Vivi Villa Trabia 1

Vivi Villa Trabia. Diario piccolo di vita cittadina

La copertina del libro con il raffinato disegno di Sabina De Pasquale

Autore :  Mariadele Cipolla

Editore: Gelka

Collana: Diari

Genere: Letteratura Italiana

Pagine: 95

Il parco di villa Trabia, con i suoi viali, la sua area giochi, le serre, il laghetto con le tartarughe… è ormai il polmone verde più frequentato nel centro urbano di Palermo, al suo interno si trova una casena settecentesca, sede di alcuni assessorati, una sala per celebrare matrimoni e una biblioteca pubblica. Pochi sanno che nel 1993, quando in sordina il parco fu aperto al pubblico, era in uno stato di completo degrado, che non ci si poteva avvicinare alla casena perché era affittata per una cifra irrisoria a un circolo privato, i cui camerieri bistrattavano i bambini e minacciavano le mamme per non disturbare i soci. Pochi sanno che a rivendicare per prime un uso pubblico del parco e della casena di Villa Trabia sono state quattro giovani donne. Questo diario è la storia delle loro battaglie.

Pochi sanno che è stata proprio la pubblicazione di questo diario a dare l’ultimo colpo di reni a un processo che si era arenato nelle maglie del l’incomprensione, dando finalmente l’avvio alla creazione della biblioteca. Doveva essere un progetto più grande, con ludoteca e altri servizi culturali, ma va bene così. E mi piace ricordare che fu l’allora assessore alla cultura Francesco Giambrone a dare la spinta finale e concreta. Per le quattro donne è restato il piacere di vedere realizzato il proprio sogno, vedere giovani che studiano e leggono in quelle stanze, sapere che anche i loro figli hanno fatto parte di quelle schiere, magari non facendo caso alla fatica costata per ottenere quello che in ogni città è dato per scontato, ma non a Palermo.

La dedica alle mie amiche

Questo piccolo diario è il resoconto di esperienze vissute insieme a tre amiche: Francesca Ingrassia, Anna Ferranti ed Emilia Tripoli. A loro e a tutti quanti hanno lavorato con noi va il mio pensiero, in particolare a Beatrice Monroy che mi ha incoraggiata ed aiutata a rendere pubblico questo scritto.

Mariadele Cipolla

Questo libro è stato pubblicato nel 1995, da allora sono passati tanti anni e la casa Editrice Gelka purtroppo ha chiuso i battenti, ringrazio la sua animatrice Giovanna Fiume per avermi dato allora l’opportunità di pubblicarlo, mentre mando un abbraccio sentito e virtuale a Simona Mafai, che non c’è più, per la sua intelligente e puntuale prefazione e per aver inserito il volumetto fra le strenne del Natale 95 alle abbonate della rivista bimestrale Mezzocielo.

Ripropongo la lettura del diario “Vivi Villa Trabia” a puntate dato che il libro non è più in vendita.

Prefazione: Cos’è la democrazia?

Simona Mafai al centro dell’allora redazione di “Mezzocielo”

Le risposte dei filosofi, degli storici, dei politologi sono molte e differenziate.

Ma per me la democrazia si basa su un valore fondamentale: la capacità (e la possibilità) di donne ed uomini di aggregarsi, dire la loro opinione sulla società circostante, far pesare questa loro opinione fino ad ottenere una modificazione dell’esistente.

Naturalmente ci sono tante altre componenti/condizioni indispensabili per il funzionamento della democrazia: regole di convivenza elaborate collettivamente ed approvate dalla maggioranza delle cittadine e dei cittadini.; rispetto delle minoranze, libertà del dissenso, capacità di mediazione dei conflitti, eccetera. Ma se manca l’input principale: donne e uomini che partecipano alla gestione della cosa pubblica, partendo dalla micro-realtà che li circonda, può esserci anche buon governo (forse, anche se ne dubito) ma non c’è vera democrazia.

quinta di copertina

Per questo l’esperienza minimale del comitato «Vivi-villatrabia» è, secondo me, molto significativa e dobbiamo essere grate a Mariadele Cipolla che con il suo «diario piccolo» ne ha tracciato una così lieve ma vivida testimonianza.

Ancora più significativa, questa esperienza, perché iniziata e condotta avanti da quattro donne — solo donne — e non per scelta ideologica, ma perché la loro esperienza si è costruita con naturalezza sulla semplicità delle loro relazioni amicali, sui ritmi stabiliti di volta in volta tenendo conto delle rispettive esigenze personali e/o familiari, senza doversi piegare, adatta­re, stiracchiare, mutilare nel letto di Procuste della politica ufficiale.

Che poi questo comitato sia riuscito in certi momenti a coinvolgere migliaia di palermitani: donne, uomini, bambini, vecchi, malati, operatori sociali; amministratori — è stata la dimostrazione di come può esprimersi nella società l’autorevolezza femminile, di cui parla il pensiero femminista (anche se, magari, Mariadele, Francesca, Emilia ed Anna non ci hanno fatto caso).

Simona Mafai

Un’altra caratteristica del Comitato Vivivillatrabia» è che si è costituito ed ha agito senza secondi fini politico-ideologici, senza ambizioni nascoste, ma solo per raggiungere lo scopo enunciato: restituire Villa Trabia e la sua casena agli abitanti di Palermo, soprattutto ai bambini; rapportandosi in modo del tutto autonomo con il potere comunale. Che poi questo potere abbia prima tenuto conto delle proposte del Comitato, abbia tentato poi di «inglobarlo» nella logica del mercato politico, ne abbia infine spento ogni entusiasmo nel labirinto dei rinvii; delle attese, degli impegni non mantenuti; è un discorso che, in un certo senso, ci riguarda meno.

Riguarda le istituzioni che dovrebbero riflettere sul perché finiscono sempre col far rifluire nella delusione iniziative da cui la democrazia (quella vera) potrebbe trarre linfa vitale. Quanto a noi, trasponendo in linguaggio non violento un glorioso slogan sessantottino, non possiamo che augurare a Palermo 10, 100, 1000 Comitati Vivivilla-Trabia.

Simona Mafai

Parte prima:

Un pomeriggio di un giorno d’aprile.., iniziava così un nostro articolo su «Mezzocielo» all’indomani di una delle nostre prime vittorie.., da dove eravamo partite?… c’eravamo incontrate lì per la prima volta? Non proprio: all’inizio ci andammo alla spicciolata, ognuna per proprio conto, comunque complice il sole di un pomeriggio d’aprile… Nel mio primo pomeriggio a Villa Trabia ero sola con le mie figlie, Valentina non voleva più frequentare le lezioni di basket che si svolgevano nel giardino di una scuola privata. Sono contraria per indole alle scuole private, ma la comodità del fatto che si trovasse proprio sotto casa, aggiunta al piacere di passare due pomeriggi la settimana con le bambine all’aria aperta, pensavo dovesse farmi superare l’ostacolo di quell’ambiente un po’ esclusivo; ma non avevo fatto i conti con Valentina che proprio da quel giorno non volle più saperne. Così per sfuggire ad un pomeriggio in casa fra giocattoli e briciole di merendine sparsi per terra e senza dover pagare lo scotto di quel sole con le giostre e i videogiochi del vicino Giardino Inglese, avevo convinto le bimbe ad uscire comunque ed esplorare la villa che confina con quella scuola.

La fontana di Villa Trabia

Il giardino di quella scuola infatti è un pezzetto del parco di Villa Trabia, che le suore del Sacro Cuore di Gesù avevano acquistato negli anni Cinquanta dai proprietari di allora. Villa Trabia alle «terre rosse» (probabilmente in riferimento alla natura del terreno) nacque come residenza di villeggiatura. Venne edifi­cata, a metà del Settecento, dalla famiglia di Ignazio Lucchesi Palli, Principe di Campofranco, che aveva acquistato una preesistente «casena rustica». Nel 1814 Giuseppe Lanza di Branciforti, Principe di Trabia e Butera, primo titolo del regno, vinse al gioco (una premonizione di future attività entro quelle mura?) la «casina grande» con giardino annesso, in contrada «terre rosse». Per uno di quegli strani casi di espansione urbanistica, adesso questo giardino si trova ubicato nel centro commerciale e affaristico di Palermo e, in una città devastata dagli anni della speculazione edilizia e dalla poca sensibilità verso tutto ciò che regala la natura, ne costituisce uno dei più estesi polmoni verdi.

Un’antica cartolina di Villa Trabia

Da bambina abitavo in una casa che si affacciava su Villa Trabia dalla parte a ponente, quella verso via Salinas. A quel tempo (si era negli anni Sessanta) la Villa era abitata dall’ultima discendente della famiglia Lanza di Trabia, ormai anziana: nelle belle giornate vedevamo i camerieri in livrea apparecchiare, con grandi cerimoniali e per lei soltanto, un lungo tavolo da pranzo in giardino. Poi la villa era stata affittata ad un circolo privato di nobili che la usava per riunirsi e giocare a carte: ricordo certe serate in cui io e mio fratello anziché dormire, stavamo a spiare dalla finestra la processione di automobili dalle quali uscivano signore in abito da sera e gentiluomini in smoking.

Uno dei monumentali ficus di Villa Trabia

Non so come ad un certo punto io e lui, insieme ad una amichetta, entrammo a far par parte di quella piccola cerchia di bambini privilegiati che avevano il permesso di entrare a giocare nel parco. Era affascinante soprattutto per la presenza di alcuni enormi ficus magnolie: degli alberi monumentali caratterizzati dalla presenza di grosse radici aeree che, lanciandosi dai rami superiori, s’intersecavano col tronco fino a formare un viluppo di braccia nodose che alla fine affondavano nella terra. In questo viluppo certe volte si aprivano come delle caverne, almeno tali apparivano alla nostra dimensione di bambini. Ho sempre pensato che fossero così le foreste delle favole, i luoghi di elfi, fate e streghe e solo da grande ho realizzato che la natura tropicale di Villa Trabia nulla aveva a che vedere con quella delle fiabe nordiche. Il parco di Villa Trabia è infatti un parco tipicamente mediterraneo, popolato da ficus, palme, banani e ci fu addirittura un momento in cui, per la messa a coltura di una enorme quantità di piante esotiche, fu considerato il secondo orto botanico di Palermo.

Come in tutte le storie che riguardano i nostri luoghi siciliani, seguì la fase del degrado, in cui per una naturale lotta alla sopravvivenza della specie più forte, i ficus magnolie ebbero la meglio su altre varietà arboree. La villa, come in una sorta di incantesimo da bella addormentata, si ritrovò avviluppata nelle spire delle radici dei ficus, le cui enormi foglie, cadendo a terra, creavano un humus inaccessibile ad altre specie più deboli. Non so quanto siano da preferire a queste visioni selvagge gli ordinati «parterre» settecenteschi dell’originaria disposizione; questa è una questione che affronteremo più tardi.

Continua con Parte seconda