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Una panchina a Union Square, New York

Se non si è uguali di fronte alla morte meno che mai si può esserlo di fronte alla povertà. Assistiamo a nuove forme che difficilmente possiamo omologare a quelle già conosciute, che vanno dai ricordi familiari dei tempi di guerra alle infinite citazioni letterarie (da Charles Dickens a Edmondo De Amicis).

Spesso i nuovo poveri dell’occidente posseggono un telefono cellulare e un computer portatile, addirittura un I-pad. Ad esempio, durante un mio recente viaggio a New York, mi sono atterrita osservando dei giovani uomini d’affari, aitanti, ben vestiti e morti di freddo, seduti nelle panchine di Union Square con un trolley a fianco e un portatile sulle ginocchia, che cercavano disperatamente un nuovo impiego attraverso il web. Una mia amica newyorkese mi ha spiegato che quando perdono il lavoro perdono anche l’alloggio e se non risolvono la loro situazione entro una settimana iniziano ad avere i capelli e le unghia sporche, oltre che a puzzare, e non possono presentarsi ad un colloquio di lavoro. Quell’episodio mi ha atterrito, probabilmente questi ragazzi hanno ottenuto una laurea ad Harvard o a Yale, per la quale i loro genitori si sono indebitati per tutta la vita e adesso non hanno il coraggio di tornare a casa sconfitti. Non so se sono destinati destinati a vivere da barboni, certamente dovranno accettare rapporti di lavoro inumani, in una condizione di precariato che li renderà insicuri per il resto della loro vita. Ma perché questa povertà mi atterrisce più di quella degli innumerevoli pensionati italiani che vivono con 500 euro ogni due mesi? Questi giovani in fondo sono prestanti e in salute, possono lavorare come manovali, svolgere con dignità qualsiasi mestiere, come fa un migrante, come hanno fatto i nostri connazionali in America cento anni fa.

In verità quest’episodio mi intristisce per il senso di sconfitta che lo caratterizza, di una generazione, di una civiltà. E’ il segno che si è sbagliato tutto. La differenza fra questi giovani e Oliver Twist, Martin Eden o un qualsiasi emigrante dell’ottocento sta nella speranza, che prima c’era e adesso non c’è più. Questi giovani non possono sperare in tempi migliori, non c’è da attendere che prima o poi finisca una guerra, un’epidemia o una carestia, non basta rimboccarsi le maniche dopo un terremoto o un alluvione, né sta per arrivare una nuova rivoluzione industriale. Non c’è una prospettiva per cui l’economia si riprenderà, nonostante i ministri economici dei paesi più industrializzati snocciolino cifre di ripresa sempre più incomprensibili. Il problema è che siamo diventati troppi, ma non solo, nel mondo ci sarebbero ancora risorse per tutti se soltanto si riuscisse a distribuirle in modo equo ed intelligente. Se non c’è un Siur padrun che intasca da solo il plusvalore della sua industria, ci sono manager super pagati (oltre ogni precedente nella storia) che manovrano capitali, li conservano nei paradisi fiscali, attingono manodopera la dove costa un soldo, abbassando le tutele sul lavoro. Così è significativo che gli effetti di un sistema economico folle si stiano ritorcendo anche e proprio su quei giovani che si sono formati nei templi della moderna economia mondiale.  E’ un cortocircuito che segna la fine di uno stile di vita, anche se ci vorrà molto, ma molto tempo, prima che potremo significativamente segnare una sterzata verso un processo virtuoso. Che non sarà più, a mio avviso, una ripresa industriale, un rialzo delle borse, una nuova corsa al consumo, ma dovrà essere qualcosa di più radicale e sconvolgente; anche se piccoli segnali di una nuova ripresa potranno celarsi in piccoli comportamenti rivoluzionari, che isolati sembreranno invisibili e per niente significativi.

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