Vivi Villa Trabia 5

Quinta parte

Andammo a sfogarci con i nostri amici del cartello «Palermo Anno Uno», i quali avevano a loro volta qualche episodio di incomprensione con l’amministrazione comunale da raccontare: come era possibile entrare in contrasto proprio con la giunta che in tutti i modi avevamo sostenuto e fatto in modo che fosse eletta? Stabilimmo insieme che si doveva darle un’altra chance e che era il caso di organizzare all’interno di quella manifestazione, un dibattito fra sindaco e assessori, noi, esponenti del cartello e di associazioni culturali.

Palazzo Pretorio a Palermo

Nel concederci il suolo pubblico, l’assessore ci aveva assicurato che ci sarebbe stata nel parco anche l’al­lacciamento dell’energia elettrica prevista per i suoi prossimi concerti sinfonici, e quindi non provvedemmo in proprio a questo problema, come avevamo fatto le altre volte. Due giorni prima della data della ma­nifestazione, dall’assessorato ci fecero invece sapere che l’allacciamento non era stato attivato, non c’era più tempo per rimediare altrimenti, la manifestazione era prevista per il pomeriggio-sera e quindi ad un certo punto saremmo rimasti al buio; ma, ancora peggio, che per il dibattito era necessario un impianto di am­plificazione, alimentato ovviamente dall’energia elettrica. Chiedemmo a Gano, che già una volta ci aveva aiutato gratuitamente per l’amplificazione, di farci un prezzo di favore per il noleggio di un gruppo elettro­geno. Non potè comunque chiederci meno di un milione e centomila lire.

Dove li trovavamo tutti quei soldi?

Salvo Pitruzzella con medici ed infermieri che avevano organizzato lo spettacolo chiesero un contributo ai dirigenti della USL che fu loro negato. Andammo a chiedere al cartello se avevano dei fondi rimasti dalle ultime manifestazioni, ma erano al verde e, a malincuore, non poterono aiutarci.

Il volantino della manifestazione

Ci rimboccammo le maniche e incrociammo le dita, pregammo tutti i più assidui frequentatori delle nostre manifestazioni di presentarsi con una torta, noi ne preparammo non so più quante decine, dolci e salate e poi organizzammo panini, bibite, insalate di riso (si restava anche per cena), qualcuno ci aiutò portandoci da vendere libri e audiocassette usati, perfino i bambini si misero a vendere i loro disegni. Passai tutto il pomeriggio girando fra la folla a chiedere soldi, vergognandomi non poco. Anna, che riuscirebbe a vendere anche le pietre, preparava panini facendo comizi, spiegava a tutti che a fine manifestazione dovevamo pagare quella cifra per noi enorme, i medici e gli infermieri della USL versavano dalle loro tasche banconote da cinquantamila lire, eravamo comunque preparate a ripianare con mezzi nostri (non so poi come) la cifra mancante.

Il dibattito era previsto per le otto, dopo ci sarebbe stato uno spettacolo offerto dagli extracomunitari della parrocchia di S. Chiara, sindaco ed assessori ci avevano assicurato la loro presenza, ma ancora non arrivava nessuno. Invertimmo l’ordine e andammo avanti con lo spettacolo, le musiche africane si dilungavano e noi fremevamo perché, per via dell’autonomia del gruppo elettrogeno eravamo, come Cenerentola, legate alla mezzanotte.

L’ingresso di Villa Trabia su piazza Scalia

Ad un certo punto Maria Grazia Melia (giornalista RAI, nostra sostenitrice) moderatrice del dibattito, iniziò comunque, senza il convitato di pietra. Oltre a noi c’erano Nino Lo Bello del cartello «Palermo Anno Uno», Giuseppe Barbera consulente per il verde al comune e alcuni rappresentanti di associazioni culturali. A metà del dibattito arrivò l’assessore Bonanno da solo. Non si era documentato oltre dopo il nostro incontro e imperturbabile ricominciò il suo catechismo, esattamente come era successo prima in assessorato, continuando ancora ad equivocare fra asilo nido e ludoteca pubblica. Appena finito di parlare fu sovrastato dal dissenso nostro, ma soprattutto della platea: quelle persone cioè che in tutti questi mesi ci avevano seguito, avevano risposto ai nostri questionari indicando come destinazione d’uso della casena quello di un centro polifunzionale, comunque qualcosa di pubblica fruibilità; adesso questa chiusura alle aspirazioni dei cittadini appariva insopportabile. Invece del sindaco era giunta una sua consulente, Giulia Randazzo, con una difesa d’ufficio e anche questo non piacque molto. Nel frattempo, Gano mi faceva reiterati segnali per dirmi che il tempo era scaduto e dal tavolo della torte arrivava Anna trafelata con un pacchetto pesantissimo di monete e banconote di piccolo taglio: eravamo riuscite a raccogliere poco più della fantomatica cifra. Così riafferrai il microfono e comunicai alla folla che non avevamo più tempo per continuare il dibattito per via della mancanza di energia elettrica e che questa manifestazione era di tutti loro, poiché con il loro contributo ne avevano pagato le spese.

L’ingresso della casena

Ma nonostante il buio e l’assenza di amplificazione, continuammo a discutere fino a tarda notte, l’assessore, a microfoni spenti, cambiò linguaggio, la sua compostezza andò a farsi friggere e non mancò neanche di ricordarmi che mio marito, da qualche anno consulente organizzativo per gli spettacoli al comune di Palermo, avrebbe dovuto continuare a lavorare con lui; l’indomani si rivolse a Maurizio con tono pietoso: «La compatisco Spicuzza, per la moglie che si ritrova».

Volevamo il nostro sindaco, che ce le desse lui quelle risposte, era lui che avevamo votato! Non era prevedibile un anno prima che ci dovessimo trovare ancora un assessore di questo tipo! Sembrava che stesse spianando la strada al ritorno del nuovismo berlusconiano.

Il ricatto era proprio questo, come si poteva attaccare una giunta che con il risultato del 27 marzo stava in piedi per miracolo? C’era un ex manager della Publitalia, ora sottosegretario, che ogni tre giorni invocava sul giornale locale le dimissioni di Orlando. Questo stesso giornale, unica fonte di informazione cittadina, non aspettava altro che argomenti nuovi per attaccare la giunta: bastava un comunicato di tre righe sul nostro dissenso per la questione di Villa Trabia a farci dedicare due paginoni con foto a colori: che notizia ghiotta, le sostenitrici di Orlando che adesso lo attaccano! E i soci del circolo Unione che andavano a dire in giro che la casena adesso sarebbe stata occupata da ricevimenti frequentati dalle mogli degli assessori comunali?

Continuammo ad invocare invano un incontro col sindaco, peroravamo la nostra causa con le persone a lui più vicine, tutti ci promettevano un incontro, tutti i filtri ufficiali, quell’enorme novero di segretari e consulenti pareva che gettassero in un oceano le nostre richieste; evidentemente avevamo toccato una questione imbarazzante.

Leoluca Orlando alla sala delle lapidi di Palazzo Pretorio

Venimmo a sapere che, una certa sera di quel giugno del 1994, il sindaco avrebbe incontrato la cittadinanza a Palazzo delle Aquile su argomenti che riguardassero il governo della città. Certe notizie, quasi delle indiscrezioni, arrivavano sempre all’ultimo momento, non so perché dato il numero di addetti stampa e consulenti all’informazione.

Frettolosamente preparammo un intervento e ci iscrivemmo a parlare per prime, dopo l’introduzione di Orlando che verteva sugli equilibri politici nazionali. Quando Emilia piccola piccola si mise a parlare sembrava addirittura fuori tema, ma non dovevamo parlare di Palermo? Infatti gli interventi che seguirono vertevano sullo statuto comunale, il centro storico, i contenitori di rifiuti. Alla fine Orlando rispose a tutti, per quanto riguardava noi annunciava soddisfatto che l’unico vero avvenimento era che il comune era riuscito (da solo?) a mandare via il Circolo Unione, non un cenno sulla questione che avevamo sollevato e cioè la destinazione d’uso della casena.

Aspettammo in coda a tutti per potergli parlare di persona, prima che andasse via; finalmente me lo ri­trovai davanti, era la prima volta che gli rivolgevo la parola, riuscii in pochi minuti a sintetizzare la nostra storia, puntualizzai che si doveva anche a noi che il Circolo stesse andando via, che adesso la casena do­vesse essere considerata un luogo di tutti i cittadini, che cosa dovevamo dunque fare per avere un incontro direttamente con lui? Era accondiscendente e affabile come se dicesse: ma perché non me lo avete chiesto prima? E così ci promise che a breve saremmo state convocate.

Passò un altro mese, nel frattempo iniziò il programma di spettacoli per l’estate palermitana, il piazzale centrale del parco di Villa Trabia ufficialmente «in risposta alle esigenze dei cittadini» fu trasformato in un enorme palco multifunzionale di 60 metri quadri con megaschermo per proiezioni cinematografiche e relativo impianto di amplificazione: e giù cavi di alimentazioni elettriche, transenne, sedie per il pubblico, bancarelle per bibite e panini, insomma una fiera di paese.

Un manifesto del Comune di Palermo per pubblicizzare una rassegna di concerti

Avevamo tanto discusso con gli ambientalisti su come lemanifestazioni nel parco dovessero essere discrete, senza installazioni devastanti, senza amplificazione roboante, venditori ambulanti… e questo invece era il modo di rispondere alle esigenze dei cittadini…

In più mio marito era nello staff organizzativo di queste manifestazioni, e cominciammo a non intenderci più: chi si occupa di spettacolo, in genere vede ogni spazio vuoto come possibile luogo dove piazzare un palco.

Mimmo Cuticchio

Certo fu bello vedere Palermo animata ogni sera e in ogni piazza da tanta vita culturale, era quello che avevamo sempre chiesto anche noi, anche il programma che si svolgeva a Villa Trabia era molto interessante e stava coinvolgendo tanti cittadini. La direzione artistica di questo ciclo di manifestazioni era stata affidata da Giuliana Saladino a Mimmo Cuticchio, ultimo discendente di una famiglia di pupari, nonchè attore e organizzatore di rassegne culturali. Mimmo si era mosso, come era sua abitudine e come promesso nel programma Orlando, garantendo una vasta gamma di programmazioni valide e di poco costo. Tutto però era partito all’ultimo momento, essendo rimasto il progetto impigliato fra le spire degli organismi di controllo che rendono spesso molto difficile il lavoro della giunta di governo. Ma questo non può giustificare il fatto di muoversi sempre di getto, senza valutare le conseguenze di ogni mossa che si compie.

L’estate incalzava e dovetti arrendermi alla villeggiatura, quell’anno proprio non mi andava di ritrovarmi nei luoghi della mia infanzia dove ogni pietra mi ricordava Roberto, ma non potevo privare le mie figlie di quel loro diritto. Sola, dati gli impegni travolgenti di Maurizio, ma decisa a snobbare ad ogni costo quell’«estate palermitana». Quella sera a palazzo delle Aquile c’eravamo incontrati per caso con Maurizio, dopo giorni che ci incrociavamo di sfuggita per casa, e Francesca si stupì nel sentirci fra quei banchi dell’aula consiliare rubare dei momenti di intimità per programmare l’estate della nostra famiglia.

Giuseppe Barbera

L’eremitaggio fu interrotto dalla convocazione ad una riunione in assessorato per Villa Trabia; col sindaco? No, con gli assessori alla cultura e alle ville e giardini, con due consulenti, Giuseppe Barbera e Giulia Randazzo, e un dirigente dell’assessorato indicato dal sindaco come responsabile della casena, rimosso a novembre per motivi giudiziari; inoltre Nino Lo Bello di «Palermo Anno Uno». Non volevamo più interloquire solo con l’assessore Bonanno. Unica garanzia era la presenza di Giovanni Ferro, prima assessore agli affari speciali, ora anche allo sport e alle ville e giardini, oltre alla promessa che ci fossero delle buone novità per noi.

Aveva infatti quella tutta l’aria di una riunione operativa per la nascita del centro polifunzionale, ci dissero infatti che soltanto tre stanzette per i dirigenti dell’assessorato sarebbero state ospitate nella casena. Seguirono così i nostri discorsi e quello di Nino Lo Bello sulla valenza di questa iniziativa, gli obiettivi erano quelli di dare ai cittadini un luogo di incontro con la cultura e con l’amministrazione della città. Ci dovevamo muovere in una sorta di «work in pro-gress» per noi, «labor in itinere» per l’assessore; ma a parte questo non si rese necessaria la presenza di un interprete per capirci. E sul termine ludoteca adesso Bonanno sembrava essere più preparato, anche se voleva relegare i bambini nelle serre: col caldo d’estate ed il freddo d’inverno pensava forse di sbarazzarsene in breve tempo.

Giulia Randazzo

All’uscita da quell’incontro ci sembrò che Bonanno fosse stato più morbido con noi per eseguire un diktat del sindaco, ma ci stava anche bene così. Prima della riunione Giulia Randazzo ci aveva aspettate alla casena per farcela vedere, adesso che i soci del circolo stavano traslocando. Certo fu una giornata per noi emo­zionante: ci muovevamo in quelle stanze e fra poco vi avremmo visto il nostro sogno avverarsi.

Non sapevamo però che l’assessore ci stava ricevendo con le casse pronte per traslocare l’indomani a Villa Trabia: era stato colto da una sfrenata urgenza, che aveva costretto i dipendenti del suo assessorato a trasferirsi alla casena senza luce, telefono e riscaldamento. Poi con tanto spazio vuoto erano andati lì tutti e ognuno in una stanza: aspettavano occupando l’intero pianterreno che si finissero i lavori al primo piano e poi sarebbero saliti su. Da allora però non si parlò mai più di tre stanzette.

Aspettavamo di essere riconvocate per un’altra riunione come promesso, avremmo chiarito lì le cose, ma ad ogni nostro sollecito ci sentivamo rispondere: con tutta la confusione che abbiamo per questo trasloco adesso è impossibile.

Finì l’estate palermitana e un pomeriggio di settembre ci fu una conferenza stampa a Villa Trabia per trarre le conclusioni della vicenda, presenti sindaco e assessori competenti. Era un’occasione per trovarceli tutti davanti e ci demmo appuntamento lì, anche noi quattro ci rivedevamo dopo un bel po’. A Francesca che si era presentata col «tono Bertinotti» cercavamo di dare le notizie a poco a poco, l’ultima era quella annunciata la mattina prima che la casena sarebbe stata la nuova sede per i matrimoni civili. Dopo i discorsi degli assessori fra i quali quello di Bonanno che lamentava il tono di un programma impostato da chi lo aveva preceduto: «Finora abbiamo fatto le cose in canottiera, adesso le faremo in giacca e cravatta», seguì un dibattito. Fra gli altri parlò Anna ringraziando l’amministrazione per quell’estate, ma chiedendo chiarimenti sul nostro progetto, poi Emilia quasi sullo stesso tono. Il sindaco alla fine ci rispose pensando che volessimo spingerlo per la definizione della sala matrimoni, così toccò a me rettificare ed ebbi la sensazione che ci capisse per la prima volta. Durante i saluti, mi venne a cercare per sollecitare in mia presenza l’assessore a indire la prossima riunione, questa volta anche con lui: toccava adesso all’assessore fare le convocazioni per una data a lui consona.

La convocazione non arrivava, noi sollecitavamo attraverso Giulia Randazzo che, nella sua qualità di consulente del sindaco, sosteneva di essere l’unico tramite per raggiungere Orlando.

Una mattina, cercando Maurizio a Villa Trabia, incrociai l’assessore Bonanno che con degli architetti della Sovrintendenza Regionale progettava il suo insediamento al piano di sopra, mi disse: «Vede come la stiamo facendo bella la villa?» Gli risposi pensando che questo era un passo avanti per la creazione del centro e gli sollecitai ancora una volta il nostro incontro. Mi rispose che mi sbagliavo: la casena sarebbe stata quasi interamente occupata dagli importanti uffici del suo assessorato e nelle rimanenti sale si sarebbe svolta una programmazione di mostre di portata internazionale. Ai miei balbettii rispose che quello era, come assessore alla cultura del comune di Palermo, il suo intendimento, arrivederci e grazie.

Ricominciammo a percorrere tutte le strade per essere ricevute dal sindaco, non so come fu che ad un certo punto si aprì un varco nel muro che ci separava da lui: Rosalba Bellomare, della segreteria di Palazzo delle Aquile, ci fissò un appuntamento a Villa Niscemi per il 24 novembre.

Eravamo quattro guerrigliere: ogni segnale di indifferenza in quel pomeriggio ci faceva innervosire, appena fu detto: «Il sindaco non è ancora arrivato», avevamo già messo a punto i piani della nostra belligeranza. Finalmente ci vennero a prelevare dal settecentesco salottino d’attesa e ci condussero nello studio del sindaco.

Villa Niscemi, Palermo, sede di rappresentanza del sindaco

Una persona dolcissima ci aspettava in piedi e ci fece accomodare con lui nei due divanetti di pelle sotto la libreria di legno scuro, eravamo solo noi cinque in tono cordialissimo. Come d’accordo, iniziai a parlare prima io.

C’erano stati da poco a Palermo gli «Stati generali della cultura»: un meeting fra assessori dei comuni progressisti e intellettuali italiani sulla cultura nelle nostre città. Palermo, era chiaro, appariva molto al di sotto delle altre città, e mentre il nostro assessore non mancava neanche in quell’occasione di rispondere ad immani carenze con progetti magnificenti quanto irrealizzabili e poco risolutivi, mi chiedevo dove erano andati a finire tutti quei buoni propositi del programma Orlando che dovevano «normalizzare» la nostra città, come per esempio la dotazione delle biblioteche di quartiere e la creazione di alcuni centri culturali.

Rifacendomi a questo, cercavo di spiegare al sindaco come fosse importante adeguare Palermo nelle cose che in materia culturale per gli altri sono un fatto già assodato. Illustravamo il senso del nostro progetto e lo sentivamo suggerire le cose che avevamo già intenzione di dire, per lui tutto questo era comprensibile: stava nel suo modo di vedere le cose. Gli parlammo della nostra storia e anche delle incomprensioni avute col suo assessore: non spese una parola per difenderlo. Ci aveva convocato senza di lui: forse voleva vederci chiaro?

L’incontro si concluse in modo molto positivo, approvava in pieno il nostro progetto e ci fissava un prossimo incontro, questa volta operativo e proprio a Villa Trabia.

L’indomani ricevetti la telefonata di un architetto, uno di quei giovani yuppies moderni e iperattivi, voleva che mi occupassi dell’allestimento scenografico di una mostra di cristallerie francesi. Si trattava di un importante progetto patrocinato dal Centro Culturale Francese e dall’ambasciata di Francia, era stato fatto il mio nome e francamente non mi dispiaceva accettare. Voleva subito un preventivo, così chiesi dove e quando si sarebbe svolta la mostra, mi rispose la terza e la quarta settimana di maggio nella casena di Villa Trabia. Incassai e, senza battere ciglio, gli chiesi se fosse sicuro del luogo e se, nel caso non fosse stato concesso, la mostra si sarebbe potuta fare altrove. Mi rispose che su questo aveva avuto la certezza dall’ambasciata di Francia che era in contatto con l’assessore alla cultura del comune di Palermo.

Quando ci incontrammo srotolò sul tavolo la pianta del pianterreno della casena, quel documento che noi non eravamo mai riuscite ad avere. Per esserne in possesso doveva effettivamente essere in contatto con qualcuno ai vertici dell’assessorato. Sulla pianta erano stati progettati gli spazi della mostra, tutto il piano veniva utilizzato.

Pianta del piano terra della casena di Villa Trabia

Insomma per portare avanti tanto lavoro, sia lui che la ditta milanese organizzatrice, dovevano avere già presi degli accordi precisi con l’assessore, e come aveva potuto dare queste assicurazioni? Ancora non era neanche certo che per quella data gli uffici avrebbero sgombrato il pianterreno, e poi, al di là del progetto del nostro comitato, era giusto concedere dei locali di proprietà del comune per una manifestazione che promuoveva la produzione corrente delle più importanti ditte di quel settore? Presi tempo per consegnare il preventivo e mi feci dare una copia del progetto, dove vi era l’intestazione della ditta, il luogo e la data della manifestazione.

Andai dall’assessore e gli chiesi delucidazioni; prima negò, ma quando gli mostrai la copia che avevo in mano balbettò che si trattava soltanto di una ipotesi e poi erano ceramiche ottocentesche e non cristallerie di corrente produzione. «Comunque, mi disse, questa la dia a me». «No, risposi, questa la farò vedere al sindaco».

Maledizione! ancora una volta dovevo fare i conti con la mia intransigenza! Stavo dando un calcio a una decina di milioni e rischiando di mettere in crisi il lavoro di mio marito, era una vita che davo calci a tutto quanto!

L’indomani feci carte false per parlare direttamente col sindaco, supplicai la gentilissima moglie, le spiegai che avevo un motivo importante e urgentissimo e lei mi capì, dovetti allora comporre una serie di numeri telefonici segretissimi, ad ogni persona che mi rispondeva dovevo rispiegare tutto quanto e alla fine, dopo una mattinata incollata alla cornetta, mi rispose lui: «Sì, mi ricordo di lei, ma non ci siamo già visti l’altro giorno?» «Sì, risposi, ma è successo un fatto nuovo». Gli raccontai tutto, stette un po’ zitto dopo che io finii, e finalmente mi rispose: «Mi creda signora, io di tutto questo non sapevo niente, ma le garantisco che la mostra non si farà». Come d’accordo, gli feci pervenire il documento col progetto.

Il giorno dell’incontro a Villa Trabia io purtroppo non potei andare, Valentina era stata ricoverata il giorno prima in ospedale per un’infezione renale e chiaramente io ero con lei.

I racconti dell’indomani furono entusiasti. Orlando aveva esordito illustrando il nostro progetto come una cosa ormai per lui indispensabile, si guardava in torno ed esaminava quello squallore: un crocifisso in alto, un vecchio calendario, le impronte più chiare dei quadri che erano stati tolti, un freddo da gelare e una lampadina da 40 watt che pendeva da sola al centro del soffitto. Disse: «Non voglio più tornare qui e trovare questo squallore», riuscì a frenare in tempo il catechismo dell’assessore Bonanno che dopo un po’ trovò un plausibile motivo per andare in un’altra stanza. Erano presenti oltre a Bonanno anche l’assessore Ferro e Giuseppe Barbera. Tutti insieme parlarono di come organizzare il centro, la prossima mossa sarebbe stata quella di trovare una figura che si occupasse di dirigere le attività culturali lì dentro e di un maestro di casa. Nel frattempo, si stava studiando la possibilità di ratificare l’intesa fra il comune e il comitato, in modo che un organismo collegiale del quale noi chiedemmo di far parte con una nostra rappre­sentanza avrebbe gettato le basi di uno statuto, e in futuro vigilato sulla funzionalità di tale istituzione culturale. Alla fine il sindaco mi mandò a dire con Emilia che aveva bloccato l’organizzazione di quella mostra e che non si sarebbero fatte altre mostre prima della nascita del centro.

Io e Valentina ritornammo presto dall’ospedale, ma il povero sindaco si ammalò di polmonite e dovette trascorrere una lunga convalescenza a casa. Tutti gli appuntamenti furono cancellati e si trattava di attendere, per la sua salute e per Villa Trabia.

Il nuovo assessore che sostituisce Giuliana Saladino non mostra affatto la stessa sensibilità verso la fruizione pubblica di Villa Trabia e si deve ricominciare tutto da capo. Nel frattempo l'assessore Giovanni Ferro ci incarica di organizzare il carnevale dentro la Villa.
Locali all’interno della casena di Villa Trabia

L’assessorato alle attività culturali intanto era al centro di roventi polemiche, l’assessore infarciva ogni programma di manifestazioni con progetti a lui molto cari che facevano sbordare il budget generale, e puntualmente la giunta glieli bocciava. Dopo l’estate non si era fatto più niente, ormai andava in assessorato per rimirare il soffitto e ogni tanto convocava qualche cronista del giornale locale, per annunciargli mostre sensazionali e per sparare a zero sul resto dei componenti della giunta che (con una frase cara all’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi) «non lo facevano lavorare». Una volta se la prese anche con i funzionari del comune e fu il colmo. Praticamente si aspettavano da un giorno all’altro le sue dimissioni.

Giovanni Ferro

Giovanni Ferro, che sempre ci aveva sostenuto, un giorno ci convocò per proporci di ideare, per il suo assessorato e per quello ai diritti dei minori, il carnevale per i bambini a Villa Trabia. Del progetto generale intanto non si parlava, ma era comunque quella la prima volta che avremmo lavorato concordemente, comitato e comune.

Si trattava di lavorare d’inverno e non potevamo rischiare di rovinare la manifestazione per l’inclemenza del tempo, fu un buon argomento per farci promettere di poter utilizzare alcune stanze della casena.

Pensammo di organizzare per una settimana, un laboratorio di animazione con i bambini per la prepara­zione di una grande parata finale con costumi ed elementi scenografici.

In materia di carnevale è facile scadere in manifestazioni con sfilata di carri allegorici e premiazione per la mascherina più bella, volevamo evitare la solita ostentazione consumistica e così i bambini si sarebbero costruiti da soli i loro costumi. Sarebbero stati dei costumi da maltrattare come si voleva, estremamente effimeri, e così si sarebbe utilizzata la carta. Era anche un modo di vivere tutti insieme un evento, domenica 26 febbraio 1995 ci sarebbe stata la parata conclusiva oltre ad alcuni spettacoli per bambini, ma la cosa veramente importante era vivere per la prima volta la casena.

Giovanni Ferro ci seguiva divertito, e superò qualsiasi ostacolo si frapponesse alla concessione di quei locali. Laura Iacovoni, assessore ai diritti dei minori, fece anche lei di tutto per metterci nelle condizioni migliori per lavorare. Come al solito infatti, a causa di complicate trafile burocratiche, il via fu dato all’ultimo momento.

I dipendenti e funzionari dell’assessorato ai beni culturali, poveretti, ormai abituati a spostarsi da un luogo all’altro come nomadi, si strinsero tutti in un’ala del pianterreno e, dopo il primo attimo di smarrimento, entrarono nello spirito della nostra organizzazione.

Qualche giorno prima si era conclusa la vicenda dell’assessorato del professore Giovanni Bonanno, nonostante avesse un argomento plausibile per ritirarsi in buon ordine (era infatti incaricato di ruolo all’accademia di Belle Arti) volle andarsene alla grande, accusando organi di stampa, cittadinanza, sindaco e assessori di non aver ancora accettato la caduta del muro di Berlino, di dar conto alle frange più estreme del vetero comunismo. Forse nessuno gli aveva ancora spiegato di avere fatto parte di una giunta progressista.

Per il Carnevale a Villa Trabia potevamo disporre solo di due stanze così, facendo due turni (giorni pari e giorni dispari), più un mini laboratorio per il sabato, avremmo potuto accogliere complessivamente quattrocento bambini. Fra questi sarebbero stati privilegiati: un gruppo di ragazzi organizzati col «progetto Zen» provenienti da uno dei quartieri simbolo di Palermo, per degrado e abbandono, un gruppo di bambini del centro sociale S. Saverio e un gruppo della parrocchia S. Espedito.

Il quartiere popolare Zen 2 di Palermo, acronimo di “Zona Espansione Nord”

La logica del decentramento rischia a volte di essere razzista: ti do tutto nel tuo quartiere, lo faccio diventare una realtà satellite, purché tu resti là. L’adeguamento, giustissimo, di questi quartieri, è un lavoro molto laborioso, ma può anche comprendere che, nel frattempo, chi ci vive possa incontrare la storia e la realtà del resto della città. Altrimenti sarebbe come impedire agli abitanti di ogni regione d’Italia di conoscere il resto della nazione.

Non essendo infatti riusciti ad ottenere dei pullman del comune che portassero i bambini dai vari quartieri, ci eravamo messe in contatto con alcune associazioni di volontariato e nel caso del «progetto Zen» con una struttura che opera per il comune. Era un primo tentativo, per noi molto importante, di integrare bambini di realtà sociali diverse. Molto spesso eravamo state accusate di voler lottare solo per una fascia di popolazione privilegiata, ma a parte il fatto che in questo quartiere non vi è solo una realtà privilegiata (e l’incontro con i bambini del S. Espedito, parrocchia del quartiere, ne fu una conferma) non capivamo perché per recuperare i bambini dello Zen per esempio, bisognasse animarli solo nel loro quartiere e così via per gli altri.

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