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Manoscritto e dattiloscritto de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa

L’altro giorno ascoltavo a Radiotre un ritratto di Sándor Márai del quale veniva riportata una frase che vorrei fare mia: “io scrivo per il cassetto”.
Márai voleva dire che, all’inizio della sua carriera di scrittore, si era rassegnato a scrivere per un pubblico di lettori molto limitato e sappiamo che, nel tempo, la frase è stata smentita dal suo successo. Il cassetto era il luogo in cui, in tempi preinformatici, venivano conservati i manoscritti rifiutati dagli editori. Quanti manoscritti sono stati trovati da figli e nipoti al momento di svuotare la casa di una defunta o un defunto! Opere dattiloscritte che racchiudevano passione, amore, ricerca, aspettative; opere che a quei tempi erano state riprodotte al massimo in tre copie, l’ultima delle quali macchiata dalla carta copiativa e difficile da leggere, magari con qualche correzione a penna, refusi di cui ci si accorgeva troppo tardi o ripensamenti dell’ultimo momento. Pensate quanto era difficile scrivere a quei tempi!

Adesso il cassetto di chiama “cloud” accessibile da un “account”, dentro il quale si nascondono “file”, ovvero manoscritti che di manuale non hanno più nulla ma che lo stesso nascondono amore, ricerca e aspettative. E’ più semplice corregerli e riprodurli, persino condividerli. Resta però insoddisfatta la speranza che siano letti, e non dipende solo dal talento, almeno non da quello letterario. Mi ricordo di un’intervista di Maurizio Costanzo a Corrado Pani, tanti anni fa, in cui alla domanda un pò banale “cosa è richiesto per diventare un buon attore” Pani in modo tagliente rispose “saper portare l’automobile”. Non era una persona molto spiritosa Corrado Pani, io avevo avuto occasione di conoscerlo e mi era sembrato un uomo ombroso, ma quella frase mi sembrò molto sarcastica e rivelatrice di un mondo, quello del teatro italiano, in cui le lunghe tornée sfiancano i membri di ogni compagnia. Ecco, facendo un parallelo col mondo letterario si potrebbe rispondere che per essere un buon scrittore è richiesta qualcosa che con la scrittura non ha molto a che fare, e che spesso è in contraddizione col carattere di chi spende lunghe ore della giornata a ricamare parole che possano esprimere i propri sentimenti, cioè “conoscere tanta gente”. Non dico che necessariamente bisogna conoscere gente famosa capace di raccomandarti, piuttosto essere ben introdotti nella società del posto in cui si vive, in modo da garantire all’editore la vendita di quel migliaio di copie che consenta al titolo di sopravvivere in un catalogo. Tutto il resto è macero, con grande sofferenza delle nostre foreste.

Ciononostante si scrive, sempre di più e si legge, sempre di meno. E’ un pò quello che succede nel campo della recitazione, dove sono più gli aspiranti attori che gli utenti delle sale di prosa. Ma deve questo scoraggiare chi scrive o chi recita? Dipende dal modo in cui ci si avvicina a queste attività. Se l’aspirazione è quella del successo siamo proprio fuoristrada, diventare famosi con la scrittura, così come con la recitazione, ha la stessa percentuale di riuscita di quella di uno spermatozoo. Però degli spermatozoi noi vediamo solo quelli che hanno avuto successo, senza considerare gli altri, così come dei manoscritti noi vediamo solo quelli che sono riusciti ad uscire dal cassetto.

Se però lo scopo di scrivere è “scrivere”, cioè passare un pò di mesi con i propri personaggi, immergersi in un ambiente e in un periodo storico, immaginare la trama e le controscene, i protagonisti e i comprimari, battere il proprio cuore con quello di ognuno di loro, allora io dico “benvenuto cassetto” voglio scrivere per te, voglio che tu sia il mio interlocutore, perché di scrivere non so fare a meno.

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