciato una iniziativa per raccontare la storia del mondo attraverso 100 oggetti conservati nel British Museum di Londra. Nella sezione dedicata ai sistemi di comunicazione di massa figura questo penny dell’inizio del 20° secolo, mostrato come esempio dell’impegno politico di massa in Gran Bretagna e l’emergere della prorompente forza pervasiva dell’azione delle suffragette. Si tratta di una moneta coniata nel 1903 con l’effige di Edoardo VII in cui sull’immagine del Re è stata sovraimpressa la dicitura “Il voto alle donne” (votes for women), martellando in modo artigianale lo slogan lettera per lettera .

All’inizio del ventesimo secolo, sotto il regno di Edoardo VII, alle donne era ancora negato il diritto di voto, insieme ai poveri e ai criminali. Fu in questo periodo che il movimento per il voto alle donne assunse delle forme organizzate di disobbedienza civile, che costarono a molte esponenti il carcere e varie forme di costrizione fisica. Fu coniato anche il termine suffragette in senso dispregiativo (da suffragio universale) che distingueva queste donne, considerate poco per bene, dalle Ladies. L’intelligenza femminile escogitò varie forme di provocazione più o meno legale, anche attaccando i musei, come nei casi in cui furono danneggiate La Venere delle rocce, conservata alla National Gallery, o una mummia del British Museum. Nel caso del penny di Edoardo VII notiamo invece una forma di disobbedienza pacifica e poco aggressiva anche se estremamente pervasiva. La banca d’Inghilterra riuscì infatti a ritirare dalla circolazione solo pochi esemplari, mentre gli altri penny contraffatti passarono di mano in mano diffondendo il messaggio rivoluzionario delle suffragette.

Nel 1918 fu finalmente riconosciuto il diritto di voto alle donne sopra i 30 anni, anche se esse hanno dovuto attendere fino al 1928 per il loro primo voto.

Ho voluto raccontare questa storia come esempio di intelligenza e modernità femminile, capace di varcare i confini delle forme di isolamento e costrizione, sperimentando fra i mezzi di comunicazione del proprio presente quelli più economici e largamente diffusi.

Il nostro presente è adesso un panorama ricco di strumenti di comunicazione facili e a buon mercato, se solo si riesce a conoscerli e studiarli, fra questi ovviamente c’è il web e possiamo paragonare il penny delle suffragette a un’azione di hacking (o hackeraggio) dei nostri giorni.

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Se cliccate su questo link verrà aperta una finestra ad una pagina nella quale sono conservati tutti i file utili a chi si sta attivando per promuovere la manifestazione del 13 Febbraio a Palermo. Basta cliccare su ogni file col tasto destro del mouse per scaricarlo. A poco a poco caricherò tutti i file utili per gli organizzatori.

Il logo della manifestazione creato da Maddalena Fragnito (comitato organizzativo romano) è unificante per tutte le manifestazioni del territorio nazionale. E’ anch’esso contenuto nel kit (in formato jpeg esteso) e può essere usato per fare magliette, spillette, bandiere, manifesti e tutto quel che di creativo vi viene in mente.

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Dalla Buy alla Bongiorno tutte mobilitate
“Il caso Ruby devasta la nostra dignità”
“Il modello di relazione tra donne e uomini ostentato da una delle massime cariche dello Stato (…) – hanno scritto in un appello – legittima comportamenti lesivi della dignità delle donne e delle istituzioni. Chi vuole continuare a tacere, sostenere, giustificare, ridurre a vicende private il presente stato di cose, lo faccia assumendosene la pesante responsabilità, anche di fronte alla comunità internazionale. Noi chiediamo a tutte le donne, senza alcuna distinzione, di difendere il valore della loro, della nostra dignità e diciamo agli uomini: se non ora, quando?”. Il 13 febbraio: le donne italiane si stanno mobilitando per organizzare quel giorno manifestazioni in tutte le città italiane. Donne celebri e donne qualunque.

Il programma di Palermo:

ore 10.00 concentramento piazza Croci, in corteo fino a Piazza Verdi
ore 11.00 piazza Verdi, davanti il teatro Massimo, free-session di donne. Musica, teatro, danza, letture… un “palco aperto” dove si alternano donne, soprattutto giovani, che hanno qualcosa da dire, ognuna con un linguaggio diverso.

10 minuti l’una di musica, teatro, danza, letture (a tema, ironiche, serie, trasgressive…) insomma una specie di “palco aperto” dove si alternano donne che hanno qualcosa da dire o da suonare/cantare.

date tutti una mano a diffondere e organizzare questa iniziativa.

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Ma che paese è ormai questo? Una donna su due in Italia è senza lavoro, ma ancora peggio, ha smesso di cercarlo (io fra queste), mentre un giovane su cinque non studia ne lavora.

Fra questi giovani alcune ragazze Italiane hanno pensato bene di uscire dalla melma nel solo modo che hanno appreso dalla televisione: emergere a qualsiasi costo dall’anonimato, trovare fama e fortuna attraverso i canali mediatici. Magari non sono riuscite a diventare vallette televisive ma poco importa, nel frattempo si sono fatte un fracco di soldi e prima o poi ricattando il premier potranno diventare ricche e famose. Tutto questo in un processo di assoggettamento al sultano che le rende rivali fra loro e insicure di se stesse, inserite in un vortice discendente per cui se una sera non si è prescelte per restare (a letto col sultano) il mondo è perso, non si mangia, ma soprattutto si rischia di finire nel sacco di quelle che non piacciono più. Il momento d’oro di ognuna di loro dura un fiat ma si fa finta di non pensarci, ci si illude di essere l’unica capace di diventare l’amante fissa (magari mia figlia lo fosse ha commentato uno papà affettuoso). Invece il sultano si incapriccia ora dell’una ora dell’altra, ma poi si stanca presto. E’ vorace di carne fresca e ha i soldi e l’entourage giusta per procurarsela ogni sera. La loro vcondizione è peggiore di quella delle concubine di un Harem, quelle almeno hanno un campavita, loro invece subiscono lo stesso sistema che il loro sultano ha imposto all’intero paese, quello del precariato. Un precariato di lusso che potrebbe sistemarle se soltanto avessero senno, invece loro sono corrotte dal sistema al punto da scialacquare qualsiasi cifra e tornare dopo pochi giorni a battere cassa, una vita d’inferno.

La nostra legislazione non aveva previsto delle pene adeguate ad un crimine tanto complesso, che oltre alla prostituzione di minore e alla concussione potrebbe andare dal plagio al sequestro di persona, dall’evasione fiscale (e si c’è anche quella) al vilipendio della divisa delle forze dell’ordine. Chi poteva 30 anni fa immaginare una simile mente diabolica? Chi poteva immaginare tanta pochezza in una corte pronta a tutto purché un Sansone non muoia con tutti i filistei? Il clichè era forse noto da secoli ma si è riusciti a peggiorarlo. Il vecchio con valanghe di soldi è riuscito a creare attorno a se una corte di subalterne che del genere umano conservano ormai ben poco, personalità azzerata e tratti somatici affogati nel botulino e silicone, marionette che traballano goffamente su tacchi altissimi, parlando un gergo misto di sfoghi della casa del grande fratello e abbreviazioni da SMS. Nelle loro famiglie è ormai lontano il profilo di un padre padrone, sostituito da un padre pappone che fa progetti sui guadagni sporchi della figlia, mentre la mamma fa impallidire l’Anna Magnani di Bellissima. Ho pietà di tutti loro ma mi sembrano irrecuperabili, convinti che questa sia una vita da sogno.

Le altre donne, le disoccupate con laurea, quelle che invecchiano senza scorciatoie, quelle che lavorano alla catena di montaggio, quelle che fanno le badanti, quelle che lavorano nei call center, quelle che cercano di istruire bene i propri figli, le donne vere e non di plastica sono rimaste senza parole. Nessuna di quelle che come me partecipava alle manifestazioni femministe degli anni settanta poteva immaginare un precipizio di queste dimensioni. Continuo a domandarmi: “dove abbiamo sbagliato?” Ma quel che è peggio è che io libertaria mi chiedo dove siano finiti i valori della famiglia, che io laica vorrei che lo facesse la chiesa cattolica e mi stupisco nel dolermi di una cosa che già sapevo: questa non è una chiesa che sa difendere dei valori morali, tanto è assorbita dalla difesa del proprio patrimonio economico. La chiesa che ha fatto cadere il governo Prodi per una timida legge a favore delle coppie di fatto rivendicando la sacralità della famiglia tradizionale, la chiesa che ha fermato il mondo per mantenere in vita una ragazza già morta in difesa della dignità del genere umano, perché adesso sta zitta? Perché non difende le famiglie italiane dalla corruzione del sultano? Perché non difende la dignità di queste ragazze?

Era facile rivendicare una libertà sessuale quando la controparte era una borghesia pruriginosa che i fatti propri se li faceva fuori dallo sguardo pubblico, adesso invece c’è una pretesa di libertà sessuale in libertà di fare i fatti miei, peggio per coloro che saranno costretti a perdere la dignità per il mio piacere. Qualcuno che la libertà la mette nel nome del suo partito privando noi del suo uso.

Non ho ricette, non ho suggerimenti, solo rabbia. Vorrei scendere in piazza ma in realtà vorrei che lo facessero le mie figlie, cioè tutte quelle che hanno l’età delle mie figlie. Alla mia età posso firmare appelli, scrivere, indignarmi, indicare sommessamente la strada da seguire, ma sono le più giovani che devono fare qualcosa, il futuro è loro, dopodiché mi accoderò e farò di tutto perché a loro non venga torto un capello. Ragazze riprendetevi la vostra vita, difendete la vostra dignità e il vostro futuro!

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